E così di tappa in tappa era giunto a Centorbi, presso alle rive del Simeta, dove cominciò a riavere notizie dell’esercito regio, di cui da ben otto giorni aveva perduto ogni sentore.

Infatti il generale Mella, comandante il presidio di Catania, era venuto ad appostarsi coll’intera Brigata Piemonte tra Adernò e Paternò, a cavaliere delle due strade che menano a Catania ed a Messina, risoluto, a quanto pareva, a sbarrargliene i passi; mentre il generale Ricotti, spintosi da Girgenti alle spalle della colonna ribelle, arrivava in que’ medesimi giorni a Castrogiovanni e serrava sempre più dappresso il retroguardo garibaldino. Per Capitano deciso a combattere, il cimento sarebbe stato poco temibile; per Capitano deciso a sfuggire ogni battaglia, il frangente era minaccioso. Però Garibaldi non pensò altro mezzo per uscirne che affrettare la marcia, guadar notte tempo il Simeta, traversare a passi celeri e silenziosi Paternò e deludere così la vigilanza de’ suoi custodi. Ma l’intento gli fallì: l’avanguardia del Corrao fu indugiata per via; il Simeta più grosso dell’usato rese difficile il guado; sicchè la colonna non potè arrivare in faccia a Paternò che a giorno già alto. E siccome a Paternò stava di guardia un battaglione regolare, il quale, al primo apparire delle camicie rosse, corse subito a schierarsi in difesa, così tutti pensarono, i più col cuore serrato, che uno scontro fosse ormai inevitabile. Ma, il lettore l’ha già compreso, noi viaggiamo da un pezzo nel mondo ariostesco dei sortilegi e degli incantesimi, e conviene essere apparecchiati a tutte le sorprese. Garibaldi manda in cerca del Maggiore Comandante di quel Battaglione, non si può dire se amico o nemico, e il Maggiore s’affretta all’invito, stavamo per dire all’ordine, del Generale avversario. Questi a sua volta esce dal suo campo incontro al Maggiore e sotto gli occhi dei loro soldati, presti a combattere, si salutano, si stringono la mano ed amichevolmente conversano.

Quel che siansi detto non si seppe; taluno vide il Generale mostrare al Maggiore una lettera con un gran suggello rosso;[220] letta la quale l’ufficiale s’inchinò riverentemente e partì. E non è inverosimile; probabilmente la lettera era quella medesima che l’ammiraglio Albini aveva scritto pochi giorni innanzi al Generale, nella quale gli dava convegno nel porto di Catania; d’onde il consenso del Maggiore regio a concedere il passo. Certo è che, appena separatisi, i Volontari poterono mandare i loro furieri a provvedersi di viveri in Paternò; che il battaglione regio non fece un passo fuori della linea già occupata; che infine, verso le quattro pomeridiane, dopo almeno sei ore di sosta, Garibaldi potè levare tranquillamente il campo, e, preso prima per viottole traverse, poi per vigneti e giardini, girare attorno Paternò e riescire franco da ogni molestia sulla strada maestra di Catania, dove, per giunta, un picchetto di Regi, di guardia alla porta, gli presenta l’armi. E tutto gli sarebbe riuscito ancora più a seconda, se una parte della legione Corrao, la meno disciplinata tra tutte, o per capriccio o per errore, non avesse tentato traversare il paese; per il che i Regi furono costretti a far fronte ed a vietare loro il cammino. E certo un conflitto ne sarebbe scoppiato, se, altra e più grande meraviglia di quella favolosa giornata, Garibaldi avvisato del pericolo non fosse tornato sui suoi passi e non avesse ottenuto sempre da quel Maggiore, mercè una sua dichiarazione scritta, il libero passo degli arrestati.[221]

Strana guerra, invero, in cui il Comandante d’una parte stava ai cenni del Comandante dell’altra: il nemico prestava i viveri al nemico; i prigionieri erano liberati sulla parola del Capitano avversario; e coloro che avrebbero dovuto, a rigor de’ termini, passarlo per l’armi, gliele presentavano.

XVII.

E tuttavia il genio di quella fantastica tregenda non aveva esaurite le sue gherminelle. Nella sera stessa essendosi il Generale avanzato con pochi seguaci verso Misterbianco, vede a un tratto illuminato il paese da una gran luce e pochi istanti dopo una folla festante armata di fiaccole uscirgli incontro, e annunziatagli Catania già libera di Regi, sobbarcarsi alla sua carrozza, e per parecchie miglia portarlo, quasi di peso, come in una sedia gestatoria, nella città.

Tralasciamo le accoglienze, non dissimili, più fervide forse, di quante n’aveva ricevute fin allora. In Catania non c’è più ombra di governo regio: governa Garibaldi. Una o due compagnie di linea sono chiuse in castello quasi prigioniere, e quella volta è Garibaldi che concede la libertà. Il prefetto Tholosano s’è ritirato a bordo della Vittorio Emanuele, una delle fregate che ancoravano nel porto; e Giovanni Nicotera, fatto Comandante civile e militare della città, tiene il suo luogo. E il più notevole si è che non un partito solo coopera a quella strana rivoluzione, ma la cittadinanza intera. Garibaldi è ospitato nel Casino della Società degli Operai, di cui eran membri cittadini d’ogni colore politico. Il marchese di Casalotto, deputato di parte moderata, Comandante in capo della Guardia nazionale, gli manda una compagnia d’onore; una legione cataniese si recluta fra l’eletta della città: insomma l’inganno che Garibaldi, se pure discorde col Governo, agisse in segreto accordo col Re, confermato in quegli ultimi giorni dalla fiacchezza del generale Mella e dall’inazione della squadra, continua il suo giuoco e travia tutte le menti. Ed a tal segno le travia, che sparsasi, il 22 sera, la novella che il Mella ed il Ricotti marciassero con forze unite e mosse combinate ad assalire Garibaldi, la città si leva in tumulto; le vie e le porte si coprono di barricate; gran parte della Guardia nazionale si mette in armi, pronta a respingere l’assalto; sicchè può dirsi che chi lo teme di più sia lo stesso Garibaldi.

Fortunatamente, a scongiurare il pauroso evento ed a levarlo dall’atroce distretta, apparvero in vista del porto due piroscafi, uno con bandiera francese, l’altro con italiana; laonde Garibaldi, che dall’alto del Convento dei Benedettini era stato il primo a scoprirli, «È un’occasione, sclamò, che non bisogna lasciarci sfuggire;» e in men d’un’ora quelle due navi erano in suo potere.

Ma qui è il tempo di lasciar parlare egli stesso. Nei già noti Frammenti a matita troviamo di tutto suo pugno la narrazione d’Aspromonte, e quantunque l’autobiografo sorvoli a non pochi particolari, e lasci qua e là qualche lacuna;[222] siam certi che il lettore preferirà sempre queste pagine autografe, scolpite dalla interna stampa dell’eroe, a qualsiasi più veridico e diligente racconto.

XVIII.