«Catania s’era mostrata degna di Palermo e della Sicilia. In Catania trovammo un vulcano di patriottismo. — Uomini, denaro, vettovaglie e vesti per la nuda mia gente.
»La Provvidenza c’inviò due vapori ed io, amante del mare, dall’alto della torre del Convento dei Benedettini che domina Catania salutai la venuta de’ due piroscafi collo sguardo appassionato d’un amante. — Uno era italiano, roba nostra — l’altro francese.[223](?) — Buonaparte non ci aveva rubato Roma — che teneva da tredici anni? — e perchè non potrò io disporre d’un suo piccolo legno per una notte? Due fregate italiane custodivano il porto e s’accorsero naturalmente dell’intenzione nostra. — Dovendo traversar lo Stretto di notte bisognava fare i preparativi di giorno. Le fregate vigilavano accuratamente e quasi chiudevano l’entrata del porto di Catania. Esse nella notte — o sarebbero all’àncora, e in quel caso potevano tenersi molto vicine; ma non pronte a proseguirci nella nostra uscita — oppure si terrebbero esse sulla macchina — ed allora impossibile di star così vicini agli scogli — in una notte oscura — poichè tutto intorno al porto di Catania è scoglio e d’una lava che incute timore anche di giorno. Di notte quella costa è d’un oscuro — d’un tetro d’inferno. Ostile l’esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra che senza dubbio sarebbe aumentata pure. Non v’era miglior espediente che di profittare de’ due provvidenziali vapori e tentare il passaggio.
»Se le fregate crociavano — non potendo esse tenersi vicino agli scogli, a noi gli scogli — e stringerli quanto più si poteva.
»Se le fregate ancoravano sulla bocca del porto — diritto su di esse — e passar tanto sotto le loro batterie da non poter colpire — con tutta l’inclinazione data ai cannoni.[224] Io avevo calcolato dall’alto e l’altezza delle batterie delle fregate e l’altezza de’ due piccoli piroscafi — ambi esposti alla mia vista ed a poca distanza.
»Presa cotal risoluzione — io scesi dalla torre del Convento e m’incamminai verso il porto per sollecitare l’imbarco ordinato da varie ore. Erano tremila e più i miei compagni — che meco dovevano traversare il mare — ed appena mille ne poterono ricevere i due piroscafi. Quello fu un momento penibile.[225] Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. Vi era un’assoluta impossibilità di fare altrimenti.
»Col cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù, che altro non voleva che precipitarsi nella impresa la più ardua e la più pericolosa, senza chiedere ove si andava — e qual’era il loro guiderdone? Oh! Chi può disperare dell’avvenire d’una patria con uomini tali — eppure quegli stessi uomini che si cercò di schiacciare, di distruggere — erano poco tempo dopo trascinati come malfattori nelle prigioni dello Stato — coi nomi di ribelli, briganti e camorristi!
»I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini — ne ricevettero più di duemila — ma erano stracarichi d’un modo, come non ho mai veduto.
»Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona, ma disperata gioventù? Non ne entravano più sui bastimenti quando materialmente nè un solo vi poteva più mettere il piede, dalla gran calca. Era cosa spettacolosa!
»Così si uscì dal porto di Catania — verso le 10 pomeridiane. Le fregate — come avevo previsto — non tenendosi all’àncora, dovevano tenersi alquanto scostate — e l’espediente fu allora di costeggiare vicinissimo gli scogli al settentrione del porto.
»Anche questa volta la fortuna marciò colla spedizione dei Liberi — e prima di giorno noi toccavamo la sponda meridionale della Calabria a pochissima distanza del punto ove sbarcammo nel 60 — ed ove rimaneva lo scheletro del Torino,[226] che per molto tempo si scoprirà ancora, testimonio della rabbia ridicola e sterminatrice dei Borboni. Il Torino era uno dei più bei piroscafi che io m’avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana — quel bel vapore si sarebbe potuto salvare al paese non essendovi nè necessità, nè gloria militare nel distruggerlo.