»Ancora una volta noi salutammo il continente italiano, pieno il cuore di speranze e colla mèta di scuotere a libertà gli schiavi fratelli di Roma. Ma il continente italiano non rispondeva degnamente alla chiamata del risorgimento. Il Moderantismo aveva gettato tra le moltitudini la sua ghiacciata parola — e per sciagura que’ moderati d’oggi erano i corifei della rivoluzione del 60 — e quindi possenti ad ingannare i popoli.

»Lo stesso giorno dello sbarco in Calabria si occupò Melito. Da Melito v’erano tre vie da prendere. L’orientale per Gerace — la centrale per San Lorenzo ed i Monti — e l’occidentale per Reggio. Per Reggio fummo fortunati nel 60 e si scelse quella.

»Da tutte le notizie raccolte io non dubitava che in quella estremità del continente italiano non si facessero quanti preparativi si potevano per fermarci — e veramente colla direzione su Reggio io avevo poca speranza di penetrarvi.

»Ciononostante — il fortunato nostro passaggio e la celerità di cui erimo capaci — ci mettevano nella possibilità d’entrare in Reggio — non avendo potuto ancora i nostri avversarii radunare in quella città forza sufficiente per chiudercene l’entrata. Con un colpo di mano come quello del 60 — e colla simpatia della popolazione di cui non dubitavo noi saressimo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era, se potevamo entrare senza combattere e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti.

»Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio — ma poi deviarci — e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte.[227]

»Il letto del torrente[228] fu la via che si seguitò per raggiungere le alture. Ad onta però di celere marcia la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa.[229] Io ero già un pezzo sulla montagna quando fui avvertito di tale avvenimento — tornai indietro e vidi che tutto era terminato.

»La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa — ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. Il primo giorno si passò con alcune pecore comperate dai pastori, e che furono insufficienti. Bisognava con tuttociò marciare fortemente, sia per trovare de’ viveri — come per oltrepassare Reggio ove si sapevano ingrossare ad ogni momento le truppe.

»Quei due giorni di marcia per i monti[230] furono veramente disastrosi. La gente aveva mangiato pochissimo ed alcuni nulla. Grande difetto di calzatura, per cui si doveva rallentare la marcia. Poi si consideri che la maggior parte de’ giovani che mi accompagnavano — oltre all’essere poco assuefatta alla fatica — perchè gente agiata — erano giovanissimi — ed io avevo l’anima straziata di vederli così in misero stato — trascinarsi piuttosto che camminare.

»Qui mi accade ricordarmi di quei bei mobili di preti, che ci tolgono quasi assolutamente la gente della campagna. Indi la mancanza di gente nerboruta e forte per le marcie — quei miei poveri giovani in tutte le epoche hanno fatto marcie forzate e non poche — ma sostenuti più dalla forza morale che dalla fisica e penetrati dall’indomabile amor di patria.

»Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napoletane hanno potuto sostenersi fin oggi e vi si sosterranno forse per un pezzo ancora — se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte.