Quasi contemporaneamente anche la insurrezione polacca, stremata da oltre un anno di lotta disperata, mandava gli ultimi aneliti. Sempre cullata dalla speranza che la platonica tenerezza e la verbosa commiserazione delle Potenze occidentali si convertissero finalmente in aiuti efficaci d’opere e d’armi; sempre credente alla voce de’ suoi esuli che, illusi a lor volta dalle lunghe promesse de’ capitani veri o presunti della rivoluzione europea, le facevan balenare ad ogni giro di luna il miraggio d’una spedizione, d’uno sbarco, d’una crociata;[257] oggi confortata dall’aspettazione d’un congresso europeo, domani rianimata dal sogno d’una insurrezione rumena o galliziana, o d’una ripresa della quistione d’Oriente; la grande martire riusciva bensì a protrarre per tutto l’inverno del 1864 la sua prodigiosa agonia, ma ahimè! senz’altro frutto che di veder ingrandire giorno per giorno la già immane ecatombe de’ suoi figli, e rinnovare sulla pietra risuggellata del suo sepolcro la funebre epigrafe del primo suo campione: Finis Poloniæ.

II.

Ed eccoci a quel viaggio d’Inghilterra che per il modo onde fu avviato e condotto, il clamore che menò, gli spettacoli che offerse, i sentimenti che suscitò, i commenti a cui porse occasione divenne non per Garibaldi e l’Italia soltanto, ma per buona parte d’Europa, un vero avvenimento.

L’idea di veder Garibaldi nel loro paese non era nuova nei cervelli inglesi, e fin dal 1862, e prima e dopo Aspromonte, a voce e per iscritto, vecchi e novelli amici gliene avevan più volte ripetuto l’invito. Il Generale però, pur protestandosi desiderosissimo di ringraziare in persona il popolo inglese per il grande patrocinio prestato in ogni tempo alla causa italiana, s’era sempre schermito dal prendere alcun impegno definitivo. E ciò non tanto per l’argomento della sua infermità, divenuto dopo Aspromonte, achilleo davvero, quanto perchè non si sentiva in fondo all’animo abbastanza tranquillo circa all’opportunità di quel viaggio che poteva vestire le apparenze d’una vanitosa questua d’onori, e risolversi, anche contro sua volontà, nel clamore d’un trionfo senza alcun beneficio per l’Italia.

Tuttavia, quando in sul finire del 1863 corse la notizia che il Generale poteva coll’appoggio d’un tenue bastoncello passeggiare francamente per l’Isola e che perciò quell’impedimento della salute, l’unico riconosciuto dagli Inglesi, era cessato; i fautori del viaggio gli furono novamente addosso con tanta concordia e tanta insistenza che non gli fu più possibile pagarli di risposte evasive, e gli convenne prendere un partito.

Nè si creda, come a taluno parve, che quei promotori o fautori fossero pochi ed oscuri. V’erano persone di tutti i ceti e di tutte le parti, Whigs e Tories, nobili e popolani, commercianti ed avvocati, segretari di Stato e membri del Parlamento, lordi scritti da secoli nel peerage e dame accolte ne’ penetrali più rigidi della società inglese; v’era tutto ciò che in un paese di libertà e di discussione forma, illumina e dirige l’opinione pubblica, se pure in quel caso l’opinione pubblica non era anticipatamente formata dal consenso istintivo del popolo intero.[258] Nè si vuol dire che queste persone fossero mosse da un solo pensiero; come suole accadere, i motivi personali si frammischiavano anche allora ai pubblici, ed è assai probabile che i sentimenti di simpatia all’Italia e d’ammirazione pel suo eroe non fossero le sole molle eccitatrici di tutto quell’entusiasmo. Così, a mo’ d’esempio, mentre i Whigs caldeggiavano il viaggio, perchè vi scorgevano un mezzo di accrescere la popolarità del Governo; i Tories lo favorivano per il motivo precisamente opposto, che il Ministero vi avrebbe trovato una certa cagione di triboli e di guai: così intanto che i radicali, i socialisti, i rivoluzionari, gli agitatori e i congiurati di tutte le cause e di tutte le patrie, di cui la metropoli era il grande asilo, sollecitavan la venuta di Garibaldi più per la speranza di farne uno strumento delle loro idee e un vessillifero delle loro imprese che per il desiderio di festeggiare la sua persona e rendere omaggio alle sue virtù, il popolo, scevro di secondi fini, lo desiderava ed aspettava ansiosamente solo per mirare in lui uno dei più nobili frutti del suo sangue; povero, semplice, ingenuo, figlio delle sue opere come lui: il marinaio divenuto redentore di popoli, e creatore di re.

Un dubbio solo restava a chiarire: fino a qual punto il Governo, rappresentato a que’ giorni dal Gabinetto Palmerston, gradisse quel viaggio e fosse disposto a favorirlo. Lord Palmerston infatti, richiesto a nome del Comitato per il ricevimento di Garibaldi (poichè un Comitato s’era già formato e lo presiedeva quello stesso signor Richardson che aveva istituito il Comitato per le manifestazioni garibaldine ai giorni d’Aspromonte), aveva manifestato intorno a quel disegno un aperto scontento, non già perchè fosse o amasse apparire freddo ammiratore del Generale, del quale pensava «che non avrebbe mosso un dito per recar disturbi all’Inghilterra;[259]» ma perchè non sapeva fino a qual segno l’agitazione popolare suscitata dalla sua venuta potesse trascorrere, nè in qual modo un’accoglienza anche semiufficiale potesse essere interpretata dai potentati, specie da Napoleone III, del quale, ardendo la contesa dano-germanica, apprezzava più che mai l’amicizia. Però resistette, traccheggiò, chiese proroghe, suscitò inciampi; e sol quando i membri del Comitato per il ricevimento gli fecero intendere che Garibaldi sarebbe venuto anche contro il suo consenso, mutò tattica e volse tutto il suo ingegno a fare in guisa che l’avvenimento ormai inevitabile gli tornasse più innocuo o meno pericoloso.

Fra i più entusiasti di quel viaggio v’erano certi signori Chambers di Liverpool, marito e moglie, entrambi devoti al Generale e per le cure prodigategli durante la sua infermità al Varignano ed a Pisa a lui singolarmente cari: egli, il marito, rispettabile tory, maggiore della milizia e colonnello dei Rifles Volunteers della sua contea, ma per l’indole flemmatica e aliena dalle brighe pubbliche assai più inclinato a secondare le voglie della moglie che a dirigerle; ella donna di scarse attrattive femminili, ma dotata in cambio di tutta la energia che mancava al marito, invasata da quello ardore d’apostolato che in molte donne della sua razza fa singolar contrasto collo spirito di famiglia e il culto della home, e che essendosi fitta in capo di condurre il Generale in Inghilterra s’era fatta oramai di quest’impresa, lo scopo supremo della sua volontà tenace e della sua febbrile operosità.

Ora, come tutto ciò era noto in Inghilterra, ad essi principalmente il Comitato del ricevimento affidò il mandato di riannodare la pratica del viaggio e di concertare tutto quanto fosse necessario alla sua effettuazione.

Però s’intende che essi, la signora principalmente, non si fecero pregare; giunsero in sullo scorcio di gennaio a Caprera, vi si insediarono senza cerimonie e posero tosto il Generale in un vero stato d’assedio. La signora Chambers non gli lasciava, staremmo per dire, un istante di tregua; gli entrava in camera, lo seguiva alla passeggiata, ne interrompeva i lavori, ne turbava le ore a lui più care della meditazione e della solitudine, e sempre e dappertutto per parlargli d’un argomento solo: il viaggio d’Inghilterra. Ora gli recava i giornali che pronosticavano il suo arrivo, ora gli mostrava lettere di questo o quell’Inglese che l’invitavano al viaggio, ora disputava, ora pregava, ora per convincerlo dipingeva con enfatici colori le accoglienze che lo attendevano: le contentezze della nobiltà; le gioie della city; l’entusiasmo del popolo. Il Generale però esitava sempre; sicchè può affermarsi che poche risoluzioni furono da lui più dibattute e ponderate di quella. Due dubbi principalmente gli battagliavano nell’animo e lo tenevano perplesso. Qual era il pensiero del Governo britannico intorno a quel suo viaggio; quale profitto avrebbe potuto ritrarne l’Italia? E poichè da un canto le esitanze del Palmerston duravano sempre, e dall’altro la parola d’ordine mandata alla signora Chambers era di togliere al viaggio qualsiasi colore politico e molto più rivoluzionario, così le due principali obbiezioni del Generale continuarono a restare lungamente intatte e i negoziati a non progredire d’un passo.