Sui primi di marzo però arrivarono all’infaticabile plenipotenziaria decisivi soccorsi. Dicemmo che Lord Palmerston, veduta l’impossibilità di scongiurare un avvenimento che ormai l’Inghilterra tutta voleva, aveva da quell’accorto uomo che era finito coll’acconciarvisi, riserbandosi soltanto di studiare co’ suoi amici il modo onde cansarne o almeno scemarne i probabili pericoli e i certi fastidi. E il modo fu ben presto trovato. Anzitutto per levare viemeglio dal viaggio ogni ombra d’intento politico si doveva propalare la voce, e non mancavano giornali all’uopo,[260] che il Generale, non per anco ristabilito dalla sua ferita, venisse solo in Inghilterra per cercare, in un clima diverso, un ristoro alla sua malferma salute; poscia importava fare in guisa che il Generale appena messo piede sul suolo britannico fosse circondato da tali persone e cadesse in tali mani che gl’impedissero, senza parere, qualsiasi scarto e, assopendolo tra le carezze e cingendolo di catene di rose, lo tenessero, a sua insaputa, prigioniero. Così fermato il disegno, l’esecuzione fu un portento di abilità e di esattezza. Il signor Seely, membro del Parlamento e insieme del Comitato promotore, cominciò ad accaparrarlo per la sua villa di Brook-House nell’isola di Wight, dove avrebbe potuto, diceva, rimettersi dai disagi del viaggio prima d’accingersi alla maggior fatica dell’ingresso in Londra; ma dove infatti era convenuto dovesse passare una specie di quarantena, la quale desse modo a’ suoi ospiti di scrutarne le intenzioni, catechizzarne lo spirito ed apparecchiarne il contorno. Nello stesso tempo il Duca di Sutherland gli scriveva per offrirgli la principesca ospitalità del suo palazzo di Stafford-House, più volte insistendo perchè non gli fosse negato tanto onore. Infine il signor Thornton Hunt, segretario, o uno dei segretari privati di Lord Palmerston, parlando in proprio nome, ma lasciando intendere che era certo d’interpretare i propositi del suo Ministro, toglieva su di sè di vincere quella che fin allora era stata una delle più forti obbiezioni del Generale, assicurandolo che il governo della Regina non poteva nutrire alcun sentimento avverso ad un fatto che non solo era voluto dalla grande maggioranza del popolo britannico, ma tendeva ad onorare una delle più schiette personificazioni del patriottismo e della virtù; certo, soggiungeva, non era quello il caso di parlare di accoglienze ufficiali; ma qualora tanto il Generale quanto i suoi amici si fossero studiati a spogliare la visita desiderata da ogni carattere politico, impedendo sopratutto che potesse mai degenerare in pretesto di agitazioni e di tumulti, egli, il signor Hunt, poteva quasi star mallevadore che così Lord Palmerston come i suoi colleghi sarebbero stati lietissimi d’incontrare dove che sia l’ospite onorato dall’Inghilterra, e associarsi come cittadini inglesi al meritato onore che la loro patria gli tributava.[261]
Al ricevere di questi iterati inviti, alla lettura di queste lettere, il Generale si diede per vinto; e non già perchè le offerte del signor Seely, o del Duca di Sutherland lo avessero sedotto o le dichiarazioni del segretario Hunt appagato: ma perchè dopo due anni di negoziati, di dispute, di lotte, egli pure era all’estremo delle sue forze; perchè una volta assicurato che al desiderio del popolo inglese s’associava il consenso del suo Governo, non avrebbe più potuto senza taccia di selvatichezza rispondere a tanta cortesia con un rifiuto; perchè se anco gli fosse impedito di bandire ai quattro venti quale fosse il vero ed ultimo scopo della sua visita e quali aiuti sperasse ritrarre a profitto della sua Italia, si lusingava tuttavia che non gli sarebbe o prima o poi mancata l’occasione di farlo intendere in segreto; perchè infine se non poteva propriamente definire in che quell’ultimo scopo avesse a consistere ed a quale impresa quegli aiuti dovessero servire, sperava sempre che da cosa nascesse cosa, e che in ogni caso le circostanze l’avrebbero ispirato e la fortuna come sempre soccorso.
Ed è questo un punto che nella storia di quest’episodio non va dimenticato. Garibaldi non aveva intorno al suo viaggio in Inghilterra alcun fermo e chiaro concetto: avrebbe voluto che non isterilisse in una vana mostra; ma in qual modo renderlo fecondo, egli pel primo sarebbe stato incapace ad affermare. Più volte infatti, interrogato da chi l’attorniava,[262] che cosa si farebbe in Inghilterra? dava risposte diverse e contradittorie: ora accennava in confuso all’idea di armar in qualche porto inglese uno o più bastimenti per muovere una disperata guerra di corsari contro l’Austria allora impegnata nel litigio danese; ora delineava vagamente progetti di spedizioni in Grecia o in Polonia; ora carezzava il disegno di raccogliere in Inghilterra denari ed armi per una futura impresa veneta; ed altre siffatte fantasticaggini. Delle quali fantasticaggini però era utile toccare per mettere in sodo fin da principio che nessuna libidine di popolarità, nessuna vanità di pompe e di trionfi spingeva l’eroe a quel pellegrinaggio; ma soltanto la speranza, vaga, annebbiata, finchè si voglia, di poter giovare un’altra volta, come si fosse, alla causa della patria sua, alla causa di tutti i popoli oppressi, per la quale andava, da circa trent’anni, apostolo armato pel mondo predicando e combattendo.
III.
Deciso il viaggio, in poche settimane ne furono apprestati i mezzi. Giusto un accordo preso tra i signori Chambers e il Comitato di Londra, un bastimento della Peninsular Oriental Company doveva passare a Caprera per prendere il Generale e tragittarlo a Malta, d’onde un altro della stessa Compagnia l’avrebbe poi trasportato in Inghilterra.[263] E così avvenne.
Il 21 aprile la Valletta gettava l’àncora nelle acque della Maddalena; poche ore dopo il Generale vi s’imbarcava. Lo accompagnavano il signor Chambers, i figli Menotti e Ricciotti, il dottor Basile, il signor Sanchez spagnuolo (destinato però a sbarcare a Gibilterra), Giovanni Basso e Giuseppe Guerzoni. Prima dell’imbrunire il piroscafo sferrò e nella sera del giorno 22 approdava nel porto della Valletta. E com’era a prevedersi, non appena corsa la nuova di quell’inaspettato arrivo, la città fu tutta a rumore; e Garibaldi cominciò tosto a saggiare le prime delizie di quelle ovazioni di cui tra poco il popolo inglese lo sazierà. Fortunatamente il Ripon, quel secondo vapore della Peninsulare che doveva portarlo in Inghilterra, arrivò; egli potè imbarcarvisi con tutti i suoi, e nella notte stessa del 23 ripigliare il suo viaggio. Il quale sino alla fine fu felicissimo, senz’altro di notevole che una fermata a Gibilterra, dove il Governatore del Capo, appena saputo l’arrivo del Generale, gli manda incontro ufficiali di terra e di mare, in grande uniforme, per ossequiarlo in suo nome ed invitarlo a scendere a terra. Ma il Generale, adducendo che il piroscafo era sulle mosse, si schermì cortesemente; e infatti prima che il sole di quel medesimo giorno 26 aprile fosse tramontato, il Ripon aveva già varcato lo stretto e dopo altri sei giorni di prospera navigazione gettava l’àncora nel porto di Southampton.
Quantunque piovesse a dirotto e fosse domenica, ciò nonostante un’immensa moltitudine di popolo, alla cui testa primeggiava il Mayor della città, stava ad attendere fino dalla mattina l’annunziato visitatore. Le campane suonavano a festa: i bastimenti ancorati nel porto avevano issato ai più alti pennoni le loro bandiere, e tutta la città era pavesata dagli intrecciati colori d’Italia e d’Inghilterra. Gran numero di cittadini erano accorsi da Londra e dalle terre vicine; e non appena il Ripon apparve all’imboccatura del Solten,[264] il Duca di Sutherland, il signor Seely, il signor Negretti ed altri Italiani, sopra un agile vaporetto di rimorchio gli erano mossi incontro. Pochi istanti dopo il Ripon entrava nel dock, e il Generale montato sul ponte salutò più volte col cappello la folla aspettante, la quale indovinatolo allo storico suo costume gli rispose con salve triplicate di fragorosissimi urrà. Intanto però che il Ripon manovrava per accostar lo scalo, il Duca di Sutherland, il signor Seely, e il signor Negretti montavano al suo bordo, impazienti, dicevano, di dare il benvenuto al Generale, che doveva essere loro ospite; in fatto premurosi di dare un principio d’esecuzione al disegno prestabilito d’isolarlo al più presto da ogni consorzio pericoloso e impadronirsene. Garibaldi non cercò più che tanto, e deliberato ormai a non far cosa che potesse sgradire a’ suoi ospiti, e in ogni caso a cattivarseli e vincerli colla dolcezza e la sottomissione, accettò senz’altro la graziosa offerta e si preparò a scendere a terra.[265]
Qui però confidiamo che il lettore non ci vorrà muovere rimprovero se gli risparmiamo un’altra volta la circostanziata narrazione delle accoglienze. In una storia in cui codesta sorta di trionfi occorre ad ogni passo e sovente con monotona somiglianza si rinnova, la parsimonia delle descrizioni ne par quasi un preciso dovere e tanto più in questo viaggio dove il gigantesco romano trionfo di Londra sta per riassumerli e vincerli tutti.
Accolto allo scalo dal Lord Mayor; condotto in una carrozza a quattro cavalli al Town-Hall e quivi convitato dal Mayor stesso a sontuoso banchetto, ricevute nel corso della giornata innumerevoli visite, udito al mattino vegnente l’indirizzo del Consiglio di città e rispostogli in uno stentato e lento, ma chiaro inglese che «la nazione britanna meritava la riconoscenza degli Italiani,» ricevute poco dopo le Deputazioni delle città di Bristol e di Newcastle, e d’altre Corporazioni e Comitati, passò finalmente nelle mani del signor Seely, il quale, rapitoselo sopra uno degli eleganti vaporetti che fanno il servizio dell’isola di Wight, se lo trafugò per viottole segrete nel suo Brook-House,[266] spaziosa e dorata muda, dove il leone prima di comparire in pubblico dovrà addestrarsi, per alquanti giorni, ad addolcire la voce ed ammorbidire le ugne.
A Brook-House il Generale doveva restare sinchè i preparativi del ricevimento di Londra fossero compiuti. Nè egli sembrava premuroso di abbreviare il termine del suo ritiro. L’ospitalità infatti del signor e della signora Seely, oltrechè splendida era sì amabile, e il recesso così ameno, e quel riposo così grato, che ogni uomo anche di gusti meno semplici e solitari di Garibaldi vi si sarebbe obbliato. Era però un ozio relativo. Il solo rispondere alle innumerevoli lettere d’invito, d’offerte, di augurii, di domande di ritratti, d’autografi e di capelli che da ogni angolo del Regno gli fioccavano, era una faccenda laboriosissima. Così le visite che era obbligato a fare nelle principali terre dell’Isola (notevole tra tutte l’accoglienza di Newport), s’alternavano con quelle che riceveva a Brook-House egli stesso; e quindi oggi il poeta Tennyson[267] e Lord Shafterbury; domani il signor Gladstone, Cancelliere dello Scacchiere, e Carlo Blind il celebre patriota tedesco; posdomani i signori Kinnaird ed Ashley membri del Parlamento, e Alessandro Herzen, l’ardente agitatore russo: un altro giorno infine Giuseppe Mazzini in persona, che il Generale stesso aveva desiderato vedere prima del suo arrivo in Londra, col quale s’abbracciava affettuosamente e restava in lungo segreto colloquio.