La più geniale però di tutte quelle occupazioni fu la rivista all’arsenale di Portsmouth. Invitatovi dallo stesso ammiraglio Seymour, comandante di quella stazione navale, trasportato da Cowes a Portsmouth sul yacht ammiraglio Fire Queen, comandato dal capitano Scott, un avanzo di Trafalgar; incontrato all’ingresso del porto dalle lancie di tutti i comandanti della squadra e da grandissima folla di cittadini; condotto a visitare minutamente ogni punto del grandioso stabilimento e cantieri, e officine, e scuole di marina, gli è alla fine, sul Royal Sovereign, offerto il grandioso spettacolo di una gara al bersaglio con cannoni Armstrong di 300 libbre, nuovissimi allora, seguíto tosto da evoluzioni e manovre a fuoco di tutta la squadra.[268]
IV.
Frattanto il giorno destinato al solenne ingresso in Londra era giunto, e la mattina dell’11 aprile, giusta il convenuto, Garibaldi s’imbarca col signor Seely, i signori Chambers, i figli e gli altri suoi compagni di viaggio per Southampton, d’onde in sul mezzogiorno un treno apposito, al tuonar del cannone, allo squillar delle campane, lo trasportava con velocità inglese verso la grande metropoli.
Anche Londra però erasi degnamente preparata a riceverlo. Era stato stabilito che il Generale smonterebbe alla stazione di Nine Elms, ove sarebbe ricevuto dai membri del Comitato promotore, dai Delegati degli operai e della Colonia italiana; che fuori della stazione lo attenderebbero schierate per scortarlo, ciascuna colle sue musiche e i suoi gonfaloni, le corporazioni principali della città, tra le altre quelle della Soutwark Temperance, dei Foresters, degli Old Fellows; dei Temperance Sons of Phenix, degli Old Friends, e della Legione inglese Garibaldi nel 1860; che di là monterebbe nella carrozza a tiro a quattro del Duca di Sutherland e per Wandsworth Road, Miles, Brough, New Bridge-Street, Upper-Kennington, Lane, Kennington-Road, Westminster-Bridge-Road, Westminster-Bridge, Parliament Street, Charing Cross e Pall-Mall, procederebbe, processionalmente, fino a Stafford-House. Quantunque però fosse stato annunziato che egli non arriverebbe a Nine Elms se non verso le due del pomeriggio, tutte le strade d’onde doveva passare brulicavano, fin dalle prime ore del mattino, d’una folla immensa, multiforme, rumorosa, che veniva crescendo, ad ogni istante, incalzando, accavallandosi, allagando le piazze e le vie, stipando i palchi eretti espressamente lungo il passaggio, rigurgitando dalle finestre, spuntando dagli abbaini, arrampicandosi sui tetti, penzolando dagli alberi, vivente oceano di teste che faceva ondeggiare all’occhio, case, monumenti, torri, ponti, giardini, e pareva quasi subissarli.
Finalmente, poco dopo le due, un lungo fischio e un subitaneo e più violento mareggiare della folla annunziava che il treno tanto aspettato entrava in stazione. Garibaldi ne scese tosto, e uditi gl’indirizzi delle Deputazioni, ricevuti gli omaggi d’un’eletta di spettatori e spettatrici, raccolta sotto un ricco padiglione, che l’apostrofava co’ più teneri ed eroici nomi e «Dio vi benedica, benvenuto nel paese della libertà» e «Benvenuto l’eroe italiano,» riuscì finalmente, non senza stento per la fitta calca che ne assiepava le porte, a uscir dalla stazione ed a montare nella carrozza designatagli. E qui accadde un fatto straordinario, il più straordinario forse fra i mille di quella giornata. Tutta quella moltitudine che dianzi fiotteggiava e sordamente mugghiava come un mare gonfiato dai primi soffi della bufera, all’apparire di Garibaldi sulla carrozza, fosse il pittoresco ed insolito costume, fosse la nuova meraviglia di quella superba testa leonina, nella quale la natura pareva essersi compiaciuta a fondere insieme tutti i tratti della forza e della bellezza; tutta, dicevamo, quella tempestosa e sterminata moltitudine, s’abbonacciò a un tratto e per alcuni secondi restò davanti a quella inattesa apparizione, estatica, muta, quasi pietrificata, come se avesse veduto balzar di sotterra all’improvviso, il biondo e capelluto fantasma d’uno de’ leggendari eroi d’Engisto e d’Horsa, cari ad Odino ed a Thor. Ma fu, come dicemmo, un attimo, chè subito dopo, scossa la istantanea malía, quella stessa moltitudine esalò dall’immane petto tale un ruggito, tale un iato, non sapremmo dire, se di tripudio, d’ammirazione o d’amore, da far correre un brivido per le vene ai più, e lasciar a sua volta lo stesso Garibaldi sbalordito per un istante ed esterrefatto.
Allora cominciò lo sfilare delle corporazioni e delle rappresentanze; finita la sfilata, il corteo si mosse e si vide un nuovo spettacolo.[269] Migliaia di braccia s’agitavano; migliaia di fazzoletti sventolavano; migliaia di cappelli salutavano; migliaia di mani applaudivano; migliaia e migliaia di bocche gridavano co’ più svariati accenti, co’ più fantastici attributi, un nome solo: Garibaldi. La processione delle corporazioni che aprivano la marcia, arrestata a ogni passo dalla piena, avanzava lentamente; ancora più lentamente la carrozza del Generale. In taluni luoghi la stipa era tale che la carozza, incastrata entro un serraglio di corpi umani, non poteva nè avanzare nè retrocedere. E in mezzo a tutto ciò due meraviglie, una per gl’Inglesi: la serenità olimpica di Garibaldi; un’altra per il forestiere: l’ordine perfetto, nel disordine immane di tutta quella folla babilonica, mantenuto da pochi policemen senz’armi. Dire i saluti a cui ha risposto, i baci che ha restituito, le strette di mano che ha barattate il Generale sarebbe impossibile: basti che dopo poche ore le sue mani, il suo volto, il suo mantello erano tutti tigrati di macchie nerastre come fosse uscito appena da una fucina o da una miniera. A un certo punto, presso Westminster, una subitanea rotta della fiumana popolare divide il Generale dalle corporazioni, ond’eccolo tagliato fuori dal suo corteo e prigioniero d’un popolo nuovo, ma non meno infanatichito, che a somiglianza del primo lo assale, lo serra, lo pigia, vuol parlargli e farlo parlare; lo assorda colle sue voci, lo soffoca ne’ suoi amplessi, lo ucciderebbe fors’anco, se l’opportuno intervenire di due o tre policemen non lo liberasse a tempo da quelle strette d’amore delirante, e non aprissero, in quel gigantesco ginepraio di mani e di braccia, un breve spiraglio per cui potere proseguire. Quando a Dio piacque infatti il convoglio potè ravviarsi: passò Westminster-Bridge, passò Trafalgar-Square, dove la base della colonna di Nelson, fitta di spettatori, sembrava un piedestallo di statue viventi, ed entrò in Pall-Mall; ma in quel punto, circa le sette e mezzo, l’ultimo raggio di sole si nascondeva nel lenzuolo di nebbia delle sere britanniche, e pochi istanti dopo carrozze, bandiere, rappresentanze, spettatori e Garibaldi non erano più che una torbida fantasmagoria d’ombre confuse che s’agitavano nella caliginosa opacità della notte imminente. Ma ciò non ostante il popolo continuava ancora a seguire, a gridare, a segnare a dito Garibaldi, indovinandolo coll’istinto, salutando il suo mantello grigio che solo spiccava ancora nelle tenebre. Finalmente l’architettonica massa di Stafford-House spuntò: la folla raccolta sullo square, tra preghiere, ammonimenti, spinte, fece quel tanto di largo che permettesse alla carrozza d’entrare la grande cancellata del palazzo e colà finalmente il Generale potè mettere piede a terra. Un tappeto di porpora era steso dall’atrio allo scalone, a’ piedi del quale attendeva con gran corteo di gentiluomini e di dame la bella Duchessa di Sutherland; Garibaldi s’avanzò verso di lei con passo lento ma fermo; ne ricevette il benvenuto, ne sfiorò colla sua destra, affumicata dal contatto di tutto il catrame di Londra, la candida mano, e lasciando delusa la moltitudine che ancora s’ostinava a volerlo rivedere, sparì nei penetrali della principesca dimora. Sei ore da Nine-Elms a Stafford-House; sei ore per cinque miglia: un mezzo milione di spettatori accalcati sulla via del passaggio; una piena di popolo quale non vide l’esercito inglese reduce da Crimea, erano le parole che correvano su tutte le labbra alla fine di quella memorabile giornata e ne riepilogavano la meraviglia.
V.
All’indomani Garibaldi parve riposato, ma cominciarono allora le sue dodici fatiche. Come però non è questa una storia aneddotica e il descriverle tutte, episodio per episodio, particolare per particolare, richiederebbe, senza iperbole, un volume, così ne restringeremo il racconto in rapidissimi tocchi.
Il 12 di buon mattino ascolta un indirizzo degli abitanti del quartiere di San Pancrazio, santo a lui memorabile; visita più tardi a Chiswick la Duchessa madre di Sutherland; dove incontra Lord Russell, Lord Granville, il duca e la duchessa d’Argyll, il conte e la contessa di Clarendon, il signore e la signora Gladstone e durante la colazione la banda del secondo reggimento delle Life Guards gli suona il suo inno. Sul pomeriggio altra visita a Lord Palmerston, col quale si trattiene in segreto oltre un’ora, e la sera banchetto, ricevimenti e discorsi ancora.
Il 13 mattina rivista all’arsenale di Woolwich, dove impennatisi i cavalli gli operai dello stabilimento trascinano la sua carrozza a forza di braccia; nella sera banchetto di quaranta coperti dal duca di Sutherland, e subito dopo solenne ricevimento, durante il quale il Generale, seduto sopra una specie di trono nella gran sala degli Staffords, vede sfilargli davanti la più antica e più pura nobiltà di Brettagna e di Scozia.