Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le rivoluzioni e di tutte le guerre.

E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col nome.

Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord Palmerston nella Camera dei Comuni,[277] diceva che «qualunque governo forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti saputa, sottintesa e creduta.

Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo, un silenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere il proprio scontento.

Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore, ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania, canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.

Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278] considerato da un canto la necessità di tagliar corto ad un’agitazione fino allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche, in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.

VII.

E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico, quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16 infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson, medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato; i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso, si sarebbero tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare portandoselo via sul suo velocissimo yacht; e tutto sarebbe riuscito al suo fine senza scandali e senza compromissioni.

Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non avrebbero potuto affrontare.»

Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire: tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi ospiti e frequentatori.