Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale. Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo collega il signor Seely, scrisse risolutamente che, viste le miserande condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.[279]»

La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quanti gli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò, e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland, del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280] del Generale, ebbe con questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti. Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse, sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti; sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto mestieri.

Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come in un lampo tutta la situazione. Più il signor Gladstone si studiava a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare, e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai. Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»

Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi restarono alquanto sconcertati.

Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282] irretito, fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori Duca di Sutherland e Seely inviavano al Times le tre lettere del dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe, precisandone persino il giorno ed il modo:

«All’Editore del Times.

»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi all’editore del Times e gli trasmettono copia delle lettere ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario del generale Garibaldi.

»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra venerdì mattina. S’imbarcherà sul yacht del Duca di Sutherland, il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»

VIII.

Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi; di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda garibaldina, lodavano il Generale d’esservisi arreso; gli avversi al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.