Il 5 maggio, data a quel viaggiatore memorabile, ritraversava lo Stretto di Gibilterra, e dopo altri quattro giorni di fausta navigazione, il 9 dello stesso mese, egli afferrava finalmente il porticciuolo della sua diletta Caprera, d’onde quarantaquattro giorni prima era salpato pieno di illusioni e di speranze, dove tornava non sapremmo più dire se scontento dei disinganni patiti, o felice della pace e della libertà che stava per riacquistare.
Da quel viaggio, in verità, Garibaldi aveva raccolti onori quali e quanti nessun uomo aveva mai conseguiti in quel paese, ma un frutto sostanziale, un aiuto anche indiretto, un beneficio anche remoto non l’aveva raccolto.
Aiutare la Polonia, sommovere il Veneto, intraprendere una guerra di corsa contro l’Austria, con danari, armi e bastimenti inglesi, erano stati i tre fini nascosti, vaghi ancora quanto ai mezzi, fermi quanto all’intento, che l’avevano spinto a quel faticoso pellegrinaggio, e sappiamo oramai che nessuno di quei tre fini gli riuscì. Un giornalista francese scrisse a quei medesimi giorni che «gli Inglesi impinzarono Garibaldi di plum puddings di turtle’s soups e di sandwiches, ma che quanto al suo milione di fucili non gli diedero un soldo,[292]» e non sapremmo negare che la frase contenga, malgrado la forma triviale, gran parte di vero. Garibaldi ottenne tutto dal popolo inglese; tutto fuori di quello che più gli stava a cuore; sebbene convenga soggiungere ad onor suo che egli non chiese nulla. Fin dai suoi primi passi sul suolo britannico, aiutato da quell’istinto che spesse volte s’addormentava nel suo spirito, ma che svegliatosi gli teneva luogo di genio, s’accorse immantinente che qualunque parola anche remotamente allusiva a imprese rivoluzionarie non solo non avrebbe trovato ascolto in quel paese, per indole e per istoria positivista e utilitario, ma gli avrebbe, quasi di colpo, alienata quella pubblica opinione che era del massimo suo interesse serbarsi amica. Però ingoiò ogni parola ardente che gli potesse ricorrere alle labbra, chiuse in fondo al petto le sue patriottiche speranze e i suoi belligeri disegni; imparò subito la parte di ospite soddisfatto, di commensale compiacente, di Eroe cerimonioso, che gli veniva con tanto garbo imposta, e lasciò anche quella volta che la vecchia sua fortuna decidesse di lui. I suoi ospiti, d’altra parte, prima lo assordarono d’applausi, lo ingozzarono di pranzi, lo soffocarono di doni, lo tempestarono di brindisi, di indirizzi e di poesie, lo menarono di qua, di là, di su, di giù, dove loro piacque, mostrandolo su tutti i palchi e in tutte le fiere, come il fenomeno vivente, e la great attraction dell’ultima moda; poi, quando ne furono satolli e ristucchi, lo pregarono gentilmente d’andarsene, ed egli se n’andò.
Se n’andò; e noi, confessiamo il vero, preferiamo ancora questo Garibaldi che s’adatta docilmente alla maschera dell’ingenuo e del compiacente, e pur vedendo le grosse panie tese intorno a lui, le rispetta e le compatisce, ad un altro Garibaldi qualsiasi che per raggiungere fini impossibili avesse usato del suo prestigio e della sua popolarità a mandar sossopra il paese che lo accoglieva, il quale poi, e a dir tutto, se aveva il dovere di parlar più schiettamente all’eroe che andava con tanto abbandono ad assidersi a’ suoi focolari, non ne aveva però alcuno di farsi paladino della sua politica e di seguirlo nelle sue avventure.
X.
Garibaldi però non rimaneva a lungo nella sua isola. Il 19 di giugno collo stesso vapore con cui era giunto d’Inghilterra e che il Duca di Sutherland, dopo un giro in Oriente, aveva rinviato nelle acque di Caprera a disposizione del Generale, questi approdava improvvisamente nell’isola d’Ischia, prendendo stanza in Casamicciola presso un suo amico.[293] Pretesto, come al solito, il bisogno di curare in quelle terme salutari la sua artritide: ragion vera un progetto di spedizione in Oriente, di cui erano state segnate, durante il viaggio d’Inghilterra, testè lungamente narrato, le prime linee.
Ma qui pure ci troviamo tra le mani un’aggrovigliata matassa della quale non ci è possibile sbrogliare i fili senza rifarci parecchi mesi addietro e ripassar nuovamente la Manica. È noto che Vittorio Emanuele non ebbe mai grande tenerezza per la formola «il Re regna e non governa.» Scrupoloso de’ suoi doveri, ma geloso de’ suoi diritti; infiammato dell’alto orgoglio di non essere soltanto nella grande impresa commessagli dalla Provvidenza un simbolo vano od un gonfaloniere passivo, ma un artefice operoso ed un utile combattente; unico forse tra i Principi costituzionali, se non lo uguaglia il Taciturno, che in tempi procellosi abbia saputo conciliare la tutela delle prerogative regie colla osservanza delle libertà popolari; egli non credeva venir meno alla costituzione giurata, se partecipava un po’ più che astrattamente alla politica del suo Stato e dentro i termini della legge faceva sentire l’influsso del suo pensiero e qualche volta il peso della sua volontà. Da ciò quindi quella che fu chiamata la politica segreta o personale di Vittorio Emanuele; da ciò quella nomea di Re cospiratore a cui ogni nuova lettera che si pubblichi di lui aggiunge un documento; da ciò infine quell’ordito sottile d’intrighi, di complotti, di congiure mazziniane, garibaldine, regie, italiane, polacche, ungheresi, rumene, serpeggiante come una vegetazione spuria nelle pagine della storia palese, che sorprende il più delle volte ed arresta lo storico, e gli impedisce di scrutare e conoscere fino al fondo la verità, od anco conosciutala di scoprirla e proclamarla tutta quanta. E così dicasi ora dell’episodio d’Ischia.
Vittorio Emanuele, dopo aver fino al 1862 cospirato a modo suo con tutti coloro che accettavano di far l’Italia con lui, nel 1863 fa l’ultimo passo a cui un re possa giungere, e si risolve a cospirare anche con colui che gli diceva apertamente di volerla fare contro di lui: con Giuseppe Mazzini. In un libro recente[294] questa pagina dei rapporti segreti tra Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini fu, non potremmo dire se fedelmente, certo diffusamente scritta, e il lettore potrà attingere di colà più ampi particolari. Al nostro racconto basta il rammentarne questo solo: che per oltre un anno Re e Tribuno continuarono a carteggiare segretamente fra loro, ed a dibattere in vario senso, per mezzo di confidenti e di cifrari, progetti d’insurrezioni nella Venezia, nella Polonia, nella Gallizia, nell’Ungheria, nei Principati, senza però riuscire ad intendersi mai. Nè lo potevano. Mentre infatti il Mazzini voleva che la rivoluzione veneta precedesse, come scintilla all’incendio, tutte le altre, e che il Governo italiano se ne facesse complice e aiutatore; Vittorio Emanuele rifuggiva da idea siffatta; dichiarava che qualsiasi tentativo di simil genere l’avrebbe non solo abbandonato, ma represso, e consentiva soltanto a secondare copertamente i moti progettati della Gallizia, dell’Ungheria e dei Principati, dei quali però non s’impegnava a profittare «se non quando prendessero tali proporzioni da tenere fortemente occupata l’Austria e da permettere all’esercito italiano di tentare l’impresa comune con probabilità di riuscita.[295]»
Erano, come ognun vede, due concetti totalmente opposti e destinati a non incontrarsi mai. Mazzini mirava a farsi stromento della monarchia, e Vittorio Emanuele della rivoluzione: entrambi volevano la stessa impresa, ma nessuno de’ due intendeva rinunciare all’altro il diritto e l’onore di compierla; entrambi eran guidati dallo stesso fine, ma nel mentre il tribuno, responsabile soltanto del credito d’un partito, era pronto a giuocare tutto su una carta; il Re, mallevadore della sorte d’un’intera Nazione, era deciso a non rischiare nulla all’azzardo; disposto bensì ad accettare od affrettare l’opportunità come e d’onde che sia; ma col fermo proposito di tenersi sempre libero di giovarsene o di ripudiarla a sua posta, e di respingerne da sè e dall’Italia la responsabilità.
È vero che in una seconda fase delle trattative[296] Mazzini aveva acconsentito anche a posporre il moto veneto al galliziano a patto soltanto che gli si fosse lasciata preparare una introduzione d’armi pel Veneto; ma il Re, risoluto più che mai a non impegnarsi in cosa alcuna che potesse compromettere l’Italia e scemare la libertà d’azione del suo governo, ricusò anche questo patto; sicchè non corse molto tempo che ogni negoziato fra i due illustri cospiratori andò rotto per sempre.[297]