Rotti i negoziati, ma non abbandonata l’idea. Vittorio Emanuele non voleva rinunciare a quella sua chimera, forse troppo favorita, dell’insurrezione galliziana; e, sia che la credesse un mezzo, come pensò taluno, d’allontanare dall’Italia i più torbidi elementi; sia che vi intravedesse davvero una opportunità ed una leva, la leva tanto desiderata della nuova riscossa italiana, n’aveva fatto da due anni uno dei punti di mira della sua politica segreta. Però mentre ne carteggiava col Mazzini, ne trattava insieme col Klapka e col Türr, capi del Governo insurrezionale ungherese, ne cospirava con altri suoi agenti secondari a Costantinopoli, a Belgrado, a Bukarest, e finalmente, verso la metà d’aprile, proprio ne’ medesimi giorni in cui il Generale arrivava in Inghilterra, risolveva d’aprirsene anche con lui. Infatti verso il 15 d’aprile arrivava a Londra certo signor Porcelli, uno degli emissari segreti del Re, coll’incarico da lui di esporre al Generale il progetto galliziano, e promettergli, se acconsentisse, tutti gli aiuti che potesse desiderare. Il Generale però cansò dal dare una risposta immediata e decisiva, e ciò tanto più che per un progetto quasi consimile era già impegnato col Comitato insurrezionale polacco residente in Londra presieduto da certo Borzilawski e in relazione col Mazzini. Scorsi però quattro o cinque giorni arrivò d’Italia, con un mandato quasi consimile, un messaggiero anche più importante, il generale Klapka in persona, e poichè Garibaldi era già a Clifden Park, la visita tra i due famosi soldati avvenne colà. Quel che siansi detto, nè noi, nè alcun altro saprebbe affermare, poichè restarono chiusi in camera e soli;[298] ma non è difficile l’indovinarlo. L’argomento del loro discorso fu certo l’insurrezione galliziana, della quale il Klapka, per desiderio del Re, era destinato ad essere uno dei capi.[299] Anche in quel giorno però crediamo che nulla da veruna parte siasi definitivamente stabilito; e in questa credenza ci rafferma il fatto che il Klapka non era beneviso alla parte rivoluzionaria degli Ungheresi e dei Polacchi, coi quali Garibaldi teneva sempre corrispondenza e che stimava imprudente, almeno per allora, lo scontentare.[300]

Intanto al partire del Generale dall’Inghilterra ecco press’a poco la situazione; press’a poco, perchè in tutte le congiure, massime in quella che aveva per campo mezza Europa, v’è sempre una parte misteriosa, cangiante e, ci si perdoni la frase, volatile, che nessuno può cogliere con sicurezza e fissare.

Mazzini, in rotta momentanea col Re, ma in pace momentanea con Garibaldi, anima del Centro rivoluzionario polacco-ungherese del Borzylawski e in rapporto con tutti i Comitati rivoluzionari immaginabili, che predica, e, come dice egli, prepara la sommossa veneta, prima se possibile, dopo se non lo è, di quella galliziana; ma in ogni caso, insurrezione entro l’anno dappertutto, ad ogni costo, col Re, con Garibaldi, col Klapka, con tutti.

Il Re, che vuole il moto serbo-ungherese-galliziano anteriore al veneto, cospira per questo col Klapka, col Türr, con Garibaldi, pronto, come vedremo tra poco, a cospirare di nuovo col Mazzini e co’ suoi, se convenivano nelle sue idee, e accettavano la sua disciplina.

Klapka, che promette il moto galliziano-ungherese a patto che non sia guastato con conati intempestivi, nè caschi in mani rivoluzionarie. Il Comitato rivoluzionario magiaro-polacco, che promette la stessa cosa a patto che non ne sia affidato il comando a Klapka; Garibaldi finalmente pronto a tutto, amico di tutti, legato insieme con Vittorio Emanuele, con Mazzini, col Borzylawski, con chicchessia, indifferente a cominciare dalla Venezia o dall’Ungheria, dalla Serbia o dalla Gallizia, purchè si cominciasse; e compendio e conclusione di tutto quest’agitarsi di tanti cuori generosi e di tanti nobili spiriti, un’ombra trattata come cosa salda; un tesoro negli spazi immaginari speso per realtà; una enorme cambiale d’eroismo e di sangue tratta sulla vita di ben dieci milioni d’uomini, ma che nessuno ha fino allora accettata; insomma una rivoluzione, certa, infallibile, europea, a cui nulla oramai mancava, fuorchè una cosa insignificante: i popoli che la facessero.

XI.

Ma in sullo scorcio di maggio l’intrigo cominciò ad arruffarsi ancora più. Il Re si metteva in corrispondenza col Comitato rivoluzionario polacco di Londra (quindi indirettamente col Mazzini) e ne approvava tutte le proposte; conveniva con lui di sollecitare il moto ungherese-galliziano, escludendone affatto il Klapka e il Türr, fermo il comando supremo a Garibaldi; metteva in comunicazione il Plenipotenziario del Comitato (signor Bulewsky) col suo ministro dell’Interno (allora Ubaldino Peruzzi); s’impegnava a fornire l’erario dell’impresa e intanto ne sborsava i primi fondi; consentiva che in Italia si ordinassero i primi quadri del Corpo spedizionario e prometteva d’inviarlo a sue spese in Moldavia, ed altre concessioni e soccorsi.[301]

Intanto però che il Re stringeva questi accordi, coll’Emigrazione polacco-ungherese, quindi, giova ripeterlo, col Mazzini stesso, che n’era la mente, fosse diffidenza de’ suoi nuovi soci, fosse istinto di autorità o bisogno di far da sè, fosse il gusto di cospirare anche nella cospirazione, il fatto è ch’egli, all’insaputa così del Mazzini, come del Bulewsky, avviava segretamente col Garibaldi un’altro complotto che invece di assicurare l’esito della progettata impresa, riuscì, come vedremo tra poco, al fine precisamente opposto, di farla tramontare per sempre.

Infatti quel signor Porcelli che vedemmo comparire a Londra, incaricato di aprire a Garibaldi le prime intenzioni del Re intorno al moto galliziano, eccolo circa alla metà di maggio riapparire a Caprera, abboccarsi in segreto col Generale, ripartirne tosto, ma per tornar subito dopo col postale successivo, e così di seguito per due o tre volte, e sempre con aria, fin troppo, di mistero e di congiura. Contemporaneamente il Re, questo pure bisogna notare, incaricava Bixio, allora comandante il campo di San Maurizio, di interrogare il signor Accossato di Genova se, dati certi eventi, avrebbe potuto tenere a disposizione del Re uno o due de’ suoi vapori;[302] mentre poi, quasi ne’ medesimi giorni, si vedeva il Duca di Sutherland, reduce dalla sua corsa in Oriente, approdare a Caprera, lasciarvi il suo yacht, ripartirne per Torino, dov’era ricevuto dal Re, correre al Campo di San Maurizio, esservi onorato dal Bixio d’onori fin anco eccessivi,[303] e come epilogo e chiave insieme di tutti questi fatti il generale Garibaldi imbarcarsi, come dicemmo, sul piroscafo del Sutherland e partire per Ischia.

Tuttavia per alcuni giorni, nè della cagione di tutto quel sordo andirivieni, nè della mèta ultima dell’escursione ad Ischia nulla era trapelato per anco. Il Generale fin dal primo nascere di quell’arruffio austro-orientale s’era chiuso nel più geloso silenzio, e, tranne qualche parola sfuggitagli con Menotti, non aveva svelato ad anima viva la novella trama a cui, insieme con Vittorio Emanuele, stava lavorando.