Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione, il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy pronto, a Bukarest, ad entrare in Ungheria con una mano d’Ungheresi e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe, come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti; se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco, fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria medesima.»
«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»
Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304] e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia, dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il 12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte, il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola, il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e si trattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e libero ciascuno di tornare alle proprie case?
Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel mutamento così repentino e inopinato?
Il Diritto del 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa sedicente protesta.
«Domenica, 10 luglio 1864.
»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305] convinti:
»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;
»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;