»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:
»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»
Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesi ipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son morte.
Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306] e stesse spiando uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.
Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa, corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di tutti il suo segretario Guerzoni, che n’era invece più di tutti non che innocente affatto inconsapevole.[307] Pochi giorni di riflessione però bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza, diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi, nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero, o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo. Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni, tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte «chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto cuore d’abbandonarlo.
Fortunatamente a cessare per lui e per l’Italia questo pericolo venne la lettera di Vittorio Emanuele, e il dì appresso, 14 luglio, Garibaldi, cupo, triste, aggrondato, ripartiva sullo Zuavo di Palestro per la sua Caprera, null’altro portando seco del gran fuoco artificiale di Londra e del tizzone passionatamente covato d’Ischia, che un pugno di cenere; la cenere amara di due sogni distrutti.
XII.
Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato italiani.
Questo concetto, che trent’anni fa poteva parere poco meno che una utopía, fu, staremo per dire, vaticinato nel 1848 da Pellegrino Rossi in una delle sue tre celebri lettere da Roma, che morte repentina gli impedì di pubblicare;[308] ripreso nel 1858 dal conte di Cavour, che tentava pel primo farne oggetto di diplomatiche trattative, fu di nuovo enunciato da lui nel Parlamento del 1861 come un’eventualità non lontana e nell’anno stesso, mercè la fida e ascoltata parola di Alfonso La Marmora che n’era sempre stato caldo favoreggiatore, insinuato per la prima volta nella Corte di Berlino, dove il solo nome d’Italia metteva tuttora il ribrezzo d’una befana.[309]
Quanto poi al 1866, nessuno che abbia letto i documenti di quell’anno potrà negare oramai che una gran parte del merito della conchiusa alleanza non ispetti al generale La Marmora. Il Bismarck fu il primo a concepirne il disegno e intavolarne i negoziati, e non gli torremo questo vanto; a patto però che non si neghi al La Marmora l’altro non minore d’aver prontamente afferrata la mano che, ancora esitando, gli era stesa, e soprattutto d’essere rimasto fedele ai patti stipulati anche quando l’alleato col suo contegno, e l’avversario colle sue offerte, lo tentavano a violarli.