Furono la sua coerenza, la sua fermezza, la sua lealtà, non disgiunta in taluni istanti da molta prudenza ed accortezza, che condussero in porto quella nave respinta, in sulle prime, da tanti venti, e che abbandonata un giorno dallo stesso suo maggior pilota, per poco mancò di naufragare. Se il generale La Marmora col mettere risolutamente l’Imperatore de’ Francesi nelle confidenze del trattato non ne avesse assicurata all’Italia ed alla Prussia l’amichevole neutralità, non sappiamo se il conte di Bismarck sarebbe riuscito da solo a condurre a termine un disegno di cui la Francia aveva tanta ragione d’adombrarsi; se quando l’Austria propose il disarmo simultaneo (21 aprile) e la Prussia l’accettò, e Napoleone III lo consigliava, l’Italia non avesse risposto accelerando i suoi armamenti, non è ben certo con quale altra carta il conte di Bismarck avrebbe potuto rimettere la partita pericolante; se infine, anche essendone giustificato dalle ambiguità del suo alleato,[310] il La Marmora avesse consentito alle proposte di cessione della Venezia, fattegli dall’Austria per mezzo di Napoleone III, a sola condizione di restare neutrale nella lotta imminente fra i due Potentati tedeschi, ognuno intende che non solo della lega italo-prussiana non restava più nemmeno la memoria, ma assai probabilmente la vittoria di Sadowa si sarebbe compiaciuta di volare sotto altre bandiere. E dicasi pure che il rifiuto del generale La Marmora non fu, insomma, che il semplice adempimento d’un volgare dovere; resta tuttavia a sapersi quali interpretazioni avrebbe dato ad un siffatto dovere il Machiavelli prussiano se per avventura l’Austria gli avesse fatto offrire di ritirarsi in perpetuo dalla Confederazione germanica, a patto solo di lasciarla scapriccire in Italia. Assai probabilmente l’uomo che ci offriva la sua amicizia, e ratificava poco dopo i preliminari di Gastein, che interpretava il Trattato dell’8 aprile obbligatorio soltanto per l’Italia e si rifiutava di impegnare la Prussia a soccorrerci nel caso che l’Austria ci assalisse; che aveva sempre considerato la questione di Venezia «come una carta da giuocare,» buona a puntarsi così contro l’Austria per amicarsi l’Italia, come contro l’Italia per ingraziarsi l’Austria; assai probabilmente, diciamo, un uomo siffatto si sarebbe intascato il lauto e gratuito compenso, lasciando solo nelle peste il dabbene alleato, fra l’ammirazione ancora più probabile di tutti i volghi cui non sarebbe parso vero di gridare lui genio portentoso della politica e il gabbato ministro italiano un povero gonzo!... Onore ad Alfonso La Marmora, che preferì per sè il rischio d’una reputazione perpetua di dabbenaggine e per la patria sua le alee cimentose ma onorate d’un’amicizia non bene saldata e d’una guerra sempre ardua, al marchio, che nessuna gloria avrebbe scancellato e nessun guadagno riscattato, di mancatore di fede.

XIII.

Gli avvenimenti frattanto erano corsi colla rapidità delle cose che hanno in sè stesse il loro impulso e la loro ragione. Il 6 marzo pervenivano a Firenze le proposte dell’alleanza prussiana; il 7 il generale Govone partiva per Berlino, latore delle controproposte del La Marmora: l’8 d’aprile il Trattato offensivo e difensivo era conchiuso: dal 12 al 27 aprile tutte le disposizioni preparatorie della mobilitazione erano state prese: il 27 veniva incorporata la seconda categoria della classe 1844: il 28 decretato il richiamo delle due classi in congedo, e la formazione dei depositi: in sui primi di maggio l’esercito veniva ordinato e mobilitato in sedici divisioni attive e quattro Corpi d’armata, che andavano concentrandosi tra Cremona, Piacenza, Bologna: finalmente il 6 maggio era decretata la formazione di cinque reggimenti di Volontari, il comando dei quali era commesso al generale Garibaldi; stabiliti i depositi a Como ed a Bari, aperti nel 14 dello stesso mese gli arruolamenti.

La lode schietta però che la storia deve tributare al generale La Marmora ed al suo Ministero della Guerra per la rapidità con cui in breve tempo, e malgrado la necessità di serbare in sul principio il segreto, fece passare l’esercito (indebolito dalla smania intermittente delle economie e mancante persino dell’ultima sua classe) dal piede di pace al piede di guerra, portandolo in poche settimane, sufficientemente istruito e provvisto, sulle prime linee d’operazione, quella lode, diciamo, non gli potrà esser concessa, nè per il modo con cui provvide all’armamento della flotta, nè per l’indugio che frappose all’ordinamento dei Volontari.

E lasciando a cui ne spetti il doloroso assunto di parlare dell’armata, ecco quale fu la condotta del Governo verso i Volontari.

Nell’opera ufficiale la Campagna del 1866 in Italia, si legge: «L’idea della formazione dei Corpi volontari si presentò al Ministero sino dai primi indizi di guerra come questione risolta di sua natura. Se non che le considerazioni che lo avevano trattenuto da qualunque misura d’armamento manifesto, gli impedivano di porre per tempo mano a qualsiasi provvedimento di tale fatta, che avrebbe potuto essere segno di guerra decisa.[311]»

Queste ultime considerazioni se giustificano, fino a un certo punto, il ritardo della chiamata pubblica dei Volontari (e anche questa poteva essere anticipata di parecchi giorni), non ci pare abbiano lo stesso valore per iscusare il troppo lungo indugio frapposto alla loro formazione ed ordinamento. Appunto perchè la istituzione de’ Corpi volontari era «già questione risolta di sua natura;» appunto per ciò importava che ne fossero da tempo apparecchiati i quadri, il vestiario e l’armamento. Nè contro siffatte provvisioni preparatorie poteva stare la ragione della prudenza politica accampata giustamente contro gli arruolamenti. Questi erano per necessità pubblici; quelli potevano anche essere segreti, o almeno larvati e dissimulati in guisa da togliere ogni appicco legittimo alle rimostranze diplomatiche, e da poter essere poi in ogni evento, senza grande compromissione, o negati, o attenuati, o disdetti. Come si preparavano negli arsenali armi e vesti per trecentomila soldati, nulla vietava se ne preparassero alcune migliaia di più per i Volontari, che già si sapeva di non poter rifiutare; come i Comitati di Stato Maggiore lavoravano pubblicamente da circa due mesi alla mobilitazione dell’esercito, nulla avrebbe impedito di affidare a Comitati segreti di ufficiali superiori garibaldini la composizione ed epurazione dei quadri, opera fra tutte ardua, lenta ed importante. Nè soltanto circa al tempo si sbagliò; ma altresì circa al numero della milizia cui si doveva provvedere; anzi il primo errore derivò manifestamente dal secondo. Il Ministero, lo confessò egli stesso, non aveva calcolato che su quattordici o al più quindicimila Volontari.[312] Ma davvero non si sa intendere su quale criterio questo calcolo fosse basato. Nel 1860 Garibaldi tra utili ed inutili rassegnò circa quarantamila Volontari, ond’era ragionevolmente presumibile ch’egli ne avrebbe contati altrettanti nel 1866; più anzi se si tenga conto che la sanzione reale, dando all’istituzione dei Volontari un carattere prettamente monarchico e governativo, avrebbe spinto sotto le insegne garibaldine molti che nel 1860 per ritrosia o diffidenza politica ne avevano rifuggito, e che infine la guerra all’Austria era la guerra più popolare di tutte; la guerra nazionale per eccellenza.

Ma per credere ai quarantamila Volontari, per apparecchiarne in tempo opportuno l’agguerrimento, per adoperarli con fiducia e con profitto, occorreva una fede che al generale La Marmora era disgraziatamente sempre mancata. L’uomo che in Parlamento aveva dichiarato d’aver per la sola parola rivoluzione un’antipatia invincibile, non poteva essere un amico sincero e cordiale di quella milizia e di quel Capitano che a’ suoi occhi rappresentavano l’incarnazione armata dell’esecrata parola. Tutto ciò che sapeva di popolare, di improvvisato, di exlege, gli era istintivamente sospetto. Però i Volontari egli poteva subirli come fece nel 1859, ma non amarli; reputarli in qualche caso non inutili, non mai necessari. Nei suoi Ricordi rammenta con certa compiacenza d’aver proposto egli il mezzo termine di Cacciatori delle Alpi; ma quel mezzo termine era la estrema concessione a cui gli fosse dato arrivare: il di più lo poteva concedere, molto a malincuore, alla opinione pubblica, al pregiudizio popolare, alla opportunità politica, non mai alla sua coscienza. A’ suoi occhi un corpo grosso di Volontari era militarmente un imbarazzo e politicamente un pericolo. E tanto più in quell’anno 1866, in cui colla guerra veniva a coincidere la partenza de’ Francesi da Roma! Perocchè, domanda a’ lettori uno de’ suoi più devoti biografi: che cosa poteva accadere se Garibaldi alla testa di quaranta o cinquantamila Volontari rifiutava di deporre le armi fino a che i Francesi avessero sgombrato, o fosse marciato direttamente su Roma? «L’Imperatore non aveva mancato di mostrarsi inquieto di questa eventualità e per quanto il Ministro a Parigi avesse tentato di rassicurarlo, questi non si lusingava di esservi riuscito.[313]»

Date pertanto queste idee, che dal punto di vista strettamente monarchico e conservatore in cui il La Marmora si poneva erano logiche, le conseguenze furono immancabili ed immediate. I presunti quindicimila Volontari diventarono in meno d’una settimana trentamila, talchè non bastando più i due depositi di Como e di Bari a capirli, non che ad acquartierarli, fu mestieri sospenderne per alquanti giorni gli arruolamenti, stabilire in fretta e furia altri quattro depositi: Varese, Gallarate, Barletta, Bergamo; portare i battaglioni da venti a quaranta, raddoppiare e triplicare di conserva i mezzi d’armamento e di corredo, i quali, però, nonostante tutto il buon volere dei Reggitori della guerra, restarono sempre, fino alla fine della campagna, e per numero e per qualità inadeguati al bisogno.

E più grave ancora apparve la insufficienza de’ quadri. Le Commissioni di scrutinio non posavano nè dì nè notte; ma strette dall’urgenza, sopraffatte dal lavoro, dovettero ben presto abbandonare ogni proposito di cerna rigorosa, prendendo gli ufficiali come venivano loro alle mani, spesso e malgrado loro fra i meno idonei, e mandandoli poi, a sorte ed a casaccio, a questo o quel reggimento; taluno de’ quali veniva così a sovrabbondare d’inetti ed altri a mancare de’ necessari. E poichè la confusione del centro non poteva a meno d’irradiarsi, moltiplicando, alla periferia, i comandanti di corpo incalzati pur essi dalla fretta, «che l’onestade ad ogni atto dismaga,» obbligati a provvedere al tempo stesso con pochi e spesso inesperti ufficiali all’arruolamento ed all’epurazione, ai quadri ed all’amministrazione, alle distribuzioni ed alle proviande, erano di necessità forzati a trascurare, o almeno a non curare quanto avrebbero dovuto o voluto la istruzione e la disciplina, che erano il supremo e più urgente bisogno di quelle improvvisate milizie.