Tuttavia e malgrado questi difetti, anzi staremmo per dire vizi organici, l’opera preparatoria procedeva senza sosta, e Garibaldi, null’altro potendo, si sforzava d’agevolarla col consiglio e coll’esempio. Pregato a non muoversi da Caprera, pel timore che la sua venuta sul continente potesse accrescere gl’imbarazzi del Governo, aveva subito obbedito; ricevuto l’annunzio della sua nomina, vi aveva risposto pubblicamente con fervide proteste di gratitudine e di devozione al Re ed a’ suoi Ministri;[314] interpellato da amici, da commilitoni, da società politiche sul da farsi, rispondeva a tutti una sola parola; «Guerra e concordia.[315]» Infine quando sulla fine di maggio il colonnello Vecchi si recò a Caprera, incaricato dal Governo di concertare con lui le ultime provvisioni per il comando e l’ordinamento dei Volontari, ed esporgli insieme il piano di guerra stabilito per la imminente campagna, egli pose uno studio singolare nel mostrarsi arrendevole su tutti i punti, riducendo al più stretto necessario le sue domande, e protestandosi contento di qualunque parte gli si volesse assegnare.

Circa ai Volontari approvò quasi senza discutere tutto quanto era stato predisposto; chiedendo soltanto che al corpo fossero aggiunti uno squadrone di guide, un battaglione di Bersaglieri volontari, e, se dovesse operare in Tirolo, alcune batterie da montagna: nominò egli, poichè glie n’era lasciata la facoltà, i Comandanti di corpo, e gli ufficiali dello Stato Maggiore, esprimendo però il desiderio, che non fu poi soddisfatto, di poter accettare nei quadri gli ufficiali che avevano disertato per lui ai giorni d’Aspromonte e che perciò erano stati cassati dai ruoli dell’esercito. Interpellato circa all’Intendenza, rispose: «Datemi Acerbi e del danaro, e basta;» consultato circa al concetto di ordinare i venti reggimenti in quattro divisioni, esternò qualche dubbio, natogli principalmente dal timore che un siffatto ordinamento potesse nuocere alla mobilità e speditezza del corpo; ma rimettendosi anche in questo al giudizio de’ suoi capi. Soggiunse, tuttavia, che qualora la propostagli formazione fosse deliberata, egli proporrebbe per comandanti delle quattro divisioni, Nino Bixio, suo figlio Menotti, Nicola Fabrizi, e, questo solo basterebbe a nobilitare l’uomo, il generale Pallavicini, quel medesimo che l’avea ferito ad Aspromonte. Nè questo gli bastò, chè discorrendo della eventualità di combattere sopra un terreno più vasto, dichiarò che avrebbe tenuto a onore e fortuna singolari l’avere sotto i suoi ordini una divisione dell’esercito regolare, la quale ben pensava che a fianco dei suoi Volontari avrebbe rappresentato la più nobile incarnazione dell’unità della patria.

E tutto ciò, meno gli ufficiali disertori, gli fu prontamente e largamente promesso; ma in qual misura al lungo promettere sia seguito l’attendere lo vedremo in appresso. Quanto poi al disegno generale della guerra, espresse, poichè erane richiesto, il suo parere, lasciando però anche intorno a siffatto argomento chiaramente trasparire che nessuno più di lui era alieno dall’imporre le proprie idee, e che unico suo pensiero in quella guerra era di servire il proprio paese e di combattere. A’ suoi occhi il concetto sul quale lo Stato Maggiore generale italiano pareva essersi già fermato, di agire sul Po allo scopo di girare il quadrilatero, distraendo l’attenzione del nemico con alcune dimostrazioni sul Mincio, era buono in massima; solamente alla sua felice riuscita credeva indispensabili due condizioni: che sul Po, d’onde doveva partire lo sforzo principale, fosse concentrato il grosso dell’esercito e che alla dimostrazione sul Mincio fossero assegnate poche divisioni, le quali più che a combattere dovessero pensare a muoversi e manovrare. Quanto poi a sè stesso, non negò di mirare ad una impresa più vasta ed arrischiata, meditata a lungo e del cui buon successo sentiva quasi di poter rispondere. «L’intendimento suo (lo diremo colle stesse parole della Storia ufficiale) non era già di tentare una punta della Dalmazia attraverso alle provincie slave del mezzodì verso l’Ungheria e porre piede nell’Istria alle spalle di Pola; ma sbarcare presso Trieste, occupare quella città e manovrare verso nord sul rovescio delle Alpi Giulie e Carniche per impadronirsi dei passi che dal Veneto conducono nelle valli della Sava e della Drava.[316]»

Se non che avendo il colonnello Vecchi fatto considerare a Garibaldi che il Governo italiano non avrebbe potuto impegnarsi in quel progetto «se non a guerra cominciata, quando la situazione politica e militare si fosse rettamente disegnata,» (quando cioè l’esercito italiano fosse riuscito a postarsi gagliardamente nel Veneto, e la Confederazione Germanica, che la Prussia aveva interesse a non disgustare, avesse chiarito meglio i suoi propositi circa Trieste e l’Istria), il Generale si persuase subito della gravità di queste ragioni (specie della prima, che era la sola valida), e diede al suo interlocutore questa testuale risposta, che basta di per sè sola a qualificare i sentimenti con cui egli s’accingeva a quell’impresa: «Certamente ho anch’io, come gli altri, il mio piano di campagna. Espongo le mie idee, se sono consultato, e naturalmente ho piacere di vederle messe in opera; ma non farò mai difficoltà ad eseguire i comandi del capo supremo dell’armata.[317]»

Siccome però il colonnello Vecchi aveva pure dovuto soggiungergli che, nel primo periodo della guerra, il Governo l’aveva destinato ad operare in Tirolo, donde soltanto nel momento in cui la spedizione transadriatica fosse matura avrebbe potuto essere richiamato, il Generale accettò tosto l’offertagli impresa e volgendosi senz’altro a studiare i mezzi che potessero agevolargliene la riuscita, «richiamava fin d’allora l’attenzione sulla necessità di provvedere alla difesa del Lago di Garda, consigliando di armare batterie potenti, anche fino a venti o trenta pezzi, su zattere da rimorchiarsi col mezzo di vapori o di canotti a remi, assicurando aver egli stesso impiegato un tale espediente con successo nel Plata. Consigliava pure, e vivamente raccomandava, che si riunissero sulle rive del Garda molte imbarcazioni, quand’anche si fosse dovuto trasportarle colla ferrovia da punti lontani, e ciò per transitare attraverso il Lago grosse forze, e prendere piede sulla sponda sinistra, nello scopo di facilitare il passaggio del Mincio all’esercito e di assicurare il possesso di quella regione collinosa, che forma il punto più debole del Quadrilatero.»

E soggiunge il dotto ufficiale, da cui abbiamo tolto a bello studio queste parole: «e a nessuno sfuggì la saggezza di tale consiglio; ma la mancanza di tempo, la ressa, e tant’altre cagioni note e malnote impedirono di effettuarlo, sicchè (notevoli parole) mentre l’Austria signoreggiava il Lago di Garda colle fortificazioni di Peschiera e di Riva, ed una flottiglia di sei cannoniere e di due vapori a ruote, armate le prime di due pezzi ciascuna ed i secondi di sei pezzi, noi non avevamo sul Lago che cinque cannoniere male in arnese, armate ciascuna di tre pezzi; una sola di esse in buono stato, le altre inabili al movimento.[318]»

Nè con questo vogliamo dire che seguendo quei concetti le fortune del 1866 sarebbero state diverse; pur troppo gli spropositi commessi e i difetti apparsi nella preparazione e nella condotta di quella guerra furono tali che non si sa più quale disegno, per eccellente che fosse, avrebbe potuto dar la vittoria; a noi basti dire che le idee colle quali si combattè nel 1866 non furon quelle di Garibaldi, che nessuno de’ suoi consigli fu ascoltato, e nessuna delle sue proposte accolta e messa in atto.

La campagna del 1866 fu in realtà la negazione di ogni concetto. Fra la dimostrazione sul Mincio e l’irruzione dal Po, fu scelto un mezzo termine che aveva i difetti di entrambi i sistemi, senza alcuno de’ vantaggi che la scelta risoluta e l’attuazione compiuta d’un solo avrebbe portati seco. Le parti furono invertite: l’accessorio divenne il principale, e il principale l’accessorio; il passaggio del Po fu subordinato alla dimostrazione sul Mincio, la quale poi si mutò in un’irruzione; ma perchè anche la irruzione non era stata nè seriamente pensata, nè risolutamente voluta, nè convenientemente predisposta, si tramutò a sua volta in un’azione, anzi in una sequenza d’azioni imprevedute, estemporanee, sconnesse, che avrebbero reso difficile la vittoria anche ad un esercito più prode e più numeroso di quello che fu mandato a dar di cozzo ciecamente contro i colli di Sommacampagna e di Custoza, la mattina del 24 giugno. Che se a questo fondamentale errore si aggiunga la funesta dualità del comando e la discordia dei capi, con tutto il corteo degli equivoci, dei malintesi, dei puntigli, dei ripicchi che ne furono il naturale portato, si spiegherà ancora più facilmente, senza bisogno di acute disquisizioni strategiche, come una campagna che pareva vinta prima che intrapresa, cominciata con tanta superiorità di forze, e ardore di milizie, ed entusiasmo di popoli, esordisse da una sconfitta, indarno palliata col barbarico eufemismo d’insuccesso, e dopo una ritirata precipitosa senza ragione, e un lungo ozio senza scusa, finisse in una passeggiata militare senza gloria e in una conquista senza merito.

XIV.

Il 10 giugno, il generale Garibaldi, chiamato finalmente dal Ministero, s’imbarcava a Caprera sul Piemonte (quello stesso auguroso piroscafo della spedizione di Marsala), e da Genova correva diritto in Lombardia a passarvi la prima rivista de’ suoi Volontari. L’11 era a Como; il 12 a Monza, ove si ordinavano le guide, indi a Varese e Gallarate; il 13 a Lecco; il 17 a Bergamo, dove s’era stabilito il deposito del primo battaglione Bersaglieri; e con quale entusiasmo d’amore l’accogliessero quei giovani che vedevano in lui la gemina personificazione della patria e della vittoria, lo si immaginerà di leggieri. I Volontari erano ancora nello scompiglio della prima formazione. I quadri erano tuttora incompiuti, scarseggiavano il vestiario e le buffetterie, un battaglione aveva le camice rosse e non i berretti, un altro le uose e non i calzoni: a tutti poi mancavano le armi; pure Garibaldi, anzichè crucciarsene, si compiaceva di quel disordine e vedendosi sfilar davanti quel carnevale bizzarro e pittoresco di tinte e di foggie che ormai era la veste abituale e caratteristica del garibaldino, esclamava gioiendo: «Non erano diversi i Mille.» A tutti però raccomandava la disciplina, l’esercizio al bersaglio, la scherma della baionetta; a tutti lasciava di quelle sue parole colle quali era solito da tant’anni a trascinarsi dietro la gioventù italiana; e a trasformare anche i più fiacchi e restii in anime d’eroi, pronti ad ogni cimento e ad ogni sacrificio.[319]