Ma oramai, come egli stesso diceva, l’ora delle parole era passata e suonava quella de’ fatti. Il 19, cessate in Germania le incertezze che fino allora avevano tenuto in sospeso anche l’Italia, la guerra era deliberata: il generale La Marmora lasciava il Ministero per recarsi ad assumere il comando dell’esercito: le dieci divisioni del Mincio e le sette del Po si avvicinavano alle sponde de’ due fiumi apparecchiandosi al passaggio; e il generale Garibaldi da Brescia, dove aveva già stabilito il suo Quartiere generale, moveva col 1º reggimento (colonnello Corte), col 2º (colonnello Spinazzi) e col 1º battaglione de’ Bersaglieri (maggiore Castellini), i soli armati fin allora, moveva, dico, alla volta di Salò; allineandosi così all’estrema sinistra dell’esercito e prendendo in sua custodia i valichi della Valsabbia e della sinistra del Garda, primo passo alle operazioni in Tirolo. Ed anche Salò non era che una tappa. Esplorate egli stesso nella giornata del 21 giugno le posizioni intorno al Caffaro,[320] appena è raggiunto dal secondo reggimento ripiglia la sua marcia avanti; sicchè tra il 23 e il 24 viene a trovarsi con tutte le milizie di cui poteva pel momento disporre nei dintorni del Lago d’Idro, tra Hano, Vestone e Rocca d’Anfo, e all’indomani, nel giorno stesso di Custoza, spingere le sue teste di colonna al Ponte del Caffaro e a Monte Suello, prime chiavi di quel confine che era impaziente di varcare.

Se non che nella sera stessa giungeva al Quartier generale di Salò, dove Garibaldi dimorava ancora, l’inaspettato annunzio dell’infelice giornata combattuta tra il Mincio e l’Adige, e nel mattino vegnente l’ordine di proteggere Brescia, anzi per dir la frase usata dal Quartier generale del Re, «di proteggere l’eroica Brescia.» E l’annunzio e l’ordine erano per il nostro Capitano due volte dolorosi: poichè alla trafitta ch’egli pure al pari d’ogni altro cittadino dovette sentire per quel primo infelice esperimento delle armi italiane, si associava nell’animo suo il rammarico di dovere abbandonare quelle due posizioni di Monte Suello e del Caffaro; la prima fortunatamente occupata senza colpo ferire, l’altra valorosamente difesa in quella stessa mattina del 25 contro un furioso assalto di nemici;[321] e perdute le quali non si sapeva quanto sangue sarebbe occorso a riconquistarle. Tuttavia non v’era luogo ad esitare, e Garibaldi s’apprestò ad eseguire l’ordine coll’usata sua energia e rapidità. Richiama in gran fretta le truppe accampate intorno ai confini, e le fa scendere a marcia forzata lungo la riviera del Lago; fa avanzare da Brescia a Lonato il 3º reggimento (colonnello Bruzzesi), che vi era appena giunto e appena vi aveva preso le armi; chiama contemporaneamente da Bergamo, per ferrovia, il 4º (colonnello Cadolini), di cui già aveva spedito il primo battaglione a custodia della Valcamonica minacciata da un’incursione austriaca, corre egli stesso nella sera del 25 a Lonato, e scorto a colpo d’occhio il partito che si poteva trarre da quella cerchia di contrafforti che girano dall’estrema punta occidentale del Garda ai poggi di Castiglione, scagliona colà tra Padenghe, Lonato e l’Esenta tutte le forze che può avere sottomano e si prepara a disperata battaglia.

L’allarme fortunatamente fu vano. Il Generalissimo austriaco non aveva alcuna intenzione di rischiare in conflitti spicciolati la facile gloria del 24; e, da qualche scorribanda d’esploratori in fuori, si tenne serrato nel suo Quadrilatero, intento assai più a spiare le mosse del Cialdini che sperava avrebbe passato il Po e si sarebbe ingolfato nel dedalo d’acque del Polesine. Ma indarno: l’esercito del Mincio era già in ritirata sull’Oglio, disposto, pareva, a continuarla fino a Cremona; l’esercito del Po, per naturale conseguenza, contromarciava a sua volta per prendere posizione tra Bologna e Modena, e coprire Firenze; talchè tra il 27 e il 30 giugno non restarono più difaccia agli Austriaci che dieci o undicimila Volontari; più alcuni squadroni dell’esercito regolare volteggianti tra il Chiese e il Mincio, e, non si deve dimenticarlo, i petti dei Bresciani, risoluti, se lo straniero avanzasse fin sotto le loro mura, a rinnovare le fiere prodezze del 1849.

Al 1º luglio però erano giunti in Lombardia dal mezzogiorno tre dei cinque reggimenti che si organizzavano colaggiù; e poichè da un lato appariva manifesto che l’Arciduca Alberto non aveva alcuna intenzione di passare il Mincio e dall’altro contro simili scorrerie potevano bastare le nuove Legioni sopraggiunte, Garibaldi, d’accordo col Quartier generale, lascia una parte delle sue forze (terzo, sesto e nono reggimento) a guardia delle sue spalle, e a protezione di Brescia, tra Salò e Lonato; invia il quarto reggimento col primo battaglione Bersaglieri a rinforzare le difese della Valcamonica; e incamminasi egli stesso col primo e secondo reggimento e il 2º battaglione Bersaglieri (maggiore Mosto) verso il confine trentino per ripigliarvi le posizioni che Custoza, con tanto suo cruccio, l’aveva costretto ad abbandonare.

XV.

Ma anche il nemico non era stato inerte. Nel giorno stesso in cui Garibaldi si preparava a risalire la Valsabbia, l’Arciduca Alberto pensava ad un movimento generale di tutto l’esercito imperiale, talchè il dì appresso, 1º luglio, mentre i tre corpi del Quadrilatero passavano il Mincio sui quattro ponti di Peschiera, di Monzambano, di Borghetto e di Goito, il generale Kuhn, comandante il corpo austriaco di operazione in Tirolo, spingeva innanzi le teste delle sue colonne al di qua dello Stelvio, del Tonale e del Caffaro, preparandosi a riprendere l’offensiva ed a capitanare egli stesso col grosso delle sue forze una punta in Valcamonica.

E in quale posizione sarebbero venute a trovarsi le milizie garibaldine non è chi non veda. Se l’esercito imperiale del Mincio avanzava ancora d’una tappa; se le colonne del generale Kuhn compivano la loro mossa, Garibaldi sarebbe stato o prima o poi inevitabilmente schiacciato.

Fortunatamente l’Arciduca Alberto s’arrestò. In quel 1º di luglio pareva che tutti i campi fossero stati colti dalla febbre del movimento; e in quello stesso giorno anche il generale La Marmora, che comandava ancora la sinistra dell’esercito italiano, ordinava all’intero corpo del generale Della Rocca di ripassare l’Oglio ed il basso Chiese e di spingere una ricognizione, senza però impegnar alcun combattimento, fino al Mincio. Questa mossa, che nella mente del generale La Marmora doveva ridursi ad un semplice esercizio di gambe, anzi per usare la celebre frase, ad una mostra «tanto per far qualcosa;» questa mossa salvò Garibaldi. L’Arciduca Alberto, infatti, il quale a sua volta aveva varcato il Mincio senza scopo ben determinato e soltanto per muover campo e foraggiare alquanto sul territorio lombardo, veduta da un lato quella avanzata dell’esercito italiano sul Mincio, e dall’altro avuto sentore del riavvicinarsi di Cialdini alle sponde del Po, insospettito, non senza ragione, d’un ritorno offensivo che poteva coglierlo nel fianco e scalzarlo dalla sua base, deliberò subitamente di ritornar sui suoi passi, non solo riconducendo nei suoi alloggiamenti sulla sinistra del Mincio l’esercito del Quadrilatero, ma ordinando a Kuhn di fare altrettanto sulle Alpi, ripassando cioè il già varcato confine e riprendendovi le sue prime posizioni difensive.[322]

Il generale Kuhn tuttavia, pur obbedendo agli ordini del suo Generalissimo e cominciando nel pomeriggio del 2 il suo movimento retrogrado, lasciò a guardia dello Stelvio a Sponda Lunga, del Tonale a Ponte di Legno, e del Caffaro a Bagolino e Monte Suello forti retroguardie che dovevano non solo proteggere la sua ritirata, ma disputare, se il destro si porgeva, con energici contrassalti il terreno e impedire l’avanzare degli assalitori.

E nacquero da ciò i combattimenti del 3 e 4 luglio di Monte Suello e Vezza, che stiamo per raccontare brevemente.