Infatti nel pomeriggio del 2 luglio, intanto che la Brigata Corte, 1º e 3º reggimento, marciava alla volta del Caffaro, due colonne austriache, di cui ancora non era dato misurare la forza, scendevano in senso contrario, l’una da Moerno per Hano su Treviso, l’altra da Bagolino per Presegno su Lavenone, rendendo così inevitabile per l’indomani uno scontro. Nè il colonnello Corte pensò a fuggirlo; anzi rinforzate le sue avanguardie che già erano giunte a Ponte d’Idro, e mandate quattro compagnie col maggiore Salomone a girare per le pendici del Monte Berga le alture di Bagolino, si preparava cautamente al conflitto, quando Garibaldi, giunto nel frattempo a Rocca d’Anfo, venne a precipitarlo.
Siccome le due colonne nemiche s’erano ripiegate l’una a Moerno e l’altra a Monte Suello, Garibaldi deliberò di non lasciar loro alcuna tregua, e inviate altre due compagnie di Bersaglieri da Rocca d’Anfo, guidate dai capitani Evangelisti e Bezzi, ad aggirare per la destra Monte Suello, senza nemmeno attendere che l’aggiramento fosse compiuto, ordinò al colonnello Corte di assalire di fronte la postura nemica e di espugnarla. Nè si può dire che ai Garibaldini scarseggiassero le forze; il colonnello Corte, non ostante i molti distaccamenti, aveva sempre sotto mano diciassette compagnie e una batteria da campagna; ma la postura nemica era gagliardissima; il Suello sbarra quasi a picco le due vie di Bagolino e del Caffaro; quattro compagnie di Kaiser-Jäger (800 uomini) lo custodivano, altre quattro compagnie di fanti ne guardavano i dintorni, e snidarli di lassù a punta di baionetta era difficile impresa. Ma Garibaldi, impaziente quel giorno e nervoso fuor dell’usato, non volle persuadersene, e se ne ebbe a pentire ben presto. Ordinato l’assalto, i Volontari si slanciarono animosi; impotenti a rispondere coi loro sfocati ferravecchi alle eccellenti carabine dei Tirolesi, non indietreggian per questo, e non ostante la grandine di fuoco che li fulmina e li dirada, avanzano, avanzano sempre e costringono ad ogni carica il nemico a cedere il passo, a risalire ancora più in alto per cercare una nuova trincea sulle vette del monte. Ma a tal punto anche le ultime forze degli assalitori vengono meno. Indarno Bruzzesi e Corte rianimano colla voce e coll’esempio la lena affranta dei loro valorosi; indarno gli ufficiali prodigano al fuoco le vite fiorenti; e Bottino muore, Vianello muore, Trasselli e Piazzi e Carlo Mayer e tant’altri cadono feriti sull’erta sanguinosa; indarno lo stesso Garibaldi urla, rampogna, tempesta; ferito egli stesso al sommo della coscia, è costretto a riconoscere la necessità della ritirata. Ritirata però compiuta col massimo ordine, colla faccia al nemico, e che avrebbe dovuto levargli dal capo ogni velleità d’inseguimento. Egli invece, illuso da quel movimento retrogrado, pensa scendere sulla strada del Caffaro, e, formandosi in colonna, passare a sua volta dalla difesa all’offesa. Fu il suo passo falso: chè sfolgorato di fianco dai quattro pezzi posti in batteria sui poggi di Sant’Antonio e ributtato di fronte dalle compagnie del terzo reggimento, fu costretto a riparare di nuovo, sanguinolento, dietro le roccie del Monte Suello, seminando il terreno di molti de’ suoi morti o feriti.
La sera intanto era calata; i due campi stavan di fronte incapaci, sì l’uno che l’altro, di dare un passo avanti, quando le quattro compagnie del Salomone, mandate sin dal mattino a circuire la sinistra nemica, essendo apparse sulla cima del Berga, gli Austriaci temendo, a ragione, di vedersi all’indomani chiusa ogni via, abbandonarono nella notte stessa la forte posizione e raggiunsero su per le Giudicarie il loro Corpo principale.[323]
Ma se il combattimento di Suello non fu per le armi garibaldine che uno scacco passeggiero, lo scontro di Vezza fu una vera sconfitta. Nel pomeriggio del 3 luglio i sei battaglioni confidati al colonnello Cadolini per la difesa della Valcamonica erano così distribuiti: il 1º battaglione Bersaglieri (maggiore Castellini), un battaglione del 5º reggimento (maggiore Caldesi) e due compagnie del 44º di Guardia mobile a Vezza sopra Edolo, a pochi chilometri dal Tonale; tre battaglioni del 5º reggimento, sotto gli ordini diretti dello stesso Cadolini, a Campolaro di fronte al passo di Croce Domini, sulla via che congiunge la Valcamonica alla Valtrompia.
Ora la retroguardia austriaca rimasta di guardia al Tonale saputa la scarsa forza che le stava di fronte, obbedendo essa pure all’ordine di proteggere il concentramento generale della difesa del Tirolo con opportuni ritorni offensivi, deliberò di assaltare in Vezza l’accampamento garibaldino non tanto per aprirsi un varco a imprese maggiori, quanto per dare una scossa (frase prediletta del generale Kuhn) al suo nemico e togliergli la volontà di avanzar troppo sollecito. La mattina del 4 perciò una colonna di milledugento imperiali, scortati da due pezzi d’artiglieria, piomba su Vezza, e giovata dalla posizione infelicemente scelta dai difensori, dall’assenza del comandante in capo, dal dissenso dei due ufficiali che ne tenevano le veci[324] e infine dalla cieca avventatezza del maggiore Castellini, che a petto scoperto si precipitò sull’inimico; posti fuori di combattimento in men di tre ore, tra morti (14) e feriti (66) ben ottanta gregari, morto lo stesso Castellini che sconta eroicamente il temerario ardimento, morti il capitano Frigerio e il tenente Prada, costringe il rimanente, malgrado sforzi disperati di valore, a ripiegare su Edolo, per tornarsene poi nella sera medesima a Ponte di Legno assai malconcia essa pure, ma paga del piccolo e forse insperato trionfo.
E con questo ultimo scontro, il periodo dei combattimenti difensivi delle milizie garibaldine in Lombardia era chiuso per sempre. Il 5 luglio Garibaldi portava il suo Quartier generale da Rocca d’Anfo a Bagolino, e da quel giorno la campagna del Tirolo potè dirsi veramente cominciata. Prima però di narrarne le vicende ci conviene esaminare brevemente in quali condizioni Garibaldi la intraprendeva.
Nella seconda settimana di luglio disseminati da Brescia a Lodrone e da Salò ad Edolo ubbidivano a Garibaldi quaranta battaglioni di fanteria; due battaglioni di Bersaglieri riuniti in dieci reggimenti e cinque brigate; tre batterie di artiglieria da campagna ed una da montagna; due squadroni di guide a cavallo; quattro compagnie di Zappatori, i quali sommati ai relativi corpi del treno, dell’intendenza, dell’ambulanza,[325] componevano un totale di trentottomila uomini, ventiquattro cannoni, dugento cavalli; non contati due piroscafi, dei quali uno solo poteva navigare, e sei barche cannoniere prive fino al 6 luglio di cannoni e d’artiglieri, e ai quali era commesso non già di fare, ma di simulare la difesa del Lago di Garda.
Ora nessuno negherà che una simile forza stimata alla sola stregua del numero e paragonata a quella del nemico non potesse dirsi soverchiante e quasi strapotente; soltanto a fare una forza non basta una massa, e il valore d’un numero non è determinato dal solo esponente. Che cos’erano in realtà quei trentottomila uomini? Come armati, come vestiti, come ordinati, come agguerriti? come comandati? Chi sa come sono nati i Volontari ha già sulle labbra la risposta.
Per armi, i macchinosi schioppettoni d’ordinanza del 1866, inferiori anche al fucile ordinario austriaco, pressochè inservibili nella guerra alpestre, se già non poteva dirsi altrettanto in ogni sorta di guerra; incapaci poi di gareggiare nè da vicino, nè da lontano colle celebrate armi di precisione del nemico contro il quale perciò ogni garibaldino veniva a trovarsi in una necessaria e quasi organica inferiorità: quella stessa inferiorità a cui lamentò d’aver soggiaciuto l’austriaco contro il fucile ad ago del suo nemico di Sadowa.
E pari all’armi veniva la perizia di chi doveva trattarle. Nè per colpa loro. Soldati improvvisati, sbalzati dopo un mese di caserma e una settimana di piazza d’armi, al campo; ignari moltissimi del come si caricasse uno schioppo; ignari parecchi di quel che uno schioppo si fosse; armati la più parte per via, spesso alla vigilia d’andare al fuoco; non esercitati al bersaglio, non addestrati alle marcie, nuovi affatto alla montagna, quei trentottomila uomini non rappresentavano una forza militare proporzionata al loro numero; essi erano tutt’al più un gran campo di reclute; il rudimento d’un mirabile esercito, atto a crescere e perfezionarsi più rapidamente di qualsivoglia altro, ma che fino al termine del suo tirocinio restava pur sempre fra le mani del suo Capitano uno strumento imperfetto, una lama mal temprata che egli era obbligato a trattare tanto più riguardosamente, quanto più delicata e gentile era la materia onde si componeva.