E non si discorra degli ufficiali. Il modo usato nella loro scelta dà la norma della qualità loro. Scarsi di numero, lo erano ancora più di capacità. Non mancavano i buoni e nemmeno gli ottimi; ma la valanga dei mediocri, non senza mistura di pessimi, li soffocava. Sentivasi soprattutto (fatte qui pure le debite eccezioni) il difetto di ufficiali generali e superiori; più benemeriti la maggior parte per servigi resi alla patria che ragguardevoli per gesta militari. Come nei gregari così ne’ comandanti sovrabbondava il valore, scarseggiavano l’arte e l’esperienza. Molti non avevano mai tenuto un comando effettivo di truppe in campagna, e la stagion campale più lunga che avesser veduta era quella di Sicilia del 1860. Non si parli poi della guerra di montagna; era per essi un mondo nuovo; un continuo viaggio d’esplorazione in terra incognita, in mezzo alla quale avanzavan brancolando, interamente persi e disorientati. Nessuno, o, per non esagerare, ben pochi coloro che sapessero come coprirsi nelle marcie, guardarsi negli accampamenti, piantar un avamposto, misurare approssimativamente una distanza, leggere con certa sicurezza una carta. Anche ai migliori falliva in sulle prime il senso dell’insolito terreno sul quale eran chiamati a guerreggiare, e soltanto più tardi, dopo alcune settimane di lezioni, spesso dolorose, cominciavano ad acquistarlo. «Fate l’aquila,» diceva loro Garibaldi; ma quando principiarono a impararlo la guerra finì.
E non eran queste sole le cagioni che scemavano il valore di quelle milizie in cui pure grandeggiavano tante nobili virtù; un’altra ve n’era, forse la più grave di tutte: la infelicissima composizione dei reggimenti, interamente disadatta alla guerra che dovevano combattere. Anche qui l’imprevidenza aveva cagionato la precipitazione e la precipitazione il disordine. A Garibaldi occorreva una formazione svelta, leggiera, elastica, atta alle marcie, ai volteggiamenti, alle sorprese della montagna; gli fu consegnata invece una compagine abborracciata di corpi mastodontei, taluno de’ quali toccava, tal altro superava i quattromila uomini, difficili a maneggiarsi in rasa campagna, ma che tra i picchi delle Retiche, in quella guerra quasi aerea di falchi e di camosci, diventavano per chi doveva comandarli un problema ed un impaccio incessante; una cagione quotidiana di quella lentezza, di quei ritardi, di quei contrattempi che, nei monti principalmente, o costano la sconfitta o fanno pagar più sanguinosa la vittoria.
E a rendere più evidente quanto siamo venuti sin qui discorrendo, si volga uno sguardo al teatro nel quale Garibaldi era stato obbligato ad agire. A’ suoi occhi l’impresa del Tirolo non poteva esser condotta con rapidità e sicurezza, se non da chi avesse saputo a tempo assicurarsi la signoria del Garda. Però il consiglio da lui dato fin dal 10 maggio a Caprera di stabilirvi senza indugio una flottiglia di combattimento e di trasporto capace non solo di tener spazzato il Lago dalle navi nemiche, ma altresì, e più ancora, di tragittare sulla riva veneta quante forze fossero stimate espedienti così a penetrare nel Trentino per la valle del Sarca, come a dar la mano all’esercito italiano che vinta la linea del Mincio si fosse incamminato verso l’alto Adige.
E in entrambi questi casi, sia che il buon consiglio fosse stato seguito, sia che l’eventualità fortunata si fosse verificata, i quarantamila Volontari non sarebbero stati più di troppo. Libero di spiegarli e di muoverli per le tre grandi vie dell’Oglio, del Chiese e dell’Adige, collegate tra di loro dalle squadriglie del Garda, Garibaldi avrebbe potuto trarre dal suo esercito numeroso tutto il frutto di cui era capace e marciare più rapidamente alla vittoria. Invece quel che accadde è noto. Il Garda abbandonato alla difesa di quattro o cinque squallide carcasse su le quali doveva essere gran mercè, non di cacciare, ma di fuggire alla caccia del nemico, fu in realtà e per tutta la durata della campagna un lago austriaco; dal Mincio, anzichè l’annuncio della vittoria, suonò il grido spaventato «d’un disastro irreparabile;» e per l’effetto combinato di quell’imprevidenza e di questa sventura, ogni possibilità di operare per la sponda orientale del Garda e per le due rive dell’Adige venne a fallir per sempre.
Allora naturalmente non restò a Garibaldi che un partito:[326] tentare l’irruzione di fronte e prendere la strada più diretta e vicina, invadere il Tirolo per le valli del Chiese e di Ledro, e girati secondo i casi, o sforzati i forti che le sbarrano, salir in tre colonne per le Giudicarie la convalle di Conzei e la valle del Sarca nella direzione di Trento, sotto la quale avrebbe potuto dare una battaglia finale e decisiva con tutte le sue forze collegate.
Però chi abbia percorso una volta sola quelle Alpi, od anche volga soltanto un’occhiata rapida alla loro Carta, comprenderà di leggieri che penetrare con quarantamila uomini nelle anguste gole di quelle vallate era quanto voler penetrar di colpo colla folla di Serse nella bocca delle Termopili.
Nel primo istante, fino a che l’imbocco delle valli non fosse superato e gli invasori non avessero guadagnato tanto terreno da potervisi distendere e manovrare, l’avanzare per essi non poteva essere che assai lento e penoso, e piuttosto un tentar a destra e a manca mille sentieri e mille varchi, che un vero avanzare. Naturalmente in quelle strette non ci potevano capire che le teste di colonna; epperò si può affermare con tutta asseveranza che soltanto nel giorno in cui da un lato ebbe posato saldamente il piede all’imbocco delle Giudicarie e dall’altro colla presa d’Ampola afferrata la chiave della valle di Ledro; soltanto cioè tra il 17 e il 18 luglio, Garibaldi potè spiegare in linea tutte le sue forze e adoperarle utilmente.
Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere. Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere, nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere, vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e svantaggi, quasi pareggiarsi.
Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia; spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva; armati di quei loro Stutzen di precisione, che tra gli alpigiani tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la baionetta garibaldina tenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria; quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri della guerra di montagna,[327] il quale, accoppiando alla prodezza ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in trent’anni di guerra, il solo degno di lui.
E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso, inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare, ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche, per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.