Fortunatamente il disegno gli fu guasto, non oseremmo dire dall’arte, ma dalla costanza e prodezza degli avversari. Nel frattempo avendo il brigadiere Nicotera ripetuto l’errore di spingersi troppo innanzi, facendo occupare il ponte di Cimego senza munire di conserve le alture che lo dominano, avvenne che lo scontro fu anticipato di qualche ora, e in posizione, per l’Austriaco, più vantaggiosa di quello che per avventura avesse sperato. Infatti tra le 7 e le 8 del 16 mattina, il fuoco era cominciato; ma anche i Volontari, finchè non l’ebbero che di fronte, vi risposero bravamente. In brev’ora però assaliti da ogni parte, stipati in una specie di pozzo, dall’alto del quale li saettava una grandine di palle; posti nell’impossibilità di muoversi, nell’impossibilità di ribattere, anche i più valorosi principiarono a balenare. Fu allora che il maggiore Lombardi, anima bresciana d’eroe, visto che il nemico poteva da un istante all’altro chiudere la ritirata, si slancia, con quanti hanno cuore di seguirlo, nel Chiese colla speranza di arrestare l’avanzare del nemico che dalle vette di Cologna s’innoltrava continuo serrando sempre più dappresso il ponte di Cimego. Nè il sagrificio grande fu del tutto sterile. Molti travolse la corrente; molti abbattè la carabina de’ Cacciatori; lo stesso Lombardi, già superata la sponda, colpito alla fronte suggella col sacrificio della nobile vita il magnanimo ardimento;[332] ma intanto la mossa attorniante del nemico è rallentata; la strada della ritirata è aperta: i Volontari possono ripiegare, in iscompiglio, ma non in fuga, sopra Condino, dove, spalleggiati dai rinforzi accorrenti da Storo e da Darzo, e più ancora rinfrancati dalla presenza di Garibaldi stesso, accorso in carrozza al primo fragore delle fucilate, ponno ancora far testa e ristorare la pugna.

Intanto però anche la colonna austriaca venuta di Val di Ledro aveva compiuto il suo movimento; e mentre una frazione di essa, capitanata da quello stesso Gredler che aveva fatto così bella difesa a Monte Suello, s’innoltrava per le balze del Giovo fino alla chiesetta di San Lorenzo, d’onde poteva bersagliare al coperto la strada di Condino e il Ponte di Darzo; un altro distaccamento s’inerpicava fino al sommo di Rocca Pagana tempestando de’ suoi proiettili le vie di Storo e persino il cortile del Quartier generale di Garibaldi. Il momento era critico: per fortuna Garibaldi era là; una mezza batteria, opportunamente appostata e validamente sostenuta da alcune compagnie del 9º reggimento, arresta la colonna di San Lorenzo: un’altra colonna di Volontari del 7º si avanza a cerchio contro Rocca Pagana e ne risospinge gli occupatori; finchè dopo alcune ore di contrasto, il nemico che di fronte aveva guadagnati appena pochi palmi di terreno al di qua di Cimego, visto il fallimento del premeditato aggiramento; udita la notizia che anche la brigata Höffern, attardatasi fra i gioghi dei monti, era stata anche meno fortunata delle sue compagne; il nemico, diciamo, checchè abbia potuto dire e scrivere in appresso per giustificare la sua risoluzione,[333] comandò la ritirata su tutta la linea.

Non per questo il 16 luglio andrà scritto ne’ fasti garibaldini. Esso fu una di quelle dubbie giornate in cui ciascuna delle due parti si appropria con pari ragionevolezza la vittoria. I volontari trovaronsi signori del combattuto terreno, ma lo pagarono con sacrifici di sangue maggiori del compenso: gli Austriaci non ebbero a dolersi che di pochissime perdite, e videro per alcuni istanti le spalle de’ loro avversari; ma non poterono conservare il campo di battaglia e furono costretti di rinunziare al principale disegno pel quale s’erano mossi.

XVIII.

Oltre di che il combattimento di Condino non ritardò d’un giorno solo, una sola delle operazioni garibaldine.[335] Non a settentrione della Val di Ledro, dove il forte d’Ampola investito gagliardamente dall’artiglieria italiana fin dal 17 mattina, dopo due giorni di valida, ma inutile resistenza capitolava a discrezione;[336] non a mezzodì della Valle, dove il colonnello Spinazzi dopo un breve e felice scontro s’impadroniva del passo di Monte Notta e si sgombrava il cammino fino al Lago di Ledro; non nelle Giudicarie, dove Garibaldi aveva già fatto riprendere Cimego, ed occupare, mercè un’ardita sorpresa dei due battaglioni del 9º reggimento, Friggesy e Cairoli, quel Monte Giovo, che egli fino al risveglio del 16 aveva sempre creduto in mano de’ suoi e che costituiva, siccome dicemmo, il pernio delle comunicazioni tra la sinistra, la destra e il centro garibaldino e il loro baluardo più forte e più avanzato.

E poichè questi tre fatti quasi simultanei, l’occupazione di Monte Giovo, la presa di Monte Notta, e la caduta d’Ampola, aprendo ai Garibaldini gli sbocchi principali di Val di Ledro avevano obbligata la brigata Grünne ad abbandonare tosto Bezzecca, epperò anche l’imbocco della Valle di Conzei, e la strada del Ponal e di Riva; così Garibaldi ne approfittò tostamente ordinando alla brigata Haug di occupare col 5º e 7º reggimento le posizioni testè sguernite dal nemico, facendone al tempo stesso appoggiare il movimento in avanti dal 9º reggimento sceso dal Giovo ad occupare Tiarno e dal 2º reggimento Spinazzi invitato a scendere verso Ledro.

Ma tra l’antico Guerrillero e il Maestro della guerra di montagna il duello era infaticabile. Nel giorno stesso in cui Garibaldi pensava ad avanzare da un lato, il generale Kuhn molinava d’assalirlo dall’altro. Saputo infatti che quella spedizione di Val Sugana che gli era fatta presentire fin dal 16 luglio era ancora lontana, e che in ogni caso non avrebbe potuto essergli addosso prima di tre o quattro giorni, concepì il disegno, non privo d’audacia, di giovarsi di quel frattempo per dare prima un’altra delle sue batoste a Garibaldi, eppoi voltarsi con tutte le sue forze contro il suo luogotenente che s’avanzava dalla Brenta. Però staccate alcune truppe e artiglierie a rinforzo delle piccole brigate destinate a custodia degli sbocchi di Val d’Arsa e Val Sugana, compose nuovamente col resto delle sue truppe due colonne mobili; l’una delle quali, forte di seimila uomini sotto gli ordini del generale Kaim, doveva per le Giudicarie attaccare la sinistra e il centro garibaldino, mentre l’altra, grossa di quattromilacinquecento uomini e quattro pezzi, capitanata dal Montluisant, piombando per Val di Conzei tra Tiarno e Bezzecca, doveva sfondarne la destra, e di là convergendo su Ampola e Storo dar la mano alla colonna scendente per Val di Chiese e con forze riunite schiacciare il nemico.

Il giorno prestabilito al nuovo assalto fu il 21 luglio. Il corpo Montluisant, al quale spettava evidentemente lo sforzo principale, doveva scendere in due colonne (Krynicki alla sua destra, Grünne alla sinistra) su Val di Conzei, e appoggiato da una terza colonna che aveva l’ordine di sboccare da Riva, pigliare Bezzecca da tre parti e sgominarne i difensori. Ed anche in quel giorno accadde quel che vedemmo nella giornata di Condino.

Il generale Garibaldi non aveva preveduto l’attacco; il generale Haug, che aveva l’ordine di arrestarsi a Bezzecca, volle spingere il 5º reggimento a Locca dentro la Valle di Conzei; il colonnello Chiassi si credette a sua volta in dovere di proteggere la sua fronte avviando innanzi un battaglione d’avanguardia fino a Lensumo, e proprio nel momento in cui quel battaglione stava per prendere posizione al di là di Lensumo era colto di sorpresa dalla colonna di sinistra del Montluisant (maggiore Grünne) e in parte fatto prigioniero, e in parte ributtato in grande disordine sopra Locca.

Ma anche Locca era una posizione infelicissima, e se n’avvide tosto il bravo Chiassi, il quale, assalito di lì a poco e avvolto da ogni parte da entrambe le colonne di Montluisant, dopo non lungo e assai disuguale combattimento fu ricacciato a sua volta sopra Bezzecca lasciando per via, morti, o feriti, o prigionieri, alcune centinaia dei suoi.