Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di fatti di arme levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo Delfante» e poco sotto, «prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici tostoché cessava lo strepito della [pg!58] battaglia. — Oh! quante famiglie a cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo: — il cavaliere senza rimprovero, e senza paura». E questo è elogio con tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno defunto, da meritare, che almeno per una metà ritorni in onore del cav. Laugier. — Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri la resa. — Cosimo voleva animare i suoi con la voce, né, vinto dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú forte eccitamento, che con la bocca; si cacciò a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici si addensavano su quel drappelletto di valorosi, già molti ne avevano uccisi, piú molti feriti; — chiusa allo scampo ogni via. — Delfante volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co' suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino [pg!59] cosparso di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo italiano. Mentre cosí il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della gioventú.

Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli già fino dal principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav. Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta onoratamente il nostro Delfante, allorché il general Pino, circondato dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri 1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.[68] Narrasi ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate prove di prodezza inaudita.

In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della creatura umana. — Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni, sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre donna [pg!60] Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di Girona[69]. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando, né da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il terreno, dispersi oggi i nemici tornavano piú infesti e numerosi domani; il pugnale, e il veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche; ed è santo ogni mezzo purché ordinato alla salute della patria. Ridotte in mucchi di sassi le mura delle città, era mestieri combattere di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i cittadini le proprie dimore, e le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le malattie, la fame, la dura necessità, che domarono fin qui ogni ente mortale, non vinsero gli Spagnuoli; — morivano, non si arrendevano. Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anziché scendere alla capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti, quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza rispondevano: «Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri.» — «Infelice popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi destini [pg!61] migliorasti? — Mi valgano le parole del paterno mio amico l'illustre generale Colletta[70]: «Alvarez morto in carcere, Bleke, Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il prode Mina: l'Empecinado è morto sul patibolo: ed in somma dei piú chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi piú infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma dimenticati, e mal visti». — Oh! chiudete il volume della storia, troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita tristezza. — Salomone profeta apertamente lo insegna: «Non acquistate sapienza, perché in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete la scienza, perché in essa è perturbazione di spirito: il ricercare per molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la carne»[71].

Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore. Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana non potesse superare il Fatale, perché i geli, il fuoco la fame si unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto, né meno si voleva per abbatterlo. — Nel giorno 22 giugno si apre la impresa russa. Quante speranze affidavano la [pg!62] Francia! Un capitano, che non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini numeroso, generali valorosissimi; però sembravano le parole profferite in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:

«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa»[72]. Napoleone traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il nemico, lo insegue fin presso Polotosk; — proseguendo il cammino, valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a Smolensko, arde la città; — continua la via, giunge alla Moskowa. Le storie moderne non ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000 soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai Francesi mediante il burrone di Goriskoi. — Augusto Caulincourt, generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle [pg!63] batterie nemiche perde la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in vulcano: ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla resa; — rimasero tutti miseramente trucidati. — Likaczen, capitano infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorché Delfante gridava: «si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta, e lo disarma. Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe Eugenio lo creò aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso [pg!64] Delfante, quest'oggi ti sei comportato da eroe»[73]. — Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza del Fatale è ormai salita, adesso sentirà come siano amari i passi della fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro l'esilio! — Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz, gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di quello possiamo supporre noi prevedesse, ordinò la ritirata a Smolensko. Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde ributtarne gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati: tali e piú tremende sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto [pg!65] di queste verità. — Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati, e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi, e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe, cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il giorno declinava, il freddo si faceva piú intenso, i cosacchi impazienti di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni di guerra; — rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio sbalestrati per aria. — Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi piú inferociti di prima tornano all'assalto. — Di su, di giú, come finsero gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda, lontana atterrivano i piú forti; in questa le minaccie dei vincitori, e gli [pg!66] urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto, un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. — Il Viceré pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; — leva gli occhi, e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il buon principe col guardo, dacché con la voce non osava manifestargliela, si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non la toccarono; — ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti[74].

Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno 15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; — la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad allontanarsi finché n'è tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella penserebbe di per sé stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in drappelli serrati dà dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e piú mila [pg!67] nemici; — questi pensando, che volessero deporre le armi, aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali gli accolsero con altissime grida di gioia. — Ora i Russi inseguenti l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale Pino. — I cavalieri russi dànno la carica; respinti dai nostri composti in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi, soffrono gravissimi danni. — Eugenio si affanna a provvedere, e spinge la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Viceré favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con alquanti de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la [pg!68] strada maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue ultime, operò prove di stupendo valore; lanciandosi con quel drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convertí la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse, non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. — Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio: «Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia famiglia». — Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré si allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. —

Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace dei forti? — La pianura di Krasnoie è grande, e va ingombra d'infinite altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.

[pg!69] O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacerà dunque pei defunti perché questi non dieno né speranze, né doni? — Sovente però il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua viltà tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e di viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; — benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni cadute di condensare le virtú antiche della massa del popolo in alcuni magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; — e felice la patria quando la lode dei trapassati non vorrà considerarsi come esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come ufficio cittadino. — Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se piú fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; — sconoscente! ei rifiutò far menzione dei nostri, egli usurpò le nostre glorie[75]: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi, che acquistò combattendo [pg!70] sul campo di Vagria: popolo sconoscente! dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane poiché[76] il Fatale, quantunque nato di questa terra temendo nella nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le antiche catene, tu applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, osò chiamar noi polvere di uomini![77]. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo italiano, e gemé considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. — Barbaro straniero, che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre moribondo. — Or non è molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,[78] ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cosí di leggieri risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né questo: Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio.

Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani fratelli: — vedete l'onore italiano come vilipeso! — Sentite qual ne corra bisogno di provvedere alla fama nostra! — una gente, che altra volta chiamammo barbara, come esempio di barbarie [pg!71] ci addita. — Siate grandi! — né mi rispondete: — che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini saranno sempre infelici? — Ma io ho scritto ancora, che voi potrete diventare potenti; — e le mie parole erano di dubbio; — assuefatto a dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? — Operiamo magnanimamente, non ci curiamo del fine: — forse l'antico agricoltore non pianterà l'ulivo perché le sue mani non ne raccorranno il frutto? — E forse io lessi male le pagine della storia; — e forse l'affanno in cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere ov'era sicurezza; — chi sono io perché mi crediate come a Profeta? — Non vi sarò compagno nel sepolcro? — Sia adunque con voi anche quella speranza, che la natura doveva avermi compartita; — e dove la pietà dei superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho già stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella lapide, e dire: «Egli ha mentito». Essi però non oltraggino la mia polvere, perché se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del piú puro del mio cuore — e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia, mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel dolore.

[pg!75]