«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al corpo di un ufficiale, a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza si è distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata; si compiace però di vederlo collocato in un corpo ove piú vasto campo gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che saprà con la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e camerata, e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che lascia di lui nella seconda mezza brigata».
Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso, trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale gli raccomanda di trasferirsi nei dipartimenti dell'Olona, del Lario e del Serio per accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero militare per la patria, e poco sotto aggiunge molto promettersi dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue relazioni ne' mentovati dipartimenti, e pei suoi modi cortesi riusciva gradito [pg!52] all'universale. — Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere come la gioventú italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. — Ricorda la Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su i conscritti del cantone di Chivasso dipartimento della Dora nel giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che l'acqua menava giú a furia, e non si trovavano barche. — Il Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo; — appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo grondanti acqua gli appariscono davanti: — non avevano quei magnanimi sostenuto, che si fosse detto di loro: — i Brandissesi mancarono alla chiamata, dell'onore, e poiché tentati diversi argomenti per traghettare il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra essi si lanciò nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cosí procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente[67]. Tal era in que' tempi, e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore della gioventú italiana! —
Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di [pg!53] sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva distinguersi con qualche bello atto di valore, né imperando Napoleone Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.
Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio 1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti; mandarono pertanto a lord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perché ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda, concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e Lampedosa; se no, rompesse la guerra. — L'esercito inglese è fatto prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo, l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. — Napoleone apparecchia a Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche; al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.
In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.
L'Italia non può, né vuole contendergli il principato, egli prende di sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio la toccò, Dio, che distrusse con la corona la testa che la portava.
[pg!54] Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche. Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro Delfante; seguendo le arme del Fatale egli vide nemici con la prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo, quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia generosità lasciato andare. —
Cosimo Delfante operò in questa impresa prove di valore, e ne venne ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza quantunque inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti, che stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. — Chiesi le lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore all'annunzio della sua morte. — Siccome io credo, che l'affanno di un padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. —
A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici giorni [pg!55] cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva con tanto sangue, e con tanta politica instituita. — Torna la Russia a tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. — Veramente io dubito forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur troppo. — Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ciò lo inducevano le istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. — Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale, e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò incauto, gli disse imprudente. — «Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di me» rispose Cosimo, e se ne andava, senonché richiamatolo il buon generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava [pg!56] a deporre lo sdegno, e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi meriti, a ricompensarlo. — Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo celeremente, poiché quella stazione come troppo lontana, poteva da un punto all'altro riuscire piena di pericolo. Andava Delfante, e trovato che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo, egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo, che il campo fosse mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei un valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella milizia quel grado. — Cadde Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe fine la guerra della Pomerania Svedese.
Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorché abbiano fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro città: — ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e quelli spenti, altri, e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia superata. — Ma da una parte non combatté sola la cupidigia d'impero; la inquisizione soppressa, [pg!57] le barbare leggi abolite, gli errori o distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come ancora si volesse migliorare; né dall'altra fu tutto amore di patria, ché vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civiltà ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perché partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica è questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende attuali.