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[ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante]

Dentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero giace il Fatale, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà giudicarlo, o chi volendo potrà? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poiché le sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà in vano sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virtú, e delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo stimare le imprese dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso per malignità, spessissimo per ambedue: — vidi sempre l'infamia aggravarsi sopra il caduto... Solo perché caduto, onde io e piansi, e risi, e dubitai di tutto. — Dunque con un cuore, che non si atterrisce, né s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediterò su di te. Molti dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito: la voce del poeta, [pg!40] che ti salutava Giove è spenta[54]; tu dormi polvere, e non coronata, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una memoria piú durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a vederti vincere le battaglie egiziache![55]. Eterno tu avrai il dominio dei tempi avvenire, perché la vittoria ha l'ale, non già la sapienza, né si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda altezza, la pietà, o il terrore dei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: «Spirito tenebroso! perché conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori è stata la tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cosí abbietta creatura?»[56]. — Difenderò la tua causa. Dimenticando, che veniva dagli uomini la voce: scegli la tua parte, e sii oppressore, o vittima[57]; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il tristo carcere e scriveva[58]: doversi migliorare i destini umani, gli utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a sopprimerli, e la [pg!41] luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del sapere da poterne un giorno derivare facoltà di vivere immortali, e notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo del Fatale, sebbene piú moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le armi, con le leggi, e con la religione. — Quando la fortuna del mondo lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero Sultano del fuoco, e Sultano giusto[59]; — tornato in Europa non depose il disegno, favellò di destini, accennò stelle[60], e forse si tenne davvero un eletto di Dio, — e forse egli era: temendo poi in queste nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede, attese il Sapiente a governare con la ragione, e compose un codice, monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero del tutto in questo nuovo disegno, imperciocché lo stato singolare del secolo presente voglia che l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi andare alle superstizioni, né tanto incivilito per soddisfarsi del nudo ragionamento. — Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo fermò l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un centro donde muovere le fila della sua trama per la universa [pg!42] Europa... furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure piú fragili del velo, che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: — disperdi l'opera dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso di prima; turba l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterrà dal riprenderla, o consumerà la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!

Se tu dunque, o Fatale, concepisti il disegno di emendare le colpe della creazione, nessun voto piú degno di essere adempito l'Angiolo della preghiera presentò al trono dell'Eterno. — Forse teco rimasero sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti circonda potrebbe aggiungersi altra gloria piú splendida, voglio dir quella di benefattore della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.

Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano miglioramento, e dica: la guerra è in natura; notate Austin inglese il quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversa pascendoli quotidianamente a sazietà[61]; or dunque quanto piú dura impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poiché a loro non fu concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima che si [pg!43] potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi, dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civiltà aver giovato agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano di buono, o almeno di non tristo, la sincerità? Cosa, che io dichiari il pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, né dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal servigio alla società, né tu rimarresti meno il Benefattore degli uomini, imperciocché io mi sia instruito a considerare il consiglio disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facoltà bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non potè. — Ma io ho fede alla sentenza dell'Ecclesiaste: «Quello che è stato è lo stesso che sarà, e quello che è stato fatto, è lo stesso, che si farà: e non v'è nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è stato nei secoli, che sono stati avanti di [pg!44] noi»[62]. E quella mano stessa, che apparve al convito di Balthazar[63] sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la legge: Sii oppresso od oppressore. Ho veduto la sapienza pellegrinare attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni traccia della dimora; — ho contemplato un popolo crescere, allargarsi, e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermità interna, o per guerra di fuori; cosí tra le nazioni di cui conserviamo memoria avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai Francesi sotto Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo dell'anima: oh! perché non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe conosciuto; e con la piú robusta percorso la via del firmamento; e se avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso, superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa delle nazioni cimentata dal sangue dei martiri [pg!45] termina sempre col trionfo, perché la parola del forte, che spira in difesa della patria ha virtú di fecondare la sabbia del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. — Ahimè! forse anche questo è un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha potere di troncarlo, con un forse, mentre il secondo deve continuarlo all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di vita, che percorriamo è assai piú breve di quello, che sembra: due terzi della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne consumiamo nella pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni, ne ha dormiti quaranta![64] Gli occhi ne furono concessi per contemplare la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza gli spaventerà piú dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che suoneranno loro piú terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, né simulati come Tiberio, né maligni [pg!46] come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate né anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi nella coscienza della vostra nullità.

Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare un aere piú puro, e poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi, sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni, c'inebbriamo di gloria se di felicità non possiamo.

Favelliamo di gloria. — Napoleone Buonaparte tratto dalla volontà, e dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor, ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. — Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta della Trebbia, — l'altra di Novi — Massena, già folgore di guerra, adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso, Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. — Napoleone Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: «Che avete voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata! Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato sconfitte... perché tanta miseria quando io vi consegnai i milioni d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni della mia [pg!47] gloria? — Perirono»[65]. Cosí rampognava per ira, piú per arte. — Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il poteva, poiché seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; — l'Austria cadde; — l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio Francese, il Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo di pace.

Questi fatti raccontava la fama per le città italiane, sicché forte se ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. — Era in que' tempi nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul campo delle battaglie, che apertamente dimostrò, non anco in essi morto l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché Napoleone fingendo amare le libertà italiane, richiamava in vita la Repubblica Cisalpina. — Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trovò tanto potente simulatore,[66] e il cuore dei giovani si lascia cosí di leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che i posteri faranno su la memoria di quel Grande, [pg!48] malgrado le mie difese; — pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non però ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue, e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti perdoni com'eglino ti hanno perdonato. —

Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; — e l'esperienza insegna essere la ignobilità piú che la chiarezza del linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva: «Chiamarlo la patria, né volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata; non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione». — Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno, «qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo voi...» e fissatomi in volto aggiungeva: « — No, voi nol potete immaginare perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche padre...» Il mio corpo fremé per ogni fibra, l'anima si sollevò in un sospiro, e tacqui; — egli riprese: «Dio me lo aveva dato per [pg!49] unico figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; — Cosimo fu di persona piú alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno, se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado il suo impeto, le amarezze piú forti, che mi abbia apportate sono queste: nella notte in cui arse lo Scipione, — voi avrete sentito da vostro padre il caso dello Scipione, — era un vascello Francese, che incendiò nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza, chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la città; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto spavento. — L'altro dolore me lo dette nel '98, allorché vennero i Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libertà, e ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. — Il mio Cosimo non potendo soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il repubblicano non vergognò adoperare l'arme contro un fanciullo di quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di scherma; — in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per quanto aveva caro l'affetto di suo [pg!50] padre non ne facesse piú, alle quali rimostranze, egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva la sua parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre ancora». Per quanto le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in ispecie le lingue, e quando si partí da Livorno sapeva il latino, il francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco, lo svedese, e lo spagnuolo. — Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; — io lo benedissi: la povera Uliva, che dopo la sua morte perdé alquanto del lume dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo anch'egli tutto in lacrime si partí sul principiare dell'ottobre 1803». Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo defunto, mi si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi il lembo del mantello! — Volli consolarla, e non trovai la parola.

In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori, giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la veste del soldato. — Egli però non era uomo da starsi lungo tempo confuso col volgo, e infatti da una [pg!51] patente autentica della Repubblica italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel 14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro concittadino, desiderò che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava quest'ordine: