[pg!25] Noi guardammo alla Italia, — alla Italia, scopo, anima, conforto de' nostri pensieri, terra prediletta da Dio, conculcata dagli uomini, due volte regina del mondo, due volte caduta per la infamia dello straniero e per colpa de' suoi cittadini, pur bella ancora di tanto nella sua polvere, che il dominio della fortuna non basta ad agguagliarle l'altre nazioni, e il genio si volge a richiedere a quella polvere la parola di vita eterna, e la scintilla che crea l'avvenire. Guardammo con quanta freddezza d'osservazione può dare un desiderio concentrato, un bisogno di afferrarne l'intima costituzione (e il core ci batteva forte nel petto, perché abbiamo passioni giovani e l'orgoglio del nome italiano ci solleva l'anima dentro); ma noi imponemmo silenzio al cuore, e la vedemmo come era, vasta, forte, intelligente, feconda d'elementi di risorgimento, bella di memorie tali da crearne un secondo universo, popolata d'anime grandi nel sagrifizio, e nella vittoria — ma guasta, divisa, diffidente, ineducata, incerta fra la minaccia delle tirannidi e le lusinghe perfide dei molti, che adulandola dell'antica grandezza, l'addormentano sicch'ella non ne tenti una nuova — e tutta la forza de' suoi elementi controbbilanciata, annientata dalla mancanza d'unione e di fede — due virtú, che né dieci secoli di sventura derivata dalle animosità provinciali, né potenza d'intelletto o fervore di fantasia hanno potuto ancora far predominanti tra noi — e a fondarle, volersi piú che ogni altra cosa l'autorità d'un principio alto, rigeneratore, universale, applicabile a tutti i rami [pg!26] della civiltà italiana, che li riformi tutti purificandoli e dirigendoli ad un intento — d'un principio uno e potente a cui si concentrino tutti i raggi, tutti gli elementi di vita; nella cui fede l'anime si rinverginino, e la coscienza mormori una destinazione alle masse — perché in oggi manchiamo non di mezzi, ma d'accordo e di vincolo fra questi; non di materia, ma di moto che la sospinga; non di potenza, ma di convinzione che noi siamo potenti. Noi vedemmo la Italia, soffermata ai confini del mondo sociale dall'individualismo, rimanersi tuttavia sottoposta all'influenza del medio-evo. La idea personale, il sentimento radicato in ogni uomo della propria indipendenza, la ripugnanza a confondere la unità singolare nella vasta unità del concetto nazionale, predominavano, elementi ottimi in sé, ma avversi, quando sono spinti tropp'oltre, al progresso comune. — De' tristi non favelliamo; ma la tendenza individuale traspariva fin nella passione di libertà, che assumeva ne' migliori aspetto d'odio a' ceppi, di reazione forzata, di vendetta suscitata dalle lunghe offese. Pochissimi amavano la libertà per amore; perché fine prefisso all'uomo; perché mezzo unico di progresso sociale. Pochissimi mostravano coscienza dell'alta missione, che ogni vivente ha dalla natura verso la umanità. É la coscienza di questa missione che creava giganti Mirabeau, gli uomini della Convenzione, Bonaparte, Robespierre — e finché la seguirono, furono grandi — e perché mal si scerne il punto in cui svaniva davanti ad altri moventi, la posterità li griderà [pg!27] grandi. — Ma all'Italia, come noi la vedemmo, il materialismo, struggendo ogni dignità d'origine e di destino nell'uomo disseccava la vita al cuore; o la indifferenza, sperdendo ogni sete di vero, rapiva molte di quell'anime, piú frequenti in Italia che altrove, che vivono e muoiono martiri d'una idea. Quindi la mancanza di fede, di fede in sé, nel dritto, e nell'avvenire, perché l'uomo, confinato dall'individualismo dominatore nel cerchio ristretto della propria influenza, schiacciato sotto la vastità del concetto, o si rassegna a vivere schiavo, o si fa libero colla morte sul palco. — E questi vizi, che il lungo servaggio e Roma imposero alla Italia, stavano contro ad ogni tentativo piú tremendi delle baionette tedesche.
E guardammo al passato a vedere se potesse trarsene il rimedio. Ma il passato c'insegnava a non disperare; il passato c'insegnava quante e quali fossero l'arti della tirannide, e le reliquie del servaggio nell'anime — non altro. La scienza de' padri s'era esercitata intorno ai principii piú che intorno alle applicazioni. Forse la fiamma di patria e di libertà, che li ardeva, aveva illuminato ad essi quanto era vasto l'arringo: ma le circostanze avevano affogato il concetto; e i tentativi non avevano assunto né la energia, né la vastità, né l'armonia che si richiedeva a tanta opera. Era necessaria una unità di principii e d'operazioni — e i moti prorompevano invece parziali, e provincialmente. Ma senza un moto universale, riescirà impossibile sempre il trionfo, senza la universalità dell'accordo precedente, il moto non [pg!28] proromperà simultaneo e veramente italiano mai — e per consumare ad un tratto le invidie, e le animosità che vivono tuttora tra le provincie, vuolsi affratellarle tutte nella fratellanza del tentativo del pericolo e della vittoria. Era necessario il diffondere lo spirito riformatore, il bisogno di rinovamento sovra tutti i rami dell'incivilimento italiano — e limitavano la riforma a un ramo solo dell'umano intelletto; agli altri contendevano il progresso; e gli uomini che predicavano libertà politica e indipendenza dalle vecchie abitudini di sommessione, bandivano la crociata addosso agli ingegni vogliosi d'emancipazione dalle teoriche antiche filosofiche e letterarie; rubavano agli Inglesi la bilancia dei poteri e i principii della monarchia costituzionale, mentre vilipendevano schiavi del nord e traditori della patria quanti tentavano rivendicarsi negli studii e nelle composizioni quella libertà che non s'era mai perduta nel settentrione — né badavano alla necessità di educare all'indipendenza intellettuale gli uomini che volevano trarre al concetto dell'indipendenza politica; però che l'uomo è uno, e l'intelletto non s'educa a un tempo a due sistemi contrarii. La grande rigenerazione alla quale intendevano, aveva bisogno d'alimentarsi di sagrificio sublime, di forti esempli, di rinnegamento totale dell'individuo a prò d'un principio. Conveniva levar l'uomo all'altezza d'una generalità, levarlo a un concetto partito d'alto tanto[46], che potesse [pg!29] abbracciare tutta quanta la umana natura. Conveniva scrivergli dentro la tavola de' suoi diritti e de' suoi doveri, dargli la coscienza d'una grande origine, prefiggergli una missione sociale, e rivelargliela nell'azzurro de' cieli stellati, nella grande armonia del creato, nell'universo fisico ridotto a simbolo d'un pensiero potente, nelle rovine del passato, nella idea generatrice delle religioni, nella profezia de' poeti, nel raggio onde il Genio solca la terra, ne' moti inquieti del cuore, perché egli da tutte le cose imparasse sé essere nato libero, gigante di facoltà e d'energia, re del mondo e della materia, non sottomesso mai ad altre leggi, che alla eterna della ragione progressiva ed universale. Conveniva purificarne le passioni, animarle d'amore, cacciargli a fianco l'entusiasmo, ala dell'anima alle belle cose, e davanti a' suoi passi la vergine speranza col suo sorriso che dura in faccia al martirio — ed essi lo trattenevano nel materialismo, credenza fredda, scoraggiante ed individuale, rifugio a ogni uomo contro alla prepotenza delle superstizioni e della tirannide sacerdotale, ma nella quale ei non può durare senza che gli s'inaridisca il fiore dell'anima: — lo indugiavano nello sconforto d'una lotta eterna, avvezzandolo a contemplarsi dominato alla cieca e inesorabilmente dai fatti, mentre bisognava convincerlo che v'era tal forza dentro di lui indipendente da' fatti, padrona de' fatti, dominatrice dell'istesso destino: — lo angustiavano in una vicenda alterna d'azione e di reazione, mentr'era d'uopo stampargli in petto una coscienza di progresso invincibile [pg!30] e di trionfo. Irridevano le vecchie credenze, né tentavano sostituirne altre nuove; spegnevano l'entusiasmo, e volevano risvegliarlo con nomi: parlavano di patria alle moltitudini, e struggevano la fede, patria dell'anime; la fede in una legge superiore di miglioramento, in un concetto di moto perenne che abbracci e promova tutta la serie dei fenomeni umani: — la fede che creò la potenza di Roma, la vasta dominazione del Maomettismo, i diciotto secoli del Cristianesimo, la Convenzione, Sand[47], e la Grecia risorta: — la fede che ridona la dignità perduta allo schiavo, e gli grida: Va! va! Iddio lo vuole! Iddio, che t'ha creato a immagine sua, e t'ha spirato una scintilla della sua onnipotenza! Questo avrebbero dovuto tentare i primi riformatori d'una nazione caduta in fondo, se i primi potessero far altro che intravvedere un rinnovamento e morire per esso. Poi, scendendo alle applicazioni, era necessario avere il popolo, suscitare le moltitudini: a farlo, bisognava convincerlo che i moti si tentavano per esso, pel suo meglio, per la sua prosperità materiale, perché i popoli ineducati non si movono per nudi vocaboli, ma per una realtà; e a convincerlo di queste intenzioni, bisognava adoprarlo, parlargli, cacciar nell'arena quel nome antico e temuto di Repubblica, solo forse che parli ai popoli una parola di simpatia, una idea di utile positivo: — ed essi tremavano del popolo; disperavano — mosso che fosse — di poterlo dirigere; e lavoravano ad addormentarne [pg!31] il ruggito, o a moverlo, gli esibivano teoriche astruse di poteri equilibrati, idee metafisiche di lotta ordinata, sicché ne escisse quiete permanente allo stato, e costituzioni accattate da altri paesi, provate oggimai inefficaci a durare, e non adattate ai costumi, alle abitudini, alle passioni. — Le rivoluzioni si preparano colla educazione, si maturano colla prudenza, si compiono colla energia, e si fanno sante col dirigerle al bene comune. Ma le rivoluzioni, a questi ultimi tempi, sorsero inaspettate, non preparate, artificialmente connesse; furono dirette al trionfo d'una classe sovra un'altra, d'un'aristocrazia nuova sovra una vecchia — e del popolo non si fece[48] pensiero — poi, procedettero sulla fede di principii fittizi, lasciati all'arbitrio di governi astuti che gl'interpretassero, paurose di ogni cosa, disperate d'ogni soccorso, che non venisse dalla diplomazia, o dallo straniero, l'una, arte essenzialmente menzognera, l'altro, essenzialmente sospetto, amico talvolta dei forti, non mai de' fiacchi. Noi vedemmo uomini insultare a re, imponendo loro leggi e patti che insegnavano aperta la diffidenza, e dimezzavano il loro potere — e nello stesso tempo fidarsi illimitatamente nelle loro promesse e nei loro giurí come se i tiranni avessero un Dio nel cui nome giurare. Vedemmo assalita nelle costituzioni proposte l'aristocrazia, e non pertanto venir chiamata alla somma delle cose, come se le caste potessero mai suicidarsi. [pg!32] Leggemmo sulle bandiere il nome d'Italia, mentre si rinnegavano ne' proclami e nelle operazioni i fratelli vicini e insorti per la stessa causa, nell'ora stessa, in forza di concerto comune. Udimmo gridare indipendenza di territorio, mentre il barbaro guardava alle porte; e intanto l'andamento de' nuovi governi si fondava sulla speranza d'evitare una guerra, che la natura ha posta eterna fra il padrone, e lo schiavo, che rompe la sua catena — e si frenavano i giovani che volevano diffondersi in piú largo terreno — e si decretavano toghe, non armi. — Errori che ci hanno fruttato taccia di codardia dagli stessi che ci hanno illusi vilmente e traditi: errori figli forse piú delle circostanze e della infamia de' gabinetti europei, che degli uomini preposti alle cose nostre; ma tali che il sostenerli avvedimenti politici di profonda esperienza è oggimai parte d'inetti o di traditori.
E allora — guardammo d'intorno a noi; allora ci lanciammo nell'avvenire. L'anima sconfortata dalle lunghe delusioni si ritemprò nella coscienza d'una eterna missione, si rinfiammò nel sentimento d'un furore di patria, d'un voto di libertà ch'è la vita per noi. Gli errori de' padri erano voluti dai tempi; ma noi perché dovevamo insistere sugli errori de' padri? Gli anni maturano nuovi destini; e noi, contemplando il moto del secolo, intravvedemmo una giovine generazione, fervida di speranze — e la speranza è il frutto in germoglio — commossa a nuove cose dall'alito spirituale dell'epoca — agitata da un bisogno prepotente di forti scosse, e di sensazioni: e di mezzo [pg!33] ad essa, tra la incertezza dei sistemi, tra l'anarchia de' principii, dall'individualismo del medio evo, dal fango che fascia la vita italiana,[49] sorgere qua e là uomini che vivono e muoiono per una idea; levarsi anime che, come Prometeo, protestano contro la fatalità che li opprime, e l'affrontano sole; apparire aspetti, che hanno una profezia d'avvenire sulla fronte: esseri d'una natura superiore che la natura caccia sempre sulla terra al finire d'un'epoca per congiungerla alla[50] nuova — e tutta la generazione, e que' pochi privilegiati non mancano, ad esser grandi, che d'un riconcentramento d'opinioni e tendenze, d'una unità nella direzione, d'una parola feconda, energica, incontaminata d'odio e paura, che riveli nudo e potente il voto del secolo.
Questa parola noi la diremo.
Questo voto noi tenteremo d'interpretarlo. Tutte le tendenze che ci parve intravvedere nel secolo, e che abbiamo accennate nel corso di quest'articolo, noi le svilupperemo nel nostro giornale coll'ardore di gente che né spera, né teme dai partiti politici, e non vede sulla terra se non uno scopo e una via per arrivarlo[51]. E da queste tendenze ch'or sono in germe, da tutte le necessità che sgorgano innegabilmente dai fatti trascorsi, dalle ispirazioni dell'epoca, escirà, noi lo speriamo, un sistema che raccoglierà intorno a sé la generazione crescente. Non è che un sistema, ripetiamolo [pg!34] anche una volta, che noi abbiamo voluto accennare col nome di Giovine Italia; ma questo vocabolo noi lo scegliemmo, perché con un solo vocabolo ci parea di schierare innanzi alla gioventú italiana l'ampiezza de' suoi doveri, la solennità della missione che le affidano, le circostanze, perch'essa intenda come l'ora è suonata di levarsi dal sonno ad una vita operosa e rigeneratrice. — E lo scegliemmo, perché, scrivendolo, noi avevamo in animo mostrarci quali siamo: combattere a visiera levata: portare in fronte la nostra credenza, come i cavalieri del medio evo la tenevano sullo scudo — però che noi compiangiamo gli uomini che non sanno la verità, ma disprezziamo coloro che, sapendola, non osano dirla.
Vergini di vincoli, e di rancori privati, con un cuore ardente di sdegno generoso, ma schiuso all'amore, senz'altro desiderio fuorché di morire pel progresso dell'umanità e per la libertà della patria, noi non dovremmo essere sospetti d'ambizioni personali, o d'invidie. — La invidia non è passione di giovani. — Fra noi chi cura gl'individui? chi move guerra a' nomi? L'epoca de' nomi è consumata; siamo all'epoca de' principii; non difendiamo, né assaliamo che questi, non siamo inesorabili che su quel terreno. Là è il perno del futuro; là stanno le nostre piú care speranze. — Le generazioni passano; i nomi e le battaglie intorno ad essi passeranno soffocate dal torrente popolare, che sta per diffondersi. Stendiamo un velo sui fatti che furono: chi può far che non siano? — ma l'avvenire è nostro; le teoriche del passato [pg!35] noi le rifiutiamo pel tempo che c'incalza. Noi cacciamo la nostra bandiera tra il mondo vecchio, ed il nuovo — chi vuole s'annodi intorno a questa bandiera; chi non vuole, viva di memorie, ma non cerchi di sollevarne un'altra, caduta, e lacera.
Che se tra gli uomini a' quali l'esser nati in un'epoca anteriore alla nostra ha stillato un dubbio nell'anima, che si voglia per noi e per le nostre dottrine rimoverli dalla impresa, vi sono uomini[52] che abbiano la canizie sul capo e l'entusiasmo nel core, uomini che procedendo col tempo veglino[53] lo sviluppo progressivo degli elementi rivoluzionari, e modifichino a seconda di questo sviluppo il loro piano d'operazione, oh vengano a noi! guardino spassionatamente alle nostre teoriche, a' nostri atti, ai nostri affetti — e vengano a noi! Vengano, e ci snudino le ferite onorate che ottennero nei campi delle patrie battaglie: noi bacieremo quelle sante ferite; venereremo que' capegli canuti; accetteremo il loro consiglio, e raunandoci intorno ad essi, li mostreremo con orgoglio a' nostri nemici sclamando: noi abbiamo la voce del passato, e quella dell'avvenire per la nostra causa!
Sia dunque pace! — Pace è il voto dell'anime nostre. In nome della patria — in nome di quanto v'è di piú sacro, noi gridiamo pace! — L'accusa di seminar la discordia ricada sulla testa degli uomini che si gridano liberi e non ammettono [pg!36] progresso nelle cose umane — che parlano di concordia e accumulano le interpretazioni maligne e i sospetti sulle parole proferite candidamente — che predicano la unione, e schizzano il veleno sulle intenzioni. — Con questi, non è via d'accordo possibile.
Giovani miei confratelli — confortatevi, e siate grandi! — Fede in Dio, nel dritto, ed in noi! — Era il grido di Lutero, e commosse una metà dell'Europa. Innalzate quel grido — e innanzi! I fatti mostreranno se c'inganniamo, dicendo che l'avvenire era nostro.
Mazzini.