Le denominazioni giovine e vecchia Italia non sono nostre; e perché vorremmo noi gravarci l'anima d'un rimorso, creando una divisione, dove i fatti non ci strozzassero[32] a riconoscerla, dove il progresso inerente alle umane cose non ci soggiogasse col mostrarcela inevitabile? Abbiamo dieci secoli d'oltraggi a vendicare[33]: abbiamo a distruggere un servaggio di cinque secoli. I padri, i padri de' padri, e gli avi remoti ebbero tutti la loro parte di quell'oltraggio: tutti hanno bevuto a quel calice che Dio serbava all'Italia, e del quale la fortuna assegnava a noi l'ultime goccie — e le piú amare forse. E noi gemiamo per tutti, fremiamo per tutti; e se a rigenerare una terra guasta da cinquecento anni di servitú muta bastasse levarsi e combattere[34] gli uomini del passato, quanti insorsero e morirono per la patria da Crescenzio fino al Menotti, sarebbero nostri fratelli alla pugna, dove alcuno potesse evocarli dalla loro polvere. — Ma il sangue solo santifica, non rigenera una nazione. Stanno contro di noi non le sole baionette straniere, ma le discordie cittadine inveterate per lunga memoria di stragi, rieccitate sordamente dalla tirannide artificiosamente ineguale e corrompitrice: stanno i vizi, che si generano [pg!14] nelle catene, e la intolleranza di freno, ottimo elemento per distruggere, pessimo per fondare, e piú ch'altro sta la mancanza di fede: di quella fede, che sola crea le forti anime e le grandi imprese, di quella fede che sorride tranquilla nel sagrificio, perché trae seco sul palco, o nel campo la promessa della vittoria nell'avvenire. Queste cagioni di servitú durano tuttavia prepotenti, e a superarle conviene giovarsi di quanti elementi, di quante forze fermentano tacitamente in Italia, ridurle a centro, calcolarle colla maggiore esattezza — e ogni anno le modifica, le tramuta, le aumenta — poi mormorare ad esse la parola di fede, spirarvi dentro l'alito d'una vita potente, animarle di quello spirito che dagli elementi inerti crea il moto d'un mondo, e vi stampa sopra l'orma di Dio. Ma il segreto del secolo sta nelle mani dei nati col secolo. — Né il linguaggio che suscita le passioni, e le dirige a grandi cose, e insegna a santificarle consecrandole coll'altezza d'un intento sociale, si rivela ad altri che a coloro, i quali hanno sorbito[35] col primo alito le passioni del secolo, e l'ansia di moto che affatica l'anime de' fratelli. Or, perché illuderci, quando ogni illusione frutta rovine? — e che giovamento può nascere dal rinnegare la nostra potenza e dissimularci la missione d'intelletto che la natura ci assegnava cacciando la nostra culla alla sorgente delle rivoluzioni, per paura che l'ossa de' padri s'agitino irrequiete ne' loro sepolcri, irate ai figli [pg!15] perché intraprendono franchi e deliberati la via ch'essi calcarono incerti e timidamente? — Oh! da que' grandi ch'ora dormono l'ultimo sonno, non viene fremito a noi se non d'incoraggiamento e di conforto ad osare: — da que' sepolcri non esce voce che non esclami: — «siate migliori di noi! siate grandi, come la vostra sciagura, come l'epoca nella quale vivete: grandi nell'atto come noi nel pensiero! Noi fummo a tempi, ne' quali il solo concetto di rigenerazione era un trionfo sulla tiranide; la rivoluzione sociale era un'alba[36], e noi, avvezzi alle tenebre, non potevamo misurare la luce del giorno venturo, né oprare risolutamente animosi, quando fiacchi e forti, tranne pochissimi, stavano contro di noi, e la esperienza era muta. Ma voi nasceste ne' moti, e v'allevaste tra i moti: ammaestratevi nelle nostre disavventure: abbiate le nostre virtú, ma rinnegate i nostri errori».

Le denominazioni giovine e vecchia Italia, non sono nostre: noi non le abbiamo create: le ha create una tal potenza contro la quale non valgono né ciance d'uomini, che sentono sfuggirsi di mano una influenza già consumata da' fatti, né rancori e sospetti d'inetti maligni, che vorrebbero occupare il secolo delle loro meschine ambizioni, e della loro vita incognita al mondo. E la potenza de' fatti: — la potenza che mutava alcuni anni addietro nella Germania il Tugenbund[37] (fratellanza [pg!16] della virtú) in Jugenbund (fratellanza di gioventú): — la potenza che concentrava in Polonia poco tempo avanti la rivoluzione le molte società patriottiche nella grande associazione della gioventú condotta da Lelewel: — la potenza che commettendo alla giovine Francia la impresa di luglio e i fati Europei, strappava di bocca a Cousin le parole che noi ponemmo in capo allo scritto — e Cousin eccitatore un tempo della gioventú francese, è pure in oggi un di que' tanti che s'industriano a distruggere l'opera loro, tentando confinare nel cerchio angusto d'una dottrina immutabile e inapplicata gli uomini del progresso; ma la verità vuole il suo dritto, e si fa via tra' sistemi. La verità si rivela continua e progressiva attraverso gli eventi; e se gli eventi ci sono propizii d'ispirazioni politiche: — se il secolo ci suggerisce una nuova via di successo, perché rifiuteremo noi di seguirla?[38] perché diremo al secolo: tu se' diseredato di mente: trascorri inutile alla umanità?

Bensí, dalla nostra credenza non esce spregio, o biasimo assoluto alle vecchie credenze politiche, né perché abbiamo opinione che le cose nuove debbano trattarsi con metodi nuovi, gittiamo l'anatema dell'ingrato alle teoriche applicate sinora. Quelle teoriche sono storia, e come storia le veneriamo: come storia vi leggiamo dentro una manifestazione del principio adattata a' tempi e alle circostanze. Soltanto in oggi le vicende, le sciagure, e gl'insegnamenti de' fatti hanno svolti nuovi elementi, hanno messa in luce chiarissima [pg!17] la idea, che prima giaceva oscura ne' simboli. Allora conveniva accennare il principio; ora ci par giunta l'epoca d'una manifestazione solenne. — Ogni cosa ha il suo tempo: ogni sistema ha la propria necessità d'esistenza nella condizione morale dell'epoca. Chi schernisce o maledice al passato, è stolto o maligno: egli dimentica come dai vagiti e da' modi informi e plebei di Guittone Aretino esciva la bella lingua dell'Alighieri, di Petrarca e Boccaccio, né senza quei primi e timidi tentativi politici, non parleremmo[39] in oggi queste parole. Ma noi non malediciamo al passato, se non quando c'incontriamo in uomini, i quali s'ostinano a farne[40] presente, e quel ch'è peggio, avvenire. Le rivoluzioni son tali fatti che non si compiono in un istante o con un solo sistema, perché non v'è momento nello spazio, o sistema nella mente umana che valga a raccogliere, a concentrare in una unità potente d'azione tutti quanti gli elementi che mutano faccia agli stati. I sistemi politici non sono per noi che i risultati degli elementi d'azione che stanno a un dato tempo in un popolo, calcolati e ordinati pel meglio. Se ogni popolo potesse rassegnarsi ad attendere in pace il momento nel quale l'elemento morale rivoluzionario equabilmente diffuso e coordinato fosse giunto a tale un grado di potenza che assorbisse l'elemento materiale, le rivoluzioni non avrebbero che un sistema. — Ma la natura non ha [pg!18] voluto che dalla morte nascesse a un tratto la vita; e la rigenerazione d'un popolo non balza fuori nella sfera de' fatti, potente e compiuta, come Minerva dal capo di Giove. La natura non ha voluto che le rivoluzioni si operassero senza lunghe fatiche, forse perché i popoli imparassero a gradi e attraverso le delusioni il prezzo della libertà; né una nazione cresce grande davvero, se non è consecrata all'eternità della missione sociale nel sacramento del dolore. E d'altra parte, la tirannide soverchiante, e inquieta per coscienza d'infamia, non concede che la guerra fra gli elementi del progresso e la inerzia si consumi sordamente e mutamente nella società, e l'urto non si manifesti che quando il trionfo è sicuro; ma inferocita nei sospetti e nei terrori che l'affaticano, caccia nell'arena, come un guanto a' popoli, qualche testa di prode — e i forti di sdegno e d'audacia titanica traggono anzi tempo le moltitudini incerte al giudicio di Dio. Quindi le vittorie brevi, e le dubbie vicende, e gli errori. E dalle dubbie vicende e dai molti errori hanno vita, incremento e perfezione i sistemi.

E v'è un periodo nella vita de' popoli, come in quella degli individui, nel quale le nazioni s'affacciano alla libertà, come l'anime giovani all'amore: per istinto — per bisogno indefinito e segreto — perché la natura creando l'uomo gli scrisse nel petto libertà e amore — ma senza conoscenza intima della cosa bramata, senza studio de' mezzi, senza determinazione irrevocabile di volontà, senza fede. Allora la libertà è passione di [pg!19] pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta una generazione, a spiare il progresso e il voto de' popoli, a intendere il gemito segreto che va dalle moltitudini al trono di Dio — a vivere profeti e morire martiri; per gli altri è desiderio, sospiro, pensiero, e null'altro. Allora le rivoluzioni si tentano artificialmente colle congiure: gli uomini liberi si raccolgono a metodi d'intelligenza misteriosa: s'ordinano a fratellanze segrete: costituiscono setta educatrice, e procedono tortuosi. Però che le moltitudini durano inerti, e i piú vivono astiosi al presente, ma spensierati dell'avvenire — e se taluno rompe guerra al tempo, e tenta rivelarlo a' milioni, i milioni lo ammirano onesto, ma la scherniscono sognatore di belle utopie. Il sagrificio solenne è venerato anche allora, perché nel core degli uomini v'è un istinto di verità che mormora: quel sangue è sparso per voi; quelle vittime si stanno espiatrici delle vostre colpe; que' martiri equilibrano a poco a poco la bilancia tra le creature ed il creatore. È venerato, perché v'è un sublime nel sagrificio, che sforza i nati di donna a curvare la testa davanti ad esso, e adorare; perché s'intravvede confusamente che da quel sangue, come dal sangue di un Cristo, escirà un dí o l'altro la seconda vita, la vita vera d'un popolo — ma la venerazione si consuma sterile e solitaria, nel profondo del core, nel gemito dell'impotenza; non crea imitatori; non risplende maestosa e fidente intorno al simbolo della nuova fede, ma soggiorna paurosa nelle iniziazioni d'un culto proscritto, e piange d'un pianto che non ha [pg!20] conforto neppur di fremito. — La condizione de' tempi impone allora doveri particolari ai pochi che s'assumono l'opera rigeneratrice; allora il voler sanare gli estremi mali cogli estremi rimedi è piú follia che virtú; perché dove il male è inviscerato nella società e ti preme d'ogni lato predominante, o tenti struggerlo alla radice, e cadi tra via deriso da' tristi; o fai guerra ineguale a' rami, e tu sei[41] gridato tiranno da' buoni. — Allora l'ostinarsi a fondar la vittoria su forze proprie e sui miracoli del valor nazionale frutta disinganno amaro e talora pure rimorso, perché le nazioni si rigenerano colla virtú o colla morte; ma dove non è virtú di sagrificio né furore di gloria, dove nei cuori non vive un'eco alle grandi passioni, i vasti concetti falliti e le molte vittime infondono la inerzia, non il coraggio della disperazione. Quindi la moderazione nell'applicazione de' principii piú scaltrezza che inconseguenza; quindi la speranza e l'aiuto accettato dello straniero necessità deplorabile piuttosto che codardia; e l'arti diplomatiche usate a tempo, pericolose sempre, pure talvolta efficaci a smembrare le forze nemiche. Ad ogni operazione politica è base prima il calcolo delle proprie forze; e dove queste non reggono, è forza cercarne altrove, o ristarsi[42]. Siffatti mezzi non danno libertà mai alle nazioni, bensí conquistano anime alla santa causa, e insegnano [pg!21] a intendere la libertà ed amarla dolce, tollerante, incontaminata. — Poi le vicende ammaestrano a conseguirla.

Ma poi che il pensiero concentrato ne' pochi s'è diffuso alle moltitudini, e la libertà è fatta sorella dell'anime — quando il voto segreto s'è convertito in anelito irrefrenabile, e la speranza in fede, e il gemito in fremito — quando il sangue delle migliaia grida vendetta agli uomini e a Dio, ed ogni famiglia conta un martire o un iniziato alla religione del martirio — quando le madri non hanno piú sonni, l'amplesso delle mogli ha il tremore e il presagio della separazione, e un pensiero di rancore, un pensiero di cupa vendetta solca le fronti de' giovani nati all'amore, e al sorriso spensierato degli anni vergini sottentrano anzi tempo le cure e le gravi apparenze dell'ultima età — allora — l'ora di risurrezione è suonata. Guai a chi non si assume tutto il dolore, tutto il dritto di vendetta solenne, che spetta ai suoi fratelli di patria! Guai a chi non sente il ministero che le circostanze gli affidano, e reca le idee mal certe del tentativo nella lotta estrema, decisiva, tremenda! — Allora la tirannide ha consumato il suo tempo; le transizioni, e i sistemi di transizione diventano passi retrogradi; la guerra è tant'oltre che tra la distruzione e il trionfo non è via di mezzo, e gli ostacoli che un tempo si logoravano coll'arti della lentezza, vanno atterrati rapidamente. — Allora la iniziazione è compiuta; alla religione del martirio sottentra la religione della vittoria; la croce modesta e nascosta [pg!22] s'innalza[43] nell'alto convertita in Labarum; la parola della fede segreta fiammeggia segno di potenza scritto sulla bandiera de' forti — e una voce grida: in questo segno voi vincerete!

E allora la gioventú si leva — raggiante, concorde, serrata a una lega di pensieri e fatti magnanimi, aspirante un'aura di vittoria, spinta da una forza di progresso e di moto che insiste sovr'essa, che la purifica in un oblio d'ogni affetto individuale, che la ingigantisce nella potenza d'un desiderio sublime. Salute a quella gioventú! — Date il varco alla generazione, che venne col secolo, e maledetto colui che la guardasse con occhio d'invidia, o gittasse dietro ad essa il motto dello scherno amaro, però ch'essa ha intesa la voce del passato e quella dell'avvenire, ha raccolti gl'insegnamenti dell'esperienza dalla bocca o sulle tombe dei padri, e s'è ispirata al soffio della civiltà progressiva, all'armonia della umanità, che ogni secolo, ogni anno, ogni giorno rivela all'anime nuove un arco del proprio orizzonte!

Ora — è il tempo, o non è? Siam noi giunti al punto in cui una nuova rivelazione[44] politica dia moto alle menti, e gli antichi sistemi esauriti abbiano a cedere davanti a' nuovi suggeriti dalla esperienza, voluti dai piú, potenti a struggere ed a creare?

[pg!23] La questione è codesta — e noi, uomini del secolo XIX, la riteniamo decisa.

Noi stiamo sul limitare d'un'epoca, e non è l'epoca de' sistemi di transizione, che gli uomini delle rivoluzioni hanno predicato finora. L'epoca de' sistemi di transizione è il gradino che la necessità impone alle nazioni, perché salgano dal muto servaggio alla libertà. La libertà è troppo santa cosa, perché l'anima dello schiavo la intenda e il suo cuore possa farsene santuario, se prima non s'è riconsecrato alla vita morale nelle lunghe prove e nel lungo dolore. Ma noi l'abbiamo consumata quest'epoca: quaranta anni di tentativi, il battesimo del pianto e del sangue, e la vicenda europea che s'è svolta davanti a' nostri occhi, hanno fruttato sapienza ed ardire; e noi siamo d'una terra, che ha dato celerità singolare agli ingegni, e un battito piú concitato al cuore de' suoi figli.

Noi guardammo all'Europa. Dappertutto è sorto un grido di nuove cose, un appello alle nuove passioni, una chiamata a' nuovi elementi, che il secolo ha posto in fermento. Dappertutto due bandiere hanno diviso i combattenti per una medesima causa; e la guerra oggimai non riconosce altro arbitro che la vittoria, però che gli uni contendono per arrestarsi a' primi sviluppi della idea rigeneratrice, gli altri per inoltrarsi e spingere i principii alle legittime conseguenze: i primi avvalorati dal silenzio delle moltitudini, naturalmente cieche, naturalmente inerti, magnificano il riposo supremo de' beni, non avvertendo che anche la morte è riposo; i secondi, forti di logica e di fede [pg!24] negli umani destini, intimano il moto, come legge, necessità, vita delle nazioni. — La guerra è implacabile, perché tra il sistema che da noi s'intitola vecchio e la nuova generazione sta, come pegno d'eterno divorzio, una rivoluzione portentosa ed europea negli effetti, divorata in un giorno da pochi codardi e venali, ridotta a un mutamento di nome, e non altro — sta l'Associazione universale costretta a retrocedere d'un passo davanti a delusioni siffatte[45], che un secolo di strage non basterebbe a scontarle, se un'ora di libertà non avesse potenza di cancellare il passato. La guerra è implacabile, però che le sorti di mezza Europa sono strette al successo, e non v'è pace possibile, poiché l'Europa ha imparato fin dove meni la ostinazione d'un sistema d'inerzia a fronte d'una volontà irrevocabile. L'Europa ne ha lette le conseguenze al lume degl'incendi di Bristol, e scritte col sangue de' Lionesi — e noi vorremmo, per la speranza d'una transazione impossibile, dissimulare la verità ai nostri fratelli, rinnegare la bandiera che il secolo ci pone alle mani, contrastare ad un fatto universale, evidente, che sgorga dai minimi incidenti, da' giornali, da' libri, dai tentativi, da ogni popolo, da ogni lato? La unione! noi la vogliamo; ma tra buoni, e fondata sul vero. L'altra, che alcuni paurosi od inetti gridano tuttavia, senza insegnare il come si stringa, è unione di cadavere colla creatura vivente: spegne il lume della vita dov'è, senza infonderlo dov'è morte.