Noi non avremmo insozzate le nostre pagine ricopiando coteste infamie, se non ci fosse sembrato di rinvenire in esse la migliore testimonianza delle nostre intenzioni, e del nostro dritto. Due gioje concesse Iddio agli uomini liberi sulla terra: il plauso de' buoni, e la bestemmia de' tristi — e quando noi sacrammo anima, vita e braccio alla patria, guardammo davanti a noi, né curammo di voci che si levassero dal fango a insultarci, o di pericoli che ci venissero da' nemici alle spalle. Giurammo a noi stessi silenzio — e non moveremo parola d'ora innanzi contro le mille accuse, e basse calunnie che ci lancieranno dietro que' vili, la cui penna, come il corpo della meretrice, si vende a chi piú la compra. Tra noi ed essi la lizza è troppo ineguale; né gli uomini liberi s'hanno ad avvilire scendendo a discutere coi carnefici. — Bensí, prima di procedere sulla via, giova forse rompere una volta almeno il silenzio, ond'altri non lo interpreti siccome paura. E d'altra [pg!95] parte, chi può vedersi davanti la impudenza villana, e non maledirla? — Chi può passare dappresso al calunniatore coperto, e non dirgli: tu se' noto: rimanti infame e per sempre dinanzi agli uomini, e a Dio?
Uomini del Canosa, e del Duca! — non v'illudete. Non tentate ridurre ne' confini angusti d'una associazione segreta, d'un consorzio privato il voto universale in Italia contro di voi — contro la tirannide, che promovete — contro i delitti co' quali la puntellate. Non impicciolite lo spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo a pochi individui. Il decreto della vostra rovina vien d'alto: vien dal secolo, che v'incalza, vi preme, vi mina per ogni lato: viene dall'intelletto, che ogni anno sviluppa, commove, suscita contro le vostre teoriche di sommessione abbietta, e d'ineguaglianza: viene dall'odio alla tirannide ch'esercitate tremenda contro ogni classe, che ponete a luce deforme in ogni atto della vostra vita, che non tentate velare neppure colle cure date alla prosperità materiale de' vostri sudditi. Quante sono le vostre vittime? quante sono le famiglie che gemono sul destino d'un caro proscritto? quante sono le madri, che balzano ne' sogni davanti alla sembianza d'un figlio prigioniero, o spento per voi? quanti sono i volti, che impallidiscono d'ira repressa al vedervi? — Numerate que' volti, quelle madri, quelle famiglie; perché ognuno di que' volti vi rivela un nemico, ognuna di quelle madri vi scaglia un anatema, ognuna di quelle famiglie è un centro di congiura [pg!96] contro di voi. Avete sagrificata la virtú, che v'era rimprovero, negletto o perseguitato il merito, che paventavate nemico, usurpato il frutto de' suoi sudori all'agricoltore colle dogane, co' dazi, colle ruberie de' processi — e cercate la espressione de' pericoli, che v'accerchiano in una forma di fratellanza? — Avete manomessa l'opera della creazione, avete travolta nel fango la immagine di Dio, avete convertito in casa di pianto il giardino della natura, punita la parola, inceppato il core ne' suoi moti, tormentato il pensiero — e vi perdete a dissotterrare i vostri nemici all'estero — e proferite tre nomi?
Uomini di Canosa, e del Duca! — Napoleone ha segnata a Sant'Elena la vostra sentenza — e chi siete voi per durare tiranni dopo Napoleone? Il gigante de' secoli è caduto davanti all'urto della opinione — e voi vorreste reggervi in faccia ad essa? — voi, forti soltanto della nostra discordia? — E seguite — struggete — mozzate alcune teste di martiri: rinasceranno a migliaia — spegnete i forti d'una città — verranno dall'altre — ardete le case: edificatevi un trono sulle rovine: regnate sovra deserti. — Oh! non v'è Dio? — non v'è il rimorso? — non lo sentite? — non lo vedete simboleggiato fin nei volti di satellite che v'errano attorno? — e quando, la notte, fra i sospetti delle tenebre, fra i terrori del silenzio, ricorrete al passato, o v'affacciate al futuro, — oh! dite, dite — non intravvedete voi il rimorso? l'ultima visione del passato, e la prima dell'avvenire non è forse la immagine del tempo, che vi numera l'ore?
[pg!97] Là, dovete rivolgere le vostre forze. Là — ne' vostri delitti, e nel tempo che premia, e punisce, è la Giovine Italia, che voi temete!
Da quaranta anni voi combattete questi uomini liberi, che affettate di disprezzare. — Da quaranta anni avete lanciato lo spionaggio, la baionetta straniera, il carnefice contro questa che voi chiamate fazione, setta, congrega di pochi iniqui, feccia e rifiuto degli uomini — avete troncate le fila presunte — avete immolati i piú ardenti tra essi — e v'è forza ricominciare ad ogni ora — e v'è forza confessare che perdete terreno: che i ribelli aumentano ogni dí piú: che l'epoca è corrotta, e corrompitrice. Dieci anni addietro, cinque anni addietro l'Europa era vostra: ed ora avete perduto il Belgio, minacciato il Portogallo, la Germania, l'Italia. — E compiangete la nostra rovina? — Oh! tenete il compianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo, sulla quale fondavate tutte le vostre speranze. — Abbiate almeno la ferocia del leone ne' suoi ultimi momenti, poiché la generosità non potete. — Mostratevi a nudo, mostratevi con tutto il furore che v'agita, con tutta la sete di strage, che vi governa. Ma non versate calunnie, alle quali nessuno dà fede: non ritorcete in noi, in noi caduti finora per dare al mondo lo spettacolo delle rivoluzioni come noi le avevamo concetto, pure, innocenti, pacifiche, l'accusa di delitto, e di sangue. Sangue! — Assassini di chi v'ha salva la vita, il sangue d'Andreoli, di Borelli, e di Menotti v'affoga!
[pg!98] Noi trascorriamo — e sarà l'unica[79] volta — in un linguaggio che non è il nostro; ma il sangue si precipita nelle vene all'udire coteste accuse, al pensare in che mani è caduta la nostra Italia. Oh! l'anima nostra era un sorriso per tutte le creature: — la vita s'affacciava alla vergine fantasia come un sogno d'amore; e i moti piú concitati del nostro cuore erano per la bella natura, per la donna, ideata ne' primi anni giovenili, pel genio de' grandi trapassati. — Chi ci ha messa la parola dell'ira sul labbro, se non essi, gli oppressori delle nostre contrade, i tormentatori de' nostri fratelli? — Chi ci ha rapita[80] la metà della esistenza, chi, se non essi, ci ha stillato l'odio nell'anima? — L'odio! ci è tale incarco, che vorremmo deporlo, anche colla vita, se fosse nostra. Ma le teste de' nostri fratelli ci stanno innanzi sanguinose, e l'ultime voci loro ci affidavano un tale deposito, che nessuno può rinnegare senza delitto.
Ed oggi che noi alziamo la voce, in nome di tutti, oggi che noi tentiamo pagare parte almeno del nostro debito, gli scrittori della Voce della Verità ci accusano di operare in segreto, e millantano di combatterci a visiera levata. — A visiera levata! Sí; colle baionette d'intorno, e il carnefice a fianco. — A visiera levata! — e chi s'attentasse di serbare in Italia alcuna, di queste pagine, sconterebbe l'errore con una vita di [pg!99] dolore. — A visiera levata! — Oh! noi l'alzammo la visiera: noi ci levammo davanti a voi nella potenza della virtú, e della fede: ci levammo grandi di amore, e di[81] confidenza delle moltitudini, che c'intendevano — e i troni, le tirannidi, e voi sfumaste al nostro grido, però ch'esso era il grido dei milioni conculcati, il grido di Dio che v'avvertiva dell'iniquità vostra — e fuggiste vilmente — e mendicaste la spada straniera a rifarvi il trono, che soli eravate impotenti a reggere; ma noi abbiamo, poich'altro non potevamo, suggellata la nostra fede sul palco: abbiamo sagrificati gli affetti che fanno cara la vita al pensiero che Dio c'impose — ed oggi, proscritti, innalziamo la nostra voce — e segniamo — e voi — voi vi ravvolgete nel velo dell'anonimo!
Mazzini.
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