Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; — né fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e quel sicario della legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella [pg!87] gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava il figlio, — in vano i fratelli chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto fu negato; — ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che rimane all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitti consumati dai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava nello scrittore, — che tante memorie richiamava al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita, quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e spirava col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.
Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú [pg!88] Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, — sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti [pg!89] che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.
Gio. La Cecilia.
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[LA VOCE DELLA VERITÀ]
Un giornale, pubblicato in Modena, intitolato la Voce della Verità, conteneva in data de' 17 gennaio, nel numero 70, un articolo, del quale ci piace riferire alcuni brani.
L'articolo incomincia con queste parole:
Un'empia associazione s'è formata in Marsiglia del rifiuto e della feccia degli emigrati italiani, la quale impudentemente si dà il titolo di Giovine Italia. Essa non accetta nel suo novero, che quelli i quali son nati entro il secolo corrente... ond'esser certa che il fuoco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia, e della rivoluzione; essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva alla Propaganda Infernale, e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue................................
[pg!94] Noi compiangiamo la rovina ch'essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che la Voce della Verità raccoglie il guanto, che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo mantenitori della lizza. Operino essi in segreto; noi in pieno sole, e con alzata visiera.
L'articolo cita i nomi de' pretesi capi dell'intrapresa — e tra questi il nome di chi scrive queste linee.