Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli alcune verità; v'esposi ciò che non vogliamo, udite ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione sta contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, però che a nessun uomo quaggiú fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversità d'opinioni.

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La Società degli Amici del Popolo ebbe origine dalle barricate: tutti i suoi primi membri aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati, s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini a manomettere insieme la pubblica libertà, e profittare d'una rivoluzione fatta senza l'opera loro.

Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla corruttela: i nostri sforzi si rimasero [pg!108] sterili: una camera senza missione racconciò una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La trama poteva sciogliersi col sangue. La Società preferí l'armi dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di vili diretta da' suoi assoldati, e la Società, avendo in orrore la guerra cittadina, rinnegò per quel giorno la sua potenza, si raccolse in un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi ragionava col popolo per mezzo della stampa. Ora piú che mai, ve ne accerto, la Società anela a quanto voleva in allora.

O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurrò a somme formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.

Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato né alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la capacità elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla, l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe meno prode, o per un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua libertà di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri s'adorna.

[pg!109] Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria. Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare ai bisogni, ed anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo è il problema: a noi fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di conformazione originale». O ricchi, aiutateci a sciogliere questo problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero, che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.

Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni della speranza; ma il nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo carattere piú positivo, bisogno piú forte di reale. — Però la morale di Cristo produceva savî in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre ipocriti. La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere cotesto problema tutte le risorse della piú astuta diplomazia; — il suo sistema rovinò per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lottò sei anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione, dacché il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. — Un Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema misto d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella [pg!110] patria sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.

Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de' titoli ereditari, della quasi feudalità, quasi a convincere vieppiú la Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il vecchio sistema, ma la pagina è bianca, — la Francia ha da scrivervi ancora.

La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: — dall'altro sta il popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende sul capo tuo? Ah! maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'è tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette, perché tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.