Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché quasi tutti gli esuli erano «dissestati in finanza». Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti patriottici, fece «guarentigia per ottomila franchi al periodico»[7]; il Mazzini «andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che gli veniva dalla famiglia»[8]; altri aiutarono in diverse guise, come quel La Cecilia «allora dirittamente buono», che giunto in Marsiglia dalla Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; [pg!xiv] come Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' più eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria. «Vivevamo uguali e fratelli davvero — assicura il grande cospiratore, — d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso — dacché spendevamo, per ogni cosa, del nostro, — fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini, di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi
La vïolenta e disperata pace,
il lavoro senza conforto di speranza individuale, [pg!xv] per sola riverenza al freddo, inesorabile, sacro dovere»[9].
Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri, che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani, alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo di Giovine Italia, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»[10]; il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo di Giovine Italia, quanto principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi [pg!xvi] avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto di quel giornale sotto il nome di Giovine Italia, che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati, potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso giornale in Italia»[11]. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie aura lieu par le bateau à vapeur le Francesco Primo, commandé par le capitaine De Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose de profiter de [pg!xvii] toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter. Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres légations»[12].
Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte di Giovine Italia, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti eziandio che non si stimano plebe»[13]. Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non del solo storico della Diplomazia europea in Italia) potè sembrare un difetto della Giovine Italia, era invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria, delle persone; e questo effetto produce la [pg!xviii] lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale. Invece la Giovine Italia, sotto l'impulso del suo direttore, che volse e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo. «A principio — scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, — volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva degnamente prestarsi al nobile assunto.
[pg!xix]
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Il primo fascicolo della Giovine Italia uscí, insieme col secondo[14], il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo[15]. Egli però doveva essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore della Rome Souterraine: «Le journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui, inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements [pg!xx] politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»[16]. Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»[17]. Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per la Giovine Italia, irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un [pg!xxi] giovane, Montanari, — scrive il Mazzini ne' suoi Ricordi autobiografici, — che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende agli introduttori — quando la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi non denunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo al delatore metà della somma e il segreto — cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionari egualmente [pg!xxii] ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»[18].
Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile della polizia, la Giovine Italia entrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano i pacchi della Giovine Italia e del Tribuno»[19]. Da Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»[20]; né valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di un barile diretto dal Mazzini alla [pg!xxiii] madre: perché, se vigili e talvolta bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano gli affigliati della Giovine Italia.
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