Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano. Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee, spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me, incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile persuadere d'entrar nella lotta.

Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.

Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta: azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti. Non chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro, dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio indomato date dai pochi che agirono.

Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse; numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri. Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco, non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano voluto ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo, l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo, anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di potere e voleva.

Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere, dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?

Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia. Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli, che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.

E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e ringraziato me della fede riposta in lui.

Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire, se fosse, mossero arrendendosi a un cenno mio: e aggiungo che s'io mai potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in fermento e disse: faremo da noi. M'era noto il disegno, e braccia di popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: vi sentite tali da eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate soffrire ancora. Quando ebbi risposta: facciamo, non vidi che un solo dovere; ajutare—e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta: scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è conforto il dirlo, occorrendo.

Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa, tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse, i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi Germanici, gli stati d'assedio e le proscrizioni. Or penda sul capo al nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger domani.

IX.