Il tentativo di Milano ha intanto, comunque strozzato in sul nascere, provato due cose: ha provato all'Europa che il silenzio della Lombardia era silenzio, non di chi giace rassegnatamente assonnato, ma di chi odia cupamente e tanto, da non poter esprimere l'odio se non coll'azione: ha provato all'Italia che il fremito d'emancipazione è sceso alle moltitudini e che i popolani assaliranno, sprezzando il nemico coi ferri aguzzati delle loro officine, qualunque volta agli uomini intellettualmente educati, parrà di dire: eccoci con voi, sorgete! Da oggi in poi non sarà più concesso ad alcuno di mascherare il rifiuto sotto pretesti d'impotenza o di freddezza nel popolo: bisognerà dire: non vogliamo perchè siamo, fisicamente o moralmente, codardi.

E un altro vantaggio ha reso quel tentativo alla causa nazionale italiana: ha smascherato, per qualunque non è stipendiato, o imbecille, mi contenterò di dire, la nullità, l'assoluta impotenza della parte regia in Piemonte. L'insegnamento non è nuovo per noi. L'impotenza del Piemonte regio a vincere m'era nota fin da quando io antivedeva e predicava in Milano, nell'Italia del Popolo, le vergogne della guerra del 1848; e più dopo, poco prima della rotta di Novara, io gridava a' miei concittadini, nei Ricordi ai Giovani: «se ritenterete la guerra sotto quella povera insegna, sarà guerra perduta.» E la tattica del Piemonte regio m'era pur nota d'antico. Io aveva provato ne' miei Cenni e Documenti sulla guerra regia, come quella malaugurata campagna fosse stata impresa, non per vincere, ma per impedire ogni via alla repubblica, e conquistare un precedente alla monarchia per ogni caso futuro di vittoria altrui. Io sapeva come la seconda guerra fosse stata intimata per tema che Roma repubblicana covasse—e lo covava difatti—il disegno di ricominciare entro l'anno l'impresa per conto d'una migliore bandiera. E d'allora in poi tattica tradizionale e invariabile della parte monarchica era stata di far credere in disegni occulti di guerra e d'indipendenza per sottrarre elementi all'iniziativa repubblicana e impedirla; e a un tempo di tenersi pronta a confiscare a profitto proprio un moto, che prorompesse vittoriosamente per opera d'altri; librarsi tra i due partiti tanto da raccogliere, senza rischio proprio anteriore, l'eredità di qualunque tra i due soccombesse, il favore o i dominî attuali dell'Austria. Ond'io, ad uomini della Camera piemontese ed altri arcadi della politica, che m'interrogavano, e sembravano in buona fede sperare nella loro monarchia per la cacciata dell'Austria, andava dicendo a ogni tratto: «io non nutro le vostre speranze; ma voi che v'ostinate a credere l'armi della monarchia vostra essenziali alla liberazione del paese, perchè non entrate al lavoro con noi? La vostra monarchia non si moverà, se pur mai, che dopo consumata una vittoria di popolo sulle barricate.» Pur duravano illusi. Ma oggi, dopo gli atti nefandi usati con italiani, accusati non d'altro che d'aver voluto, tentato, desiderato—anzi per taluni neppur quest'ultima colpa è reale—giovare all'emancipazione della Lombardia: poi che vedemmo perquisiti, imprigionati, ammanettati come malfattori e deportati in America giovani, sospettati d'aver cospirato contro l'Austria: noi abbiamo diritto di dire ai regi: «rimanetevi ormai sulla via nella quale siete entrati: non è men trista dell'antica, ma è più leale. Non cercate illudere con promesse e speranze, prima falsate che date, i deboli che vi credono forti: non alimentate colla stampa o nel segreto un odio, che trattate come delitto quando intende a svelarsi. A voi, volendo pur essere piemontesi e non italiani bastava disarmare, impedire quei che, varcando la vostra frontiera, correvano in ajuto ai loro fratelli. Il furore di persecuzione spiegato contro uomini emigrati sulla vostra terra, perchè a voi piacque abbandonar Milano nel 1848, v'accusa ligi dell'Austria o tremanti dell'Austria: tristi o codardi. Nel primo caso, noi non possiamo aspettarci che tradimenti da voi; nel secondo, chi mai può sperare iniziativa di guerra da un governo che, per terrore d'essere assalito, accetta disonorarsi, dando alla prigione e all'esilio quei che l'Austria non può dare al patibolo?»

Da questo dilemma, presentato e senza confutazione possibile, sgorgarono tutte le contumelie e calunnie versate, come bava di serpente irritato, sul mio nome, su' miei fatti, sulle mie intenzioni dall'Opinione, dalla Gazzetta del Popolo e da tutta la stampa regia o aristocratica del Piemonte. A una stampa, che di fronte a una protesta ardita di popolo schiavo contro l'oppressore straniero, può farsi per un mese austriaca di vitupero contro uomini creduti eccitatori di quella protesta, non ho che dire. I ragionamenti non giovano; non giova ripetere ad essa il consiglio di Foscolo: imparate a rispettarvi da voi, affinchè, s'altri v'opprime, non vi disprezzi. Serve chi paga: oggi la monarchia di Savoja, domani il Bonaparte, e il dì dopo noi, se pagassimo: calunnia sapendo di calunniare; e basti il suo ripetere a ogni tanto, pur sapendo che la corrispondenza pubblica dei Bandiera, prova il contrario, ch'io spinsi quei due prodi a morire, appunto come le gazzette stipendiate di Francia ripetono a ogni tanto, pur sapendo che due giudizî solenni di tribunali e la dichiarazione d'un Ministro inglese m'esonerano, ch'io firmai la condanna a morte di due profughi, spie. Seguano adunque i gazzettieri intrepidi nel mestiere che scelsero; e solamente accettino il mio consiglio di riconsigliarsi a ogni tanto coi loro padroni per vedere se l'assalire continuamente d'ingiurie villane un uomo dichiarato, ogni anno almeno una volta nelle loro colonne, morto e sepolto nell'opinione e abbandonato da tutti e deriso, non guasti per avventura il nobile intento che si propongono.

X.

D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una soverchia tendenza al segreto—accuse di inavvedutezza nella scelta d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me, lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca—ed altre consimili—non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci, da quando fondai la Giovine Italia, due promesse a me stesso: ch'io non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei, senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi, un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto. Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa, tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.

Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli dica: tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere—o di predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: tu aspiri ad essere rivelatore e pontefice—meglio è dichiararvi addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli, da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio di polizia straniera o domestica; poi da taluni—ed erano gli ambiziosissimi—tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo, ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia, alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?

Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare, non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei. Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi vengono dalle creature—e son poche—che io amo d'amore; e una certa prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che, tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non m'obbedirebbe.

Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo, una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti, pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della iniziativa francese.

XI.

Dell'iniziativa francese. Perchè, non vale il negarlo: gli uomini ai quali io alludo, e che leggeranno queste mie pagine, gli uomini che assentono plaudenti alle nostre parole di patria, d'indipendenza, di fede in noi stessi, e si staccano, biasimando, da noi ogni qual volta noi cerchiamo tradurle in atto, non credono nell'iniziativa della parte monarchica piemontese; non s'aggiogherebbero a tentativi bonapartisti; non credo pongano sì basso l'onore italiano da pretendere che la sola città di Vienna, o l'Ungheria, ricinta di nemici da ogni lato e incalzata dal Russo, s'assumano d'iniziare ciò ch'essi non osano: in che dunque sperano, se non nella iniziativa francese? Nessuno di loro ama la Francia; taluni, esagerando, la sprezzano; io li ho uditi inveire, prima e dopo il 1849, contro l'antico prestigio esercitato dalla Francia sugli animi: e nondimeno ne invocano l'iniziativa: incatenano a' suoi fati i fati della nazione: cancellano di fronte all'Italia ogni segno di spontaneità: negano a venticinque milioni d'uomini potenza di emanciparsi da centomila soldati stranieri. Con dottrina siffatta, non rimane che a tacere d'Italia per sempre, e ad arrossire ogni qual volta s'incontri uno Spagnuolo o un Greco per via.