L'iniziativa francese, io lo dico, giustificato ad ogni tanto dai fatti, da ormai vent'anni, è un errore storico e un fantasma politico evocato dall'altrui codardia. A nessun popolo, da quello infuori di questa nostra sciaguratissima Italia—sciaguratissima dacchè i migliori tra' suoi figli non sanno intenderne la storia, la potenza e la vocazione—è dato di riassumere un'Epoca e iniziarne un'altra. La Francia, grande per questo, e veneranda a noi tutti, compendiò colla sua Rivoluzione il lavoro intellettuale di diciotto secoli: consecrò per sempre in faccia a tutte tirannidi l'emancipazione dell'individuo: tradusse nella sfera politica le conquiste di libertà e d'eguaglianza, elaborate nella sfera religiosa del dogma cristiano. Non basta? Perchè pretendete che essa sciolga per voi anche il problema dell'associazione, dell'alleanza fra le nazioni della nuova Carta d'Europa? Essa potrebbe forse, se non ostasse la legge provvidenziale guidatrice dell'Umanità, fondare, trasfondendo la sua coscienza, la sua individualità in tutti noi, una Monarchia Europea; ma l'associazione, l'alleanza fraterna, non possono fondarsi che sull'armonia, sull'eguaglianza inviolabile delle coscienze nazionali; e la coscienza che siete Nazione, il segno che può darvi rango nell'alleanza, il battesimo della vostra individualità collettiva, non possono escire, non possono rivelarsi all'Europa, fuorchè dalla vostra insurrezione spontanea, da un atto solenne della vostra sovranità davanti agli uomini e a Dio. L'iniziativa francese s'è spenta con Napoleone, come l'iniziativa dell'antica Grecia si spense con Alessandro, come l'iniziativa dell'antica Roma si spense con Cesare. Dal 1815 in poi, la Francia si trascina ne' suoi moti lungo la periferìa d'un cerchio, che non varcherà se non per opera nostra e dell'altre nazioni europee. La Francia studia, raccolta, raggomitolata in sè stessa, i termini del problema sociale applicati alle relazioni degli individui che la compongono; il terreno per una più larga applicazione deve conquistarsi da noi[56].
Voi potete contemplare il passato fino al punto in cui l'occhio abbagliato vi fantastichi l'avvenire; ma voi non potrete far sì che sorga. Avrete in Francia moti, insurrezioni, rivoluzioni; ma questi moti, inevitabili dov'è com'oggi, un governo sprezzato, questi moti che una vostra insurrezione determinerebbe e che, fecondati dall'iniziativa delle nazioni, s'affratellerebbero nell'idea comune e romperebbero per la Francia quel cerchio fatale, non vi daranno, prorompendo primi, quel che cercate. Aveste patria e libertà dalla rivoluzione francese del 1830? Le aveste dalla repubblica del 1848? L'iniziativa francese vi darebbe, o miseri, non la libera patria, ma l'impulso alla monarchia che, impotente a fare da per sè, è vigile a preoccuparvi la via; e la diplomazia europea consigliera ai vostri principi di concessioni e di leghe: e la guerra regia sostituita alla nazionale; e le sue vergognose, inevitabili, fatali disfatte. Oggi, se volete rimanere padroni del vostro moto, della vostra guerra, del vostro intento, v'occorre, e v'incombe di mover da voi. Voi non potete—e Dio v'ispiri d'intendere l'incoraggiamento di questa parola—esser liberi che essendo grandi.
Grandi, intendo, di coscienza spontanea: grandi d'intuizione: grandi di quel coraggio morale, che dilegua i fantasmi addensativi intorno dalla falsa scienza dei tattici, dai sofismi de' paurosi, dai calcoli volgari d'un inetto materialismo, dalle diffidenze nudrite di vanità, di machiavellismo scimiottante e d'una anarchia insinuata dall'estero. Perchè, dato il moto, non v'occorrerà d'esser grandi, ma di esser uomini.
Io intendo i pericoli dell'insurrezione; e nondimeno i più tra i nostri sanno che possono superarsi—non intendo i pericoli, quanto all'esito ultimo della guerra, e m'è inconcepibile come uomini di mente e di core ricusino in Italia l'oggi per paura del poi. Hanno studiato, essi che s'affaccendano in cerca di scienza rivoluzionaria, nei libri delle guerre regolari le pagine del loro Jomini sulle guerre nazionali?[57] Hanno meditato sulla guerra della penisola Iberica scritta, non dirò da Torreno, ma dai generali francesi? Hanno pensato che l'esercito nemico s'assottiglia lungo una linea di quasi quattrocento miglia al di qua dell'Alpi? che delle tre zone tenute dall'occupazione, due sono inevitabilmente perdute fin da principio pel nemico, la terza, invasa tutta, tranne pochi punti—e lo fu nel 1848—dall'insurrezione, può essere conquista di due provvedimenti e di poche rapide marcie? Hanno calcolato, sulla cifra dell'aggio che segue la carta dello Stato, la condizione delle finanze Austriache, sostenute unicamente nei quattro ultimi anni da sequestri, contribuzioni straordinarie, imprestiti volontari o forzati, e alle quali l'insurrezione troncherebbe a un tratto queste sorgenti di vita? Hanno sottomesso, come noi, all'analisi quell'esercito nemico, composto di elementi eterogenei e diffidenti l'uno dell'altro, potente nell'inerzia, incapace di resistere ordinato e compatto a una battaglia perduta? Prevedono tutta quanta l'azione di dissolvimento che eserciterà su milizie, nelle quali l'ufficiale d'una nazionalità comanda il soldato d'un'altra, l'elemento ungarese, nostro, e l'Austria lo sa, al primo urto potente che lo affidi di non essere abbandonato senza scampo alla vendetta de' suoi padroni? È un solo tra loro che non abbia scritto o non dica a sè stesso, pensando al 1848, ah! se chi dirigeva la guerra avesse voluto vincere o lasciarci vincere! Molti hanno combattuto, vincendo, contro truppe regolari austriache e francesi, con giovani volontari, educati soldati tra una zuffa e l'altra. Conoscono tutti, come noi, le forze considerevoli, gl'infiniti mezzi di guerra, che possono trarsi dal paese contro un nemico che non ha terreno per sè se non quello su cui accampa. Non hanno più dubbio sulle tendenze del nostro popolo. E nondimeno, dubitano, indugiano, aspettano l'impulso iniziatore di Francia. Oh come deve il governo austriaco, conscio com'è della propria debolezza, il governo austriaco che ha tremato davanti ai pugnali di poche centinaja di popolani, sorridere dei nostri uomini di guerra e della nostra inerzia!
L'insurrezione italiana, nelle condizioni attuali dell'Impero, trascina con sè inevitabilmente l'insurrezione dell'Ungheria: l'insurrezione d'Italia e d'Ungheria trascinano inevitabile l'insurrezione del popolo in Vienna: l'insurrezione d'Italia, d'Ungheria e di Vienna, trascinano inevitabile l'insurrezione di mezza Germania, il fermento dell'altra metà. Non seguirebbero gli altri popoli? non seguirebbe la Francia? L'iniziativa d'Italia è l'iniziativa delle nazioni: il 1848 rifatto su più larga scala e con popoli affratellati. La nostra insurrezione è oggimai il solo fatto difficile da compiersi: la guerra è un mero problema di direzione.
Chi non sente il vero di queste linee ch'io scrivo, non intende le condizioni d'Europa, dell'Italia e dell'Austria. Chi sente quel vero e non opera, non proferisca il santo nome di Patria: ei non l'ha e non la merita. Giaccia tacendo; e non lamenti sì che lo odano gli stranieri; nulla è più esoso del guaito dell'uomo che può rompere, volendo, le sue catene.
XII.
Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.
E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e donne? e udirci dire: che! non avete braccia? non avete core? non sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile? O rimarremmo per congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura, apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta, immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e coll'armi in pugno.
Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre—e Dio sa con qual dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici di quindici o di dieci anni—dalla cospirazione officiale, dal lavoro ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si chiamino, partito d'uomini che aspettano la libertà dalla Francia, dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il Partito D'azione, partito d'uomini che intendono a conquistarsi la libertà in nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in Dio, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel Popolo, potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno sempre—e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della bandiera:—che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro connazionali:—che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno, al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta—e non a noi—il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:—che due mesi d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero, se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.