Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu detto che ei ricusava l'azione, ch'ei negava per ambizione di dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il fine del lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il direttore durò imperturbabile, irremovibile.
Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza. Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli agenti monarchici legati coi dissidenti.
Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia—benchè nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano—nelle carceri del Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani, che li dimenticano.
Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la seguente protesta:
«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito Nazionale.
«Dichiarano:
«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio Italiano, è infamia e vergogna in Roma:
«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:
«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:
«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere: