Un'ultima inchiesta; leggete questa lettera a quanti più potete fra i vostri amici prima di abbruciarla.


I tre scritti: Il Partito d'azione, Del dovere d'agire, e Centro d'azione[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea Nazionale era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine, la tendenza a fare. Or non s'educa all'azione se non coll'azione, coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia. Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e patimenti virilmente durati.

E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe, presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla—e la guidò pur troppo—al culto della forza, dei primi successi, dell'opportunità sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo conquistare Unità e a un tempo Repubblica:—o gli Italiani non erano maturi per emanciparsi in nome d'un principio senza cooperazione di re e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.

Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa fu presa, coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile rimproverare che fare.

Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?

I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di attività con una perfidia.

Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci, quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia influenza sui lavori del Partito in Italia.

Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia—ch'io era stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a' suoi disegni—che importava quindi staccarsi da me, provato incapace dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte—che la unione delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione—che ogni uomo potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi oggi per vincere, poi il paese deciderebbe del proprio avvenire. E le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti e meritata influenza.

Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il Direttore diede formale rifiuto.