Edouard Charton.
Il popolo! il popolo
Antico grido italiano.
I.
Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un simbolo intero, una credenza coordinata. Distruggere, rovesciare il vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i ceppi agli uomini d'una nazione—in questo concordano. Più oltre s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice: com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di fondare, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono libertà sulla loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî dedotta?—I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro libertà si stava confinata tra: a palace and a prison[63], tra i piombi e la bocca del leone.—I Genovesi l'aveano scritta sulle loro prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione dei Genovesi.—Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi la via del trono o della rapina.—È dunque necessario determinarne il senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale manifestata.
Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.—Non paventiamo d'errare, perchè, o il popolo sarà con noi, e la verità sta col popolo, o i nostri principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti la testa davanti alla maestà del voto nazionale.—All'accusa d'ambizione noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente la sua.—L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o potrà ribellarsi.
Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca critica, e sul cominciare d'una organica; al tramonto d'un ordinamento sociale, all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere un intento politico al viaggio. Ci corre debito inviolabile, emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre promesse—quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e morire.—
Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai tentativi dei liberi la taccia di preparatori dell'anarchia, è contrassegno profondo ancora del secolo—secolo di transizione, di lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica, ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi individualmente tentati.—Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto, senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori, le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei libero, va come vuoi e fin dove puoi;—ed oggi, che l'intelletto lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di trattatisti, e accademie.—L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza, struggendo—o tentandolo almeno—simbolo e idea, ha snudato i vizî delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni progressive e di retrograde.
Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio—nè tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo individuo è debole: l'uomo collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei calca, e l'Associazione moltiplica le sue forze a termine indefinito. Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine, le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di perfezionamento, riusciranno durevoli mai.—Ora, non è certamente nello scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda, negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità. Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo desunto, che siamo al limitare d'un'epoca, cioè al tempo in cui la crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:—che il carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente sociale, laddove l'antica era individuale; l'opera dei grandi popoli laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali e non altro:—che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo maggiore all'associazione civile, è necessaria l'esistenza e l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano riconoscersi, affratellarsi, associarsi:—che questo principio dovendo porsi a base della riforma sociale, dev'essere necessariamente ridotto ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere ogni stabilità di riforme:—che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:—che, da esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:—e finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'eguaglianza di natura, di missione, d'intento. Altri vedrà qual sia questo principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi per ora, rintracciamone l'applicazione politica.