Eravamo davanti alle carceri di Sant'Andrea. Scese da quelle un imbacuccato che fecero salire nella vettura ov'io era e vi salirono pure due carabinieri armati di fucile; e partimmo. Nel prigioniero riconobbi poco dopo Passano. Uno dei due carabinieri era l'ignoto del Lione Rosso.

Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In un andito semibujo dove mi posero, ebbi la visita del governatore, un De Mari, settuagenario, il quale motteggiandomi stolidamente sulle notti perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch'io troverei in Fortezza—poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro, ch'egli avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se poteva concedersi—mi fece piangere, quand'ei fu partito, le prime lagrime dall'imprigionamento in poi.

Erano lagrime d'ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio d'uomini ch'io sprezzava.

Fui dopo un'ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull'alto della Fortezza: rivolta al mare e mi fu conforto. Cielo e Mare—due simboli dell'infinito e, coll'Alpi, le più sublimi cose che la natura ci mostri—mi stavano innanzi quand'io cacciava il guardo attraverso l'inferriate del finestrino. La terra sottoposta m'era invisibile. Le voci dei pescatori mi giungevano talora all'orecchio a seconda del vento. Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo governatore, cav. Fontana, sottentrato per ventura all'antico, fe' sì ch'io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto, ch'io prediligeva oltremodo. D'uomini io non vedeva se non un vecchio sergente Antonietti che m'era custode benevolo, l'ufficiale al quale si affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull'uscio, ad affisare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che recava il pranzo, e il comandante Fontana. L'Antonietti mi chiedeva imperturbabilmente ogni sera s'io avessi comandi, al che io rispondeva invariabilmente: un legno per Genova. Il Fontana, antico militare, capace d'orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovine e tentò, a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza, fino a tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual grado, con Alessandro Manzoni.

Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova. Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s'intende e letta e scrutata dal Governatore di Genova a da quello della Fortezza, una lettera di mia madre e m'era concesso risponderle, pur ch'io scrivessi in presenza dell'Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito tra gli amici e me, ed era che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine, colla prima lettera d'ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il tempo per architettare e serbare a memoria le frasi ch'io dovrei scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, côlti da terrore, respinsero proposte ed uomini; e così seppi l'insurrezione Polacca, ch'io per vaghezza d'imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale m'aveva accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell'idea che noi avevamo contatto col diavolo.

Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento, e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell'assenza d'ogni fede positiva nell'Associazione, e una scena ridicola ch'io m'ebbi col Passano (il quale incontrato da me per caso nel corritojo mentre si ripulivano le nostre celle, al mio susurrargli affrettato: ho modo certo di corrispondenza; datemi nomi, rispose col rivestirmi di tutti i poteri e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado indispensabile di Massoneria), raffermavano me nel concetto formato già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita dov'era, e fondare un edificio nuovo di pianta.

Ideai dunque, in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della Giovine Italia; meditai i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato a iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionarî Europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e dai presentimenti del core d'Italia. La nostra forza dovea scendere da quel Vero. Tutte le grandi imprese Nazionali si iniziano da uomini ignoti e di popolo, senza potenza fuorchè di fede e di volontà che non guarda a tempo nè ad ostacoli: gl'influenti, i potenti per nome e mezzi, vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso pur troppo a sviarlo dal segno.

Non dirò qui come gli istinti e le tendenze d'Italia, quali m'apparivano attraverso la Storia e nell'intima costituzione sociale del paese, mi conducessero a prefiggere intento all'Associazione ideata l'Unità e la Repubblica. Accennerò soltanto come fin d'allora il pensiero generatore d'ogni disegno fosse per me, non un semplice pensiero politico, non l'idea del miglioramento delle sorti d'un popolo ch'io vedeva smembrato, oppresso, avvilito: ma un presentimento che l'Italia sarebbe, sorgendo, iniziatrice d'una nuova vita, d'una nuova potente Unità alle nazioni d'Europa. Mi s'agitava nella mente, comunque confusamente e malgrado il fascino ch'esercitavano su me in mezzo al silenzio comune le voci fervide di coscienza direttrice uscenti allora di Francia, un concetto ch'io espressi sei anni dopo; ed era che un vuoto esisteva in Europa, che l'Autorità, la vera, la buona, la Santa Autorità nella cui ricerca sta pur sempre, confessato a noi stessi o no, il segreto della vita di tutti noi, negata irrazionalmente da tanti i quali confondono con essa un fantasma, una menzogna d'Autorità e credono negar Dio quando non negano che gli idoli, era svanita, spenta in Europa, che quindi non viveva in alcun popolo potenza d'iniziativa. È concetto che gli anni, gli studî e i dolori hanno confermato irrevocabilmente nell'animo mio e mutato in fede. E se mai, ciò ch'io non credo, mi fosse dato, fondata una volta l'Unità Italiana, di vivere un solo anno di solitudine in un angolo della mia terra o in questa ove io scrivo e che gli affetti m'hanno fatta seconda patria, io tenterò di svolgerlo e desumerne le conseguenze più importanti ch'altri non pensa. Allora da quel concetto non maturato abbastanza balenava, come stella dell'anima, un'immensa speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una Fede di Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica, all'umanità. Io aveva in me il culto di Roma. Fra le sue mura s'era due volte elaborata la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, compìta una breve missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva guidato due volte, la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d'un'epoca di Civiltà che aveva avuto anteriormente alla Greca, sede in Italia, e della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano, s'era sovrapposta, cancellandola nell'oblìo, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari, e avea solcato, dietro al volo dell'aquile, il mondo noto coll'idea del Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena, s'era costituita, coi Papi, santi un tempo quanto oggi abbietti. Centro accettato d'una nuova Unità che levando la legge dalla terra al cielo, sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti e sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perchè non sorgerebbe da una terza Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli indizî, una terza e più vasta Unità che armonizzando terra e cielo, Diritto e Dovere, parlerebbe, non agli individui, ma ai popoli, una parola di Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali della loro missione quaggiù?

Queste cose io pensava tra l'inchiesta serale dell'Antonietti e i tentativi per convertirmi del governatore Fontana, nella mia colletta in Savona: queste io penso oggi, con più logico e fondato sviluppo, nella stanzuccia, non più vasta della mia prigione, ov'io scrivo. E mi valsero nella vita accuse d'utopista e di pazzo, e oltraggi e delusioni che mi fecero sovente, quando fremeva tuttavia dentro me una speranza di vita dell'individuo, guardare addietro con desiderio e rammarico alla mia celletta in Savona, tra il mare e il cielo, lungi dal contatto degli uomini. L'avvenire dirà s'io antivedeva o sognava. Oggi il rivivere d'Italia, fidato a materialisti immorali celebrati grandi da un volgo ignaro e corrotto, condanna le mie speranze. Ma ciò ch'è morte agli altri popoli è sonno per noi.

Da quell'idee io desumeva intanto che il nuovo lavoro dovea essere anzi ogni altra cosa morale, non angustamente politico: religioso, non negativo; fondato sui principî, non su teoriche d'interesse; sul Dovere, non sul benessere. La scuola straniera del materialismo aveva sfiorato l'anima mia per alcuni mesi di vita Universitaria; la Storia e l'intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m'avevano ricondotto rapidamente all'idealismo de' nostri padri.