Il mio processo era stato rimesso a una Commissione di Senatori in Torino, fra i quali non ricordo che il nome d'un Gromo. La promessa data al Cottin limitava tutte le testimonianze a mio danno a quella del carabiniere che m'avea veduto, collo stocco snudato, nella stanza dell'iniziato. Contro quella stava la mia; e s'equilibravano. Era chiaro ch'io doveva essere assolto. Avrei adunque avuto campo al lavoro.

Fui difatti assolto dalla Commissione Senatoriale. Se non che il Governatore Venanson, odiato e odiatore in Genova, irritato dallo sfregio e pauroso della taccia di calunniatore che la popolazione, vedendomi libero, gli avrebbe avventato, corse a gettarsi ai piedi del re clementissimo, Carlo Felice, accertandolo che per prove fidate a lui solo io era colpevole e pericoloso, e il re clementissimo, commosso al dolore inquieto del Governatore, calpestò la sentenza dei giudici e i miei diritti ed il dolore muto de' miei genitori, e fece intimarmi che o mi scegliessi soggiorno, rinunziando a Genova, a ogni punto delle spiaggie liguri, a Torino e ad altre città d'importanza, Asti, Acqui, Casale o altra piccola città dell'interno—o ch'io andassi in esilio a tempo indefinito da prolungarsi o accorciarsi dalla volontà regia a seconda dei meriti o demeriti della mia condotta. E il bivio mi fu posto da mio padre che s'affrettò a Savona per liberarmi dall'ultima noja dell'essere ricondotto in Genova fra gendarmi, dacchè al decreto del clementissimo era aggiunta la disposizione ch'io non vedessi alcuno fuorchè i miei più vicini parenti. Il Passano, in virtù dell'antico consolato in Ancona e della nascita in Corsica, era stato già prima di me ridonato a libertà senza patti e passeggiava le vie di Savona: abitudine antica d'ogni governo regio in Italia d'aborrire la Francia e adularla a un tempo e compiacerle e servirle.

Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni la Francia.

Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion. M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola dottrinaria d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo, frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli avea succhiato il federalismo e lo predicava siccome ideale di reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel Cerchio di Lettura, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico di transazioni opportune, non fede e moralità.

Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola, mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani che troverei raccolti nel Caffè della Fenice. Lo guardai con vera riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a morte dall'Austria nel 1821.

In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno, l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de' Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi, cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato fuoco contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato, membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana s'intrecciava nel Caffè della Fenice, stanza del Comitato, alla bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.

Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola. Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: o riforme o rivoluzioni, la nuova monarchia di Francia diceva ai re titubanti: o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di rivoluzione. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del ritorno.

Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito: le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori: vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione, ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.

Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni, Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio, lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi, se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi rimpatria, in Terra Italiana.

Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere, natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano, collaboratore dell'Antologia e ricovratosi, per minaccia di persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici. Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali, ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa. N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.