Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari: chi vuole la libertà se la compri. D'indugio in indugio, l'intervento Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava, in nome della famiglia, lo zio.

E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della Giovine Italia. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A. Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono: amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici di Genova e di Toscana.

Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua non era idea, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di perdere la piccola corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire necessario la grande. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo re.

Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo Alberto per via di stampa.

Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2 dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la Monarchia Piemontese ci darà—se pur mai—una Italia smembrata di terre ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una crisi di separatismo nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra gli ultimi Carlo Cattaneo[3].

A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere—quando compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone dei combattenti lombardi—in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me individualmente—e sia detto una volta per sempre—la teoria politica che dice a un uomo bambolo in fascie: tu regnerai dall'alto, impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue manifestazioni al principio d'elezione, mi pare più che errore, contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di dieci generazioni di re—quando il tocco di mano del secondo non ci parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del primo—quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo, ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.

Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili, l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica militante e consacrarmi alla Storia.

Fui ribelle ai consigli e stampai.

Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese, col titolo la Notte di Rimini, maledizione alla Francia di Luigi Filippo, che il National pubblicò mutilate—(1861).