Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili all'unità?

Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può—come, serbato il potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.

Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle istituzioni. E so che a taluno—nel XIX secolo—è piaciuto scrivere: le assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali; ma chi badò a quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].

La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla Storia come elemento contrario alla Italiana unità, forse affatica tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico argomento potente che gli uomini del Federalismo invochino. Forse abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato, intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie. Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città—se non la sala ove si radunano—è troppo vasto universo. Ma la prima voce di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio—il primo battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale, sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre di tutti, per l'emancipazione di tutti;—potenza non di una o più città; ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune, raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione. Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà in loro vece?

Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle moltitudini.

Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia tentano spegnere—della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega, diciamolo pure altamente, invincibile—della gioventù che s'oggi ancora si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a' suoi ranghi.

Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto de' suoi destini.—

Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una risposta assoluta:

Il popolo!

Il popolo: terzo principio che s'è lentamente inalzato sulle rovine di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè s'estinguessero in una comune maledizione—il popolo che non fu mai guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e l'altra—il popolo che come il carroccio, simbolo santo della Patria Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era sicuro di giungere alla vittoria—il popolo è d'ora innanzi solo dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.—