Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'individualismo, primo come più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi cercò struggerla alle radici?
L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono quelle pretese di popolo?—no: furono pretese di forensi, e di poca gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi da sè.—Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici irreconciliabili; ma quando?—quando da un lato stava una monarchia rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà, comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano verso Novara—e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà—e a quel pegno l'ultimo gemito di Laneri e Garelli ne aggiunse un più santo e tremendo—e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo, l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di tributi, di capitale—un terzo d'Italia si confuse in una comune emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura, Piemonte e Napoli—e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale—sia voce di popolo, non menzogna di Principe—e udrete quale eco di unità, quai voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core; va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio—e il soffio di Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri potranno mai cancellare.—Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi troverete, voi soli, il decreto della futura unità.
Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.
Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi repubblicani che vivono potenti in Italia—e se quei pochi non s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo, anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti sottentrasse quell'uno.
Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi? D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i Federalisti, soggiace l'Italia?
Alcuni invocano le razze.
Or le razze tra noi dove sono?—Dove si mostrano predominanti?—In qual punto hanno serbato le loro conquiste?—Su quale palmo di terreno italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?—E per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla Illirica?
Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla sotto lo strato uniforme che la ricopre?—In Italia fu il convegno di tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera, fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il principio italiano logorò poco a poco le razze Greche, Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi. Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma dell'Impero, quella delle razze settentrionali.—Oggi la missione individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva, irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual razza appartengano?
E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario, le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.