Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua all'unità, troppo poco osservata finora.
E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo, ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia, e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine, e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica l'immobilità dell'Oriente?—Le buone leggi guardano all'avvenire. I legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le Federazioni, il fatto—se pur è fatto—delle divisioni, avranno preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.
II[78].
Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei federalisti. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato ai letterati teorizzatori che la nostra utopia di trenta anni addietro era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto, il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito unitario a ogni patto: s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.
Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che, increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale, son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione invocata della vita Nazionale collettiva l'espressione data più che imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto della missione Italiana gli addita. La Nazione è un fatto nuovo che non può trovare la propria espressione se non in un Patto Nazionale dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo, non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo, accenna—fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella, il Gran Sasso d'Italia, umbilicus Italiæ, e l'Aterno—il lento ma continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche, e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero ad arrestarlo. La storia del nostro popolo contiene il segreto della storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione—intravveduto ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi—che si compiva tacito senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò utopia l'Unità. «Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata, dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità? Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo, ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso che il popolo d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali, soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta. Or dove il popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità—purchè la Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune—è certa, infallibile. Le aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]—e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato superficialmente inteso—uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede, storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto, tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: questa è la morte d'Italia.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel 1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati, onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.