«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali, alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e gli stimoli d'una individualità più che altrove potente, hanno creato e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose, pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri travedesse nelle piaghe dell'individuo germi di federalismo, convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli abitanti, tra le classi, tra i quartieri di ciascuna città; di rado s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i fautori del federalismo provinciale incapaci d'avvertire a due fatti elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia, dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:—che non esce dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,

Fra quei che un muro e una fossa serra

furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia, Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.—Or non composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni? Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi Provincie. È tra noi un solo federalista che spinga la logica fino a quei termini?

«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia. Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali; o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane. Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli Austriaci—il grido potente d'Italia frainteso dieci anni dopo dai miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli insorti—l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete negli anni che seguirono—il sangue versato da martiri di tutte provincie d'Italia in nome della Patria comune—e segnatamente il principio: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha esistito mai: non può dunque esistere. La Nazione, noi dicevamo dall'alto della sintesi dominatrice, non ha esistito finora, esisterà dunque nell'avvenire. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a benefizio dell'umanità deve un dì o l'altro costituirsi in Unità di Nazione.»

E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel fine. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e sorvolando di periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento italiano, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro, nella Campania e più oltre. Fu la prima guerra d'indipendenza dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i termini della sua missione unificatrice dicendole: sarò tua a patto che la tua vita s'immedesimi colla mia, ha il proprio punto culminante nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio, chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più che sociale, politica; ma italiano a ogni modo era, nelle forme materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale: italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione sociale, ch'oggi ci rende capaci di farci Nazione.

E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono, in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo, l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi, fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero, perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie, a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella storia di quella classe è il vero criterio col quale devono giudicarsi le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio, nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII; scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre. La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto, innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra Unità.

E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza, s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali, nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.

Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel fine dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali, meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il federalismo tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a servizio di ciascun individuo—non solamente susciterebbe dalla inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le forze e le pretese, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo ed è piaga mortale a tutte federazioni—non solamente ordinerebbe la debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti vicini—ma cancellerebbe a prò d'una non realtà, ma menzogna di libertà locale, la Missione dell'Italia nel mondo. E so che la Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza: L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani sceglieranno alla patria loro[81]. Pongano i vostri Ministri, o Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.

Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema della quistione agitata.