È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita, decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli istinti generosi dell'inconscio suo popolo.

Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni passate, presenti e future della nostra terra?

A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola politica.

Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul diritto individuale: corrisponde al secondo quella che ha per base il dovere sociale.

La scuola del diritto individuale è, illogicamente, federalista. Io dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una forza destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno di quei Comuni—e non altro. E fu tale infatti la definizione dello Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese Proudhon.

La scuola del dovere sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria. La vita non è per essa che un ufficio, una missione. La norma, la definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine collettivo superiore a tutte le individualità del paese: nel popolo, nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.

La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero. La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana. Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione; soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da quella fede.

Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale, quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: Teco nell'Unità. Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare quale sia la missione—ch'io credo altamente religiosa—d'Italia nel mondo: la tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano stanno testimonî d'una missione; e dov'anche la doppia Unità data al mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'una missione nazionale da compiersi, d'un concetto collettivo da dissotterrarsi e da svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.

L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella, letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba ordinarsi.

Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di soldatesca.