Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero la funzione dello Stato a quella di gendarme e fecero della Libertà mezzo e fine ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono all'elemento collettivo e ordinarono lo Stato a una tirannide di concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere. Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti, senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono Associazione e Libertà: ambi sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi, non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta l'associazione; il Comune la libertà.
Nazione e Comune: sono i soli due elementi naturali in un popolo: le sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si chiamino, artificiali, e aventi ad unico ufficio di rendere più agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di tutti in appoggio del diritto di ciascuno: è il pensiero d'Italia, il Dovere sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione educatrice anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno, supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia coscienza del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda, tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'iniziativa nelle idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la condanna del concentramento amministrativo che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in diritto di fare o non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui, è per noi la facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il Dovere, quei che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il fine comune, dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica, spetta al Comune. L'Iniziativa è dovere e diritto dell'una e dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato, alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente i limiti della doppia circoscrizione che assegna doveri e diritti alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione, alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio universale, il Patto Nazionale, la Dichiarazione dei Principî[82] nei quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del fine comune, del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare—e l'ordinamento delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.