Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei principî. Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di fede. Lo esige la logica delle cose.

I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è permesso violarla. È necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove no, la legge è dispotica ed è dovere violarla. L'applicazione del principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare, predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio, opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero stromento del progresso dei popoli sta nel fatto morale.

Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto economico, gli interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica predica in oggi l'arte per l'arte?

A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto economico: lo crediamo al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento più e più sempre considerevole del principio d'eguaglianza, e ad ammettere in sè il principio fecondatore dell'Associazione. Ma lo sommettiamo al fatto morale, perchè sottratto alla sua influenza direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli, all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua missione industriale.

Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una verificazione del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai principî, quasi fine della società; perchè sappiamo che teorica siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma il fatto materiale cominciò ad essere predominante e il dovere verso il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il benessere materiale dai principî.

Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola politica dei diritti, nè l'importanza dei lavori economici che assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale sistema restrittivo col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'individuo è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui: conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire, è un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale dell'umana natura, la socialità; è un impiantar l'egoismo nell'anima e ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi degli ultimi quarant'anni lo provano.

Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana, intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che le forme politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo spirito solo dà importanza alle forme: che le istituzioni sono lettera morta, inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro sagrificio e le nostre fatiche.

Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra mortale agli atti d'un Potere corrotto.

Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: lo Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri, avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una classe sull'altra e la fine della mendicità, per la quale non avete oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.

Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: la società è una associazione di lavori e potrete, mercè quella fede, desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un popolo.