«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.»
(Emilio Bandiera, Lett. del 10 marzo 1844.)
Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che tendono a calunniare, non dirò i vivi—che importa a noi di siffatte accuse?—ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare, se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da' freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni sogghignano, e sprezzano.
I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere, profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura, incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici, l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero, provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci anni e più sulla terra.
Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera, contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano, fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:
«Signore,—È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società che chiamaste della Giovane Italia; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni, pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro Apostolato Popolare, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio, abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.
«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatré anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso: accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità, alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione? . . . . . . . . . . . . . .
Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro Apostolato mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a ripetervi le vostre stesse parole: Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente sull'Adria, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di fede.
Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui. «Mio fratello ed io—diceva—convinti del dovere che ogni Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella Giovine Italia che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa. . . . . . . . . . . . . . »