E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui trascrivo:

«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia, la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania, della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.

«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità, e per la patria.»

Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana, la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core. Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe, quanto conveniva, de' suoi segreti.

Dalla corrispondenza dei due fratelli con me da quel primo giorno sino alla loro fuga d'Italia, e dei disegni ch'essi maturavano a prò del paese io non posso, per ragioni che tutti intendono, dar conto alcuno. Ma dall'unico frammento, spettante alla fine del 1843, che mi sia dato, senza pericoli d'altri, inserire, apparirà come più potente di tutti meditati disegni fremesse fin d'allora nell'anima loro la febbre d'azione, d'azione personale, immediata, che decretava non molto dopo la loro morte in Calabria. «Il fermento insurrezionale in Italia—mi scriveva Attilio—dura, se debbo credere alle voci che corrono, tuttavia; e pensando che potrebbe ben essere l'aurora del gran giorno di nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di cooperarvi per quanto gli è possibile. Sto dunque studiando il modo di potermi recare io stesso sulla scena d'azione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e, se non vi riescirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe mio pensiero di costituirmi, giunto su' luoghi, condottiero d'una banda politica, cacciarmi ne' monti, e là combattere per la nostra causa sino alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo veggio, per questo fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale, perch'io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, e fortificherei quindi la fiducia dei nostri, deboli più che per altro, per mancanza di fede ne' proprî mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche. . . . . . . . »

Quando Attilio mi scriveva (il 14 novembre) quelle parole e vagheggiava il partito estremo d'abbandonare elementi che potevano riuscire un giorno decisamente importanti all'insurrezione italiana, per cacciarsi disperatamente con pochi individui sull'Apennino, egli aveva già, quanto agli uomini d'oggi, il tarlo dello sconforto nell'anima. I lettori ricordano come dall'agosto al novembre del 1843 un fermento insolito, prodotto in parte da promesse inadempite da cospiratori, ma più assai dal mal governo e dalla naturale impazienza di un popolo tormentato, agitasse l'Italia centrale. E da quel fermento che poteva, tanto era energico e unanime, esser cominciamento dell'impresa italiana, e che, per errori e colpe da non discutersi qui, non fruttò se non morti, prigioni ed esiglio ai migliori, i Bandiera avevano tratto speranze e ardire come di chi sente vicini i tempi. Tra gl'indizî, emergenti dalla banda dei Muratori, d'un miglioramento nell'opinione circa i modi da tenersi nella guerra d'insurrezione, la risse continue fra popolani e pontificî nelle città di Romagna, e i rumori insistenti di moto imminente nell'Italia meridionale, essi, scesi a contatto con taluni fra gl'influenti, alle proposte d'azione, alcune importanti davvero e facilmente verificabili con pochi mezzi, ebbero risposta funesta di promesse per un tempo vicino, poi di dilazioni e illusioni senza fine fondate su piani vasti e ineseguibili: i pochi, meschinissimi ajuti in danaro negati. Cercavano l'entusiasmo che, raccolti una volta gli elementi a fare, è il più alto calcolo delle insurrezioni, e trovavano diplomazia: cercavano la lava ardente d'anime vulcanizzate e trovavano rigagnoletti d'acque tiepide volgenti a palude: il Fiat onnipotente di fede e di volontà, e udivano vocine di eunuchi susurranti computi d'aritmetica e di paura. Cominciava per essi quella trista esperienza che travolge tante nobili anime allo scetticismo, e che essi troncarono in un subito col martirio.

Di queste delusioni, sia per altezza d'animo, sia perch'ei temesse di ferire uomini che potevano essermi amici, Attilio tacque sempre con me. Ma in una lettera scritta dopo la fuga, il 28 marzo 1844, Emilio più giovane d'anni, e di natura, non dirò più candida, ma più aperta agli impulsi, si sfogava dicendomi: «Nell'autunno del 1843, la sollevazione dell'Italia centrale minacciava di farsi nazionale dove fosse stata soccorsa, e noi domandavamo un ajuto di 10,000 franchi, e in ricambio avremmo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .—Non so di chi sia stata la colpa, ma noi non fummo soccorsi. Si sprezzò quasi una dimostrazione che avrebbe forse assicurato la vittoria, se non altro per l'esempio contagioso che la nostra diserzione avrebbe messo dinanzi a 40,000 Italiani che amanti del loro paese stanno contro lui vincolati da un vano giuramento. Intanto, noi ci eravamo esposti; non temevamo violenze, perchè un ordine imprudente di arresto (fosse stato pronunciato!) ne avrebbe suscitato difensori più del bisogno. Tutto finì: i Bolognesi fugati, gli arresti moltiplicati; e quasi per derisione, a noi frementi, a noi già troppo scoperti, si manda a dire, come se fossimo vegetabili, aspettate la primavera. Noi però non ci scoraggiamo. . . . . Io domandava per questo poche migliaia di franchi; mio fratello mi rispose che ognuno li negava! Intanto, il governo impaurito sospettava noi rivoltosi, e non osando farci arrestare con la forza, impiegava l'artifizio e richiamava in Italia mio fratello, facendolo in pari tempo osservare da spie e da' suoi tedeschi. Egli chiese anche una volta danaro, promettendo a fronte di tutti gli ostacoli tentare la sorte: non fu ascoltato; e alla vigilia della sua partenza per Venezia, fuggì, mentre io contemporaneamente lo facea da Trieste. . . . . . Ricadano i danni sui neghittosi che ci sprezzarono, sugli uomini che avvertiti da *** che in un mese noi saremmo perduti se prima del mese non ci si davano i mezzi d'operare, in capo al mese rispondevano freddamente: Non parliamo più de' tuoi amici. . . . . che a quanto mi scrivi devono a quest'ora esser perduti. Perdonate se io mi lascio andare a parlare altamente il linguaggio dell'abbandonato; lo fo perchè so che voi siete innocente degli indugi che ci hanno sacrificati: ma dite a coloro che ne furono consiglieri che quando la patria sarà liberata, io li accuserò al suo tribunale come cospiratori che cospirarono a prolungarne la schiavitù e il disonore.»

Ho trascritto deliberatamente, e checchè altri possa dirne o pensarne, queste parole, perchè toccano una piaga ch'io reputo mortale all'Italia, se la crescente generazione non fa di liberarsene ad ogni patto. È sorta negli ultimi otto o nove anni, fra coloro che si professano amatori della patria loro, una setta d'uomini che diresti avessero tolto ad impegno d'infamare gl'Italiani davanti a sè stessi ed ai popoli, non solamente come codardi, ma come codardi e millantatori. Influenti, taluni per condizione sociale o ricchezza, tutti per opinione di liberalismo forse sentito, ma di certo tiepidamente sentito—non privi d'ingegno, ma senza scintilla di genio e guasti dalle abitudini d'un'analisi gretta, sterile, cadaverica, tolta in prestito al secolo decimottavo—fermi irrevocabilmente nell'animo, tra per difetto di vera scienza rivoluzionaria, tra per paura, di non mai fare, ma pur vogliosi, per certo—essendo l'obbligo che corre a ogni uomo in Italia, d'essere e più di parere agitatori animosi—stanno fatalmente capi ed oracoli della gioventù buona della Penisola, e s'inframmettono inevitabilmente moderatori in ogni moto di malcontento popolare che minacci di tradursi in azione, in ogni ardito disegno degli uomini che amano davvero la patria e con animo deliberato di sacrificare ogni cosa più cara a farla libera e grande. Costoro, con tre o quattro adagi rubati all'aggrinzita, decrepita, diplomatica politica conservatrice e con certi ragionari ad arzigogolo ch'essi intitolano machiavellici e sono un insulto all'ingegno di Machiavelli, fanno l'uffizio della torpedine sull'anime più avide di vita e di moto. Quando il fremito non prorompe in segni manifesti e le proposte d'azione non partono se non dai pochi valenti a indovinare, anche latente, quel fremito, essi—ed è il meglio—armeggiano a viso aperto contro ogni possibilità d'insurrezione italiana se prima tutti i re non siano in guerra accanita fra loro e tutta Europa in fiamme da un capo all'altro: gemono la gioventù corrotta, il popolo ignorante, il clero onnipotente ed avverso: evocano, computando e ricomputando, sì che appajono tre volte tanti, gli 80,000 Austriaci che stanziano in Lombardia, più gli 80,000 che verranno dalla Boemia e dall'Ungheria, più gli 80,000 che verranno non si sa di dove. Ma quando il grido di sommossa è, come nell'anno or decorso quanto a una parte d'Italia, grido di popolo anzichè di pochi cospiratori ed essi temono ch'altri prenda il campo senza di loro, accettano—ed è il peggio—volonterosi in sembianza, in idea di fare, non serbandosi che il diritto di discutere il quando e il come. E allora sorgono—se l'agitazione è in autunno—le teoriche della primavera, quando i fiori sbucciano e i salassi giovano agli uomini, o—se l'agitazione è in primavera—le teoriche dell'autunno quando le piogge rigonfiano i torrentelli e le vigne fronzute proteggono le imboscate: allora s'affacciano da sostituirsi ai disegni semplici e logicamente rivoluzionarî degli uomini d'azione, disegni vasti, imponenti, magnifici, a' quali non manca—e lo sanno—se non di esser fattibili; disegni di metropoli sostituite a provincie, di fusioni d'elementi eterogenei, sostituite all'azione sicura e spedita di elementi omogenei, d'insurrezioni architettate a scocco d'oriuolo oggi in un punto, domani in un altro, il dì dopo in un terzo, ma in nessuno se non irrompe, per ostacoli impensati, in quel primo. Quindi, le dilazioni di quindicina in quindicina, di mese in mese. Intanto, il fermento che non può regolarsi a oriuolo si sfoga in ciarle, risse e sommosse microscopiche inutili, anzi dannose, all'intento, poi gradatamente s'acqueta; i molti giovani disposti all'opre, ma facili allo sconforto, cominciano a diffidare, a calcolare i pericoli ed a sviarsi; i pochi nati al martirio si cacciano disperatamente nella voragine delle imprese avventate, sperando di rompere coll'esempio gli indugi; e intanto i governi che vegliano col sospetto di chi ha il mane, thecel, phares di Dio davanti agli occhi dell'anima, imprigionano cautamente, tacitamente, or in una or in altra città, oggi uno, domani un altro degli uomini ch'essi temono, raccolgono le loro forze, raddoppian le spie, seminano terrori di scoperte, di tradimenti, d'interventi immediati d'eserciti forastieri:—finchè il tentativo, reso davvero impossibile, sfuma tra i lontani orizzonti d'un incerto futuro, i buoni si coprono, per rossore, la faccia, i tristi sogghignano, i deboli e quei che non sanno dichiarano utopia la risurrezione d'Italia, le madri piangono i morti sul palco, le iene delle polizie s'affrettano a sbranarne i cadaveri profanandone—se potessero—ai posteri la memoria, gli stranieri dicono: vorrebbero ma non s'attentano, i governi ciarlano per due mesi di concessioni probabili; e gli uomini della primavera, dopo avere, a scolparsi, scelto dentro o fuori—meglio se fuori e tra gli esuli—un irco emissario de' loro peccati e apposto impudentemente ordini, contrordini, imprudenze ed errori a chi probabilmente gridava tutto quel tempo alla gioventù: voi non farete mai nulla se prima non vi sgombrate ne' vostri consigli di siffatta genìa, ricominciano pacificamente i loro computi e ricomputi sugli 80,000 uomini austriaci moltiplicati per tre. Io a queste mie parole potrei fare un commento storico, e lo farò, ma non qui.

Le insurrezioni non si faranno ora nè mai in Italia per fusione, come dicono, d'elementi eterogenei tendenti ognuno a diverso fine ma uniti per rovesciare, quando per forza immutabile di logica a ognuno di questi fini corrisponde un metodo diverso d'azione;—nè per viluppo di vasti disegni lungamente premeditati a far sollevazioni simultanee in più parti e in un'ora prestabilita, perchè i governi ne avranno infallibilmente sentore e potranno sempre impedire;—nè, se non difficilissimamente, per iniziativa di metropoli dove il governo tiene naturalmente accentrati più mezzi di resistenza, di spionaggio e di corruttela, e dove un tentativo fallito riesce decisivo e dà legge d'inerzia a tutto il paese; nè finalmente per altezza di virtù cittadine o d'istruzione popolare impossibili dove non è patria, nè popolo, nè mezzo alcuno d'educazione se non gesuitica, o austriaca, o neo-cattolica—torna tutt'uno—e dove appunto si cerca l'insurrezione per far che nascano le virtù. Un popolo che fosse virtuoso davvero non avrebbe mai bisogno d'insurrezioni, perchè non sarebbe mai schiavo; ma i Francesi del 1789, gli Spagnuoli del 1808, i Greci del 1821 non erano meno corrotti di quel ch'oggi non siamo, e nondimeno fecero prodigi di valore e di sacrificio. L'insurrezione in Italia, s'avrà quando gli uomini vogliosi d'agire, credenti in un patto, intesi sui modi e sul fine, serrati a unità di falange, si prevarranno d'un fermento, nato spontaneo o creato, ma diffuso più o meno generalmente nella Penisola, per operare improvvisi, in nome di tutta Italia, a bandiere spiegate e cacciando via la guaina del ferro, sul punto dove la vittoria sarà meno contrastata e men dubbia. Dato un primo successo, dalla scelta dei cinque, dei tre, dell'uno chiamati a diriger la mossa, dipenderà lo spandersi e il vincere dell'insurrezione. Tutta la questione sta nel decidere se, per malcontento, per istinto di patria, per universalità d'opinione, il popolo d'Italia è maturo pel tentativo o non è. I Bandiera—ed io consentiva con essi—ritenevano che fosse maturo; però anelavano azione, e se gli uomini della primavera non erano, avrebbero agito.

Intanto erano sospetti e vegliati. E agli indizî che il governo austriaco andava colle sue spie raccogliendo s'aggiunsero, se credo ai Bandiera, l'arti d'un traditore. «Gravi avvenimenti per me—mi scriveva Attilio da Sira il 19 marzo—non meno che per la causa comune accaddero qui in Levante dalla seconda metà del gennajo in poi. Un certo T. V. Micciarelli, che voi già forse di fama conoscerete, denunziò ogni mia trama. . . . . . . Mi convenne obbedire, e infatti il 3 corrente partir doveva il bastimento che mi trasportava dove non è che luca; ma io per queste ed altre prove antecedenti istruito dell'animo perfido del Micciarelli, temendo che al primo suo colpo avesse a succederne un secondo men difendibile, aveva clandestinamente preparato la fuga, e al 29 del trascorso la cominciai, e dopo accidentata peregrinazione qui in questi ultimi giorni la compiei. A mio fratello ch'era anch'egli dal traditore conosciuto e che in Venezia trovavasi, ho per tempo dato cenno della mia determinazione, perchè la sua parte agisse conformemente, ma non ebbi per anco di lui nuova alcuna. Come sosterranno questa rovina mia madre e mia moglie, creature delicate, incapaci forse di resistere a grandi dolori? Ah! servire umanità e patria fu e sarà sempre, io spero, il primo mio desiderio, ma confessar devo che molto mi costa...» Quand'egli mi scriveva queste parole, la moglie era morta. Avvertita da Emilio del progetto di fuga, aveva, finchè l'esito rimanevasi dubbio, mantenuto il segreto e la forza d'animo necessaria a non tradire le inquietudini mortali che l'opprimevano; poi, saputo in salvo il marito, aveva ceduto al dolore: donna rara, al dir di chi la conobbe, per core, per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch'essa, come Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, e tante altre ignote a tutti fuorchè ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione de' tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza il doppio martirio di sè stessi e di chi più s'ama.