Emilio s'era, fuggendo, ridotto a Corfù, dove l'aspettava la più terribile fra le prove. Il governo austriaco, impaurito del fermento che la partenza dei due Bandiera avea desto nella sua flotta, temendo la virtù dell'esempio e più d'ogni altra cosa la fiducia che la rivelazione d'un elemento nazionale, fin allora non sospettato in mezzo alle forze nemiche, darebbe ai rivoluzionarî Italiani, cercava modo perchè il fatto apparisse piuttosto avventatezza di giovani traviati che proposito d'anime deliberate, e tentava le vie pacifiche. «L'arciduca Rainieri—mi scriveva Emilio il 22 aprile da Corfù—vicerè del Lombardo-Veneto, mandò uno de' suoi a mia madre, a dirle che ov'essa potesse da Corfù ricondurmi a Venezia coll'autorità che una genitrice deve saper conservare sopra un figlio, egli impegnerebbe la sacra sua parola che io sarei non solo assolto, ma tornato al mio grado, alla mia nobiltà, a' miei onori. Aggiungeva poter subito farsi mallevadore della mia impunità, come di giovane che gli empî perturbatori avevano traviato approfittando dell'inesperienza di venticinque anni, e che la medesima circostanza non potendo militare per mio fratello, la cosa sarebbe più difficile, però non dubbia, in riguardo alla clemenza di Ferdinando magnanimo suo nipote. Mia madre crede, spera, parte all'istante, e giunge qui dove vi lascio considerare quali assalti, quali scene debba io sostenere. Invano, io le dico che il dovere mi comanda di restar qui, che la patria mi è desideratissima, ma che allorquando mi moverò per rivederla non sarà per andarmene a vivere d'ignominiosa vita, ma a morire di gloriosa morte; che il salvacondotto mio in Italia sta ormai sulla punta della mia spada, che nessuna affezione mi potrà strappare dall'insegna che ho abbracciato, e che l'insegna d'un re si deve abbandonare, quella della patria non mai. Mia madre agitata, acciecata dalla passione, non m'intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un assassino, e le sue lagrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale; ma la desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello sdegno spettano ai tiranni, e però, se prima non era animato che dal solo amore di patria, ora potente quant'esso è l'odio che provo contro i despoti usurpatori che per infame ambizione di regnare sull'altrui, condannano le famiglie a siffatti orrori. . . . . . Rispondetemi una parola di conforto: il vostro applauso mi varrà per mille ingiurie che a gara mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi.»
Tra i fatti—e non ne eccettuo il morire—che onoreranno il nome dei fratelli Bandiera tra i posteri, parmi che questo del rifiuto di sottomettersi, a fronte anche delle supplicazioni materne, sarà tenuto il più degno. E so di molti pur troppo che dissentiranno da me e avrebbero non solamente ceduto, ma adonestato il loro cedere di belle parole sugli obblighi del sangue, sulla onnipotenza dei moti del cuore e sugli affetti di famiglia anteriori e superiori ad ogni altro: frasi tutte che suonano commoventissime a chi non s'addentra, ma che a me pajono veramente significare: noi siamo egoisti che tentiamo inalzare l'egoismo a virtù. Oggi, generalmente parlando, non s'ama. L'amore, la più santa cosa che Dio abbia dato all'uomo come promessa di sviluppo di vita, s'è fatto, sotto l'ugne d'arpia del secolo profanatore, una lordura di sensi, un bisogno febbrile, un istinto di bruti: la famiglia, simbolo del modo con che si compie nell'universo l'incessante operazione di Dio e germe della società s'è convertita in una negazione d'ogni vocazione, d'ogni dovere sociale: il maschio e la femmina hanno cancellato l'Uomo e la Donna. Le povere madri in Italia, schiave anch'esse d'una tristissima educazione e nulle nell'ordinamento sociale, predicano trepidanti ai figli la sommessione al potente qualunque ei sia; i padri che sanno come al limitare d'ogni famiglia veglia una spia, li ammaestrano alla diffidenza e all'isolamento, e le fanciulle innamorate balzano di gioja quando alle loro istanze s'odono rispondere dall'amato: io vivrò per te sola; poi d'amanti beate di frenesie senza nome riescono per lo più infelicissime mogli, perch'io ho sempre veduto mariti pessimi e tiepidi amici i pessimi tra' cittadini.
Ma se ogni amica rispondesse al frenetico o forse ipocrita amante: «Tu non devi vivere, ma gioire in me e per me sola, e in me sola confortarti ne' tuoi patimenti: noi dobbiamo fare delle nostre due vite una sola vita più potente d'intelletto e d'amore, un solo continuo sacrificio al grande, al bello, al divino, una sola continua aspirazione, un solo moto verso l'eterno Vero;»—se i padri definissero la vita ai figli, non come la ricerca del piacere quaggiù, bensì come preparazione, per mezzo di doveri adempiti, a uno stadio di sviluppo superiore;—se le madri, che pur si dicon cristiane, meditassero più sovente e ripetessero ai nati da loro alcune delle parole di Cristo e tutto quel libro de' Maccabei che par dettato per gl'Italiani—adempirebbero tutti, meglio ch'oggi non fanno, ai debiti dell'amore, e l'Italia non avrebbe da piangere ad ogni tanto i migliori tra' suoi cittadini spenti ad uno ad uno isolatamente di morte violenta sul palco o di lenta consunzione d'anima nell'esiglio. Parmi che tutti i grandi profeti d'affetto da Platone a Schiller, e sovra tutti i nostri sommi Italiani e fra gl'Italiani Dante, che avea tanto amore nell'anima da infiammarne due o tre delle nostre generazioni pigmee, intendessero quei due santi vocaboli di famiglia e d'amore in un modo diverso assai da quel d'oggi, e parmi che i credenti in un'anima immortale—dacchè dei materialisti, nei quali l'amore è necessariamente cosa schifosa o contradizione, non parlo—non possono amare se non immedesimando l'amore coll'adorazione del Vero e presentando all'ente ch'essi amano, simboleggiato nell'anima loro, il più alto spettacolo di virtù ch'essi possano. Tolga Iddio ch'io mova il più lieve rimprovero alla madre d'Attilio e d'Emilio: dico solo—e vorrei ch'essa potesse leggere queste linee—che qui o altrove essa intenderà un giorno come i figli l'amavano più che mai quando ricusavano, benchè trasmesso da lei, il perdono dell'arciduca Rainieri.
E del ricusato perdono, nuovo indizio di bene, i tristi s'inviperivano. Il 4 maggio, appariva, in Venezia, firmato d'un nome barbaro, Poosch, con qualificazione anche più barbara e inintelligibile d'auditore stabale, un editto di citazione che diceva: «L'I. R. Auditorato Stabale di marina rendere pubblicamente noto che i signori barone Attilio Bandiera, alfiere di vascello, e barone Emilio Bandiera, alfiere di fregata... essendosi resi fuggiaschi, cioè il primo ai 28 di febbrajo anno corrente dal bordo dell'I. R. fregata Bellona in rada di Smirne, insieme col di lui servo privato Paolo Mariani appartenente all'artiglieria di marina; ed il secondo al 24 dello stesso mese da Trieste per dove avea ottenuto un permesso di quarantott'ore, e non essendo ritornati, ed apparendo eziandio ambedue legalmente prevenuti di essersi resi colpevoli del delitto di alto tradimento coll'unirsi alla setta della Giovine Italia, erano perciò ambedue tenuti di presentarsi nello spazio di giorni novanta, a partire dalla pubblicazione del presente editto, innanzi al tribunale suddetto od all'I. R. comando di piazza in Venezia, ecc., ecc.» Rispondevano da Corfù, dove anche Attilio s'era ridotto, i due fratelli: «All'eccelso I. R. comando superiore della marina austriaca.—Al 14 del corrente noi qui sottoscritti abbiamo ricevuto l'editto di citazione speditoci dall'I. R. Auditorato Stabale di cotesto eccelso comando superiore. Noi ci vantiamo di ciò che l'accennato tribunale minaccia di chiamare alto tradimento. La nostra scelta è determinata fra il tradire la patria e l'umanità o l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi, alle quali ci si vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi, con ognuno che sia giusto ed umano, sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque altro modo che sotto la bugiarda e infame lor egida. La forza è il loro solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per poi far trionfare il vero diritto—Corfù, 19 maggio 1844—Attilio Bandiera, Emilio Bandiera.»—E questa risposta fu da essi inviata al Mediterraneo, gazzetta maltese, preceduta dalle linee che qui trascrivo: «Signor editore,—Noi qui sottoscritti venimmo officiosamente a conoscere come il governo austriaco abbia pubblicato il suo atto d'accusa contro di noi. La pubblicità nelle procedure è un principio così incontrastabile ed universalmente desiderato che anche quei degni successori della Veneta Inquisizione attraverso ai tenebrosi lor conciliaboli pur lasciano di tratto in tratto balenare qualche omaggio a tale verità; se non che tali concessioni sono in essi piuttosto ironìa che sincere dimostrazioni di rispetto. Comunque però siasi la cosa, ad ognuno, per debole che sia, corre l'obbligo d'incoraggire le disposizioni al bene, dovunque e comunque desse appariscano. Noi ci crediamo quindi tenuti a secondare da nostra parte la via presa dai tribunali austriaci, e conseguentemente osiamo rivolgerci a voi per pregarvi d'inserire nel vostro giornale tanto l'editto quanto la risposta da noi data. I giudici austriaci dicono d'aver pubblicato in Venezia la nostra accusa, e noi non intendiamo che di compire la loro opera se per via di Malta trasferiamo la istruzione del processo da un pubblico ristretto e circondato di bajonette ad un pubblico più esteso e libero dai terrori d'una forza inesorabilmente ostile. Aggradite, ecc.—Corfù, 21 maggio.—Attilio Bandiera. Emilio Bandiera.—»
Nel frattempo dell'editto di citazione e della risposta dei due fratelli, un altro ufficiale della flotta austriaca s'era aggiunto, esule volontario, ai Bandiera: Domenico Moro, giovine d'anni ventidue, il cui sembiante ricordava il verso di Dante
Biondo era e bello e di gentile aspetto;
natura angelica dotata d'un'intrepidezza di lione e d'una docilità di fanciullo amoroso. Era luogotenente sull'Adria, e toccando, reduce da Tunisi, Malta, abbandonò la corvetta, e raggiunse gli amici. E inserirò la lettera ch'egli indirizzò al suo comandante. «Allorquando—diceva—i vostri modi poco usitati mi hanno avvertito in questi ultimi giorni di qualche sospetto a mio carico nell'animo vostro, io mi sono persuaso che più d'ogni altra cosa vi avesse dato luogo la mia antica amicizia agli onorevoli patrioti e commilitoni Bandiera. Sapendo pur troppo per dolorose sciagure italiane che i sospetti son tatto presso un governo come l'austriaco e presso i suoi servitori, potei facilmente supporre le conseguenze che mi avrebbero atteso. Nondimeno un pensiero mi balenò puranco di pietosa amicizia da vostra parte, che Italiano qual siete, di nascimento almeno, abbiate voi stesso colle vostre asprezze voluto darmi un avviso a salvamento, e se ciò fosse, ve ne sono riconoscente. Ma qualunque sia l'intenzione che vi ha diretto, la prevenzione mi ha valso. Quando vi giungerà questa lettera, io sarò già lontano; e però facendo voti per la mia patria, perchè presto possa presentarsi l'occasione, a voi di smentire le fallaci apparenze che, come Italiano, vi disonorano, a me di provare col fatto la verità di quei generosi sentimenti che finora in faccia a voi sono un delitto, ho creduto del mio decoro lasciare queste spiegazioni nell'atto di risolvermi al presente solenne passo della mia vita.—Domenico Moro.—»
Intanto i malumori in Italia erano più vivi che mai. Il fermento sopito verso la fine del 1843, s'era nel 1844 risvegliato più minaccioso, e dal centro s'era steso al mezzogiorno della penisola. In Calabria, una sommossa armata, tentata e repressa a Cosenza, avea lasciato gli spiriti eccitati e vogliosi di ritentare. La Sicilia, paese sistematicamente angariato da ogni sorta di vessazioni e d'espilazioni, fremeva rivolta, e, popolata di gente più avvezza all'opre che alle parole, l'avrebbe osata, se in una città, che dava, sei secoli addietro, ben altri esempî alle città sorelle, i temporeggiatori non avessero trovato centro e influenza predominante su tutta l'isola. I governi titubavano paurosi. Gli Austriaci ingrossavano a Ferrara e facevano correre per ogni dove minacce d'un intervento, inevitabile dopo un'insurrezione italiana, ma impossibile prima. Gli uomini della primavera s'affaccendavano a fare e disfare. Annunziavano per quel tal giorno, anzi per quella tal ora, la mossa: decretavano il dì dopo reo senza scusa di lesa patria chi s'attentasse di movere, finchè i giornali parlavano: non volendo avvedersi che le ciarle de' giornalisti profetizzanti preparavano non foss'altro, in Italia e in Europa, al primo fatto propizio opinione e importanza d'insurrezione potente e degna d'ajuti. Sola una provincia d'Italia esibiva, tristo spettacolo—parlo degli influenti e non della povera gioventù buona e ingannata—il coraggio della paura, e predicava, con un entusiasmo di crociata per lo stato quo, l'immobilità dell'abbietta rassegnazione. Ma i giovani popolani degli Stati Pontifici e delle provincie del Regno minacciavano a ogni tanto di romper gl'indugi. E un riflesso di tutta questa vampa d'insurrezione che scaldava il core alla gioventù, un'eco di tutto questo tumulto di speranze, di terrori, di promesse e scoraggiamenti, si ripercoteva sull'anima dei Bandiera, i quali da Corfù guardandosi intorno, cercavano come lioni la preda, il dove e il quando potessero scendere sull'arena.
Lo scendere era fin d'allora spontaneamente, irrevocabilmente, determinato dai due fratelli: il dove e il quando fu scelto, temo—e apparirà tra non molto,—dal governo di Napoli.
E le cagioni dello scendere sull'arena, cercate da uomini che non sanno intendere sacrificio se non comandato in disegni e incitamenti d'associazioni segrete o capi influenti, stavano pei Bandiera, nella condizione morale degl'Italiani, unanimi nell'opinione, lenti a tradurre l'opinione in atti e a far della vita un commento pratico alle credenze. Manca agl'Italiani pur troppo il concetto religioso della nazione e dei doveri del cittadino, quindi l'unità della vita che dev'essere un'armonia progressiva d'idee rappresentate coll'opere, di pensiero espresso in azione. Tra i materialisti, che diseredano l'uomo di ogni alto intento abbandonandolo agli arbitrî del caso o al dominio della forza cieca, e i neo-cattolici (peste nuovissima del paese) che lo chiamano ad adorare un cadavere galvanizzato, gl'Italiani hanno smarrito il pensiero di Dante, il pensiero della grande missione commessa da Dio alla patria loro e con quello la coscienza delle forze che Dio dà sempre eguali alla vocazione. Il loro patriotismo non è il proposito solenne, severo, tenace che rivesta i caratteri d'una fede e proceda in continuo sviluppo, senza foga, ma senza posa, come le stelle nel cielo[90] verso il fine, remoto o prossimo non importa, segnato dalla Provvidenza al paese: non è l'idea dominatrice d'un'intera vita, scintillante di tutta la poesia del sole che sorge negli anni fervidi giovenili, incoronata di tutta la poesia del sole al tramonto negli anni canuti, forte come il diritto, perenne come il dovere, grande come l'avvenire: è patriotismo d'impulsi, febbre di sangue meridionale che tocca subitamente il delirio, poi per poche ore di sonno svanisce, fiamma d'orgoglio generoso nudrito di ricordi e di mal definiti presentimenti; ma quale orgoglio può reggere lungamente davanti alle mille delusioni che s'affacciano inevitabili sulla via d'ogni ardito e vasto disegno? Collocati fra il palco e lo Spielberg da un lato, fra il tradimento e l'indifferenza dall'altro, i giovani, dopo avere lottato con impeto per un tempo più o meno breve, si ritraggono stanchi e rinegano, non le opinioni, ma l'attività pel trionfo delle opinioni. Nè le opinioni avranno trionfo mai, se prima gl'Italiani non imparino ad affratellarsi colla morte del corpo e colla morte, assai più dura, dell'anima come in questo stadio di vita si manifesta: colla morte del corpo, imparando che la vita terrestre non è se non preparazione ad un'altra che ha culla in ciò che noi chiamiamo sepolcro: colla morte dell'anima imparando che glorie, speranze terrene, orgoglio di trionfo immediato e felicità come dicono, son tutte illusioni, fantasmi più o meno dorati, ma pur sempre fantasmi, e che il dovere è l'unica verità dell'umana esistenza e l'incarnazione in atti di ciò che la coscienza e la tradizione dell'umanità tutta quanta c'insegnano, la sola cosa che possa togliere alla vita d'apparire bestemmia e ironia. I Bandiera sentivano che la coscienza e la voce profetica del passato insegnano agli Italiani che la loro patria è chiamata ad essere nazione libera e grande pel progresso dell'umanità; ch'essi pur sapendolo, non s'attentano d'oprare e di morire, occorrendo, per far che sia: e che un de' modi più efficaci a ridurveli è, nelle condizioni attuali d'Italia, l'esempio. Però avean fermo nell'anima, non potendo vincere, di morire.