Pochi giorni dopo esser giunto a Corfù, Attilio mi scriveva (10 maggio) le linee seguenti: «Il 28 del trascorso, dopo un viaggio variato d'avventure e pericoli, giunsi finalmente in Corfù. Da Malta mi s'indirizzò la vostra del 1.º aprile. Vi rendo grazie dell'interesse che prendete per la mia sorte, e il vostro affetto è certamente il più valido sprone per operare il bene. Non temete ch'io dubitar mai possa de' nostri comuni principî. Nessuno più di me è persuaso che a mali estremi convengono estremi rimedî; e tanto più quando per questi militano l'utile, la verità e la giustizia. Ciò che può parere eccessivo ad altri popoli non deve sembrarlo agli Italiani. È da lungo tempo che ho ammesso per insegna nazionale l'aquila legionaria, e per motto di guerra l'antico grido guelfo: Popolo, popolo! Potete dunque credere che con simili credenze non si potrà mai rimaner soddisfatti di tutti quei mezzi termini che, più per tradirci che per placarci, i nostri nemici possono mai concedere. Italia indipendente, libera ed unita, democraticamente costituita in repubblica con Roma per capitale: ecco l'esposizione della mia fede politica nazionale.—Il grido di guerra dei nostri fratelli mi romba continuamente all'orecchio; ed ho già preso tutte le disposizioni per slanciarmi quanto prima a combattere con essi e perire. Occupatissimo di tali preparativi, non ho tempo per entrare con voi su' particolari; ma incarico *** di comunicarveli. Dacchè sono a Corfù, ho maturato due progetti, uno su. . . . . . l'altro sulla Calabria; il primo esige più tempo e danaro, mentre il secondo sarebbe più sollecito e meno dispendioso. La forza delle circostanze mi determinò pel secondo. Onde eseguirlo, mio fratello ed io stiamo vendendo a rovina tutto quel poco che abbiamo potuto portare con noi, ma non ne ricaveremo nemmeno mille cinquecento franchi, e ce ne occorrono almeno quattro mila. In tali ristrettezze, io mi credo obbligato a giovarmi dell'offerta che in altro tempo mi faceste di tre mila franchi, e scrivo a Nicola perchè mi spedisca colla prima occasione danaro. Perdonatemi questa libertà, ma non il mio, l'interesse bensì della causa comune lo esige, e mi conforta la fiducia che voi non vorrete ritrarvi dal cooperare a qualunque patrio ed utile tentativo. Addio dunque, e se fosse per sempre, per sempre addio.»

E in calce a questa lettera Emilio scriveva con anima piena degli affetti supremi: «Mio fratello—Una riga anche da me, poichè saran queste forse le ultime che da noi due ricevete. Il cielo vi benedica per tutto quel gran bene che alla patria avete fatto. Alla vigilia dei rischi io proclamo altamente che ogni Italiano vi deve gratitudine e venerazione. I nostri principî sono i vostri e ne vado fiero, ed in patria con l'arme in mano griderò quello che voi da tanto tempo gridate. Addio, addio; poveri di tutto eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.—Emilio.»

Allora tra i due fratelli da un lato, me e l'amico mio di Malta dall'altro, cominciò una lotta pur troppo ineguale; noi a tentar di smoverli dal disegno d'agir soli e immediatamente, essi ad aprirsi comunque una via. I tremila franchi da me profferti per altro quando i Bandiera erano ancora in Italia, furono dall'amico, che n'era depositario, negati; e il tentativo ch'essi intendevano di compiere prima che il maggio spirasse, si rimase per allora sventato. Il 21 maggio, Attilio riscriveva sconfortatissimo: «Al 10 del corrente io vi scriveva credendo di presto dover partire per l'Italia; ma la mia supposizione riescì fallace; mi conforta però almeno la riflessione che di questo risultato la mia volontà è affatto innocente. Con modica spesa noi avevamo noleggiato una barca: un nativo della provincia dove intendevamo sbarcare ci avrebbe servito di guida tanto più sicura che egli guerreggiò lungo tempo colà contro la gendarmeria: saremmo scesi in vicinanza d'un bosco che continua sino alle montagne dove stanno gl'insorti. Avremmo potuto sommare a più di trenta; ma non avevamo scelto che una ventina incirca di risoluti e bene armati; il numero era sufficiente per respingere qualche picchetto che forse avremmo incontrato per via, e conveniente per poterci con facilità muovere, nasconderci, e sussistere. A quest'ora, vivo o morto, sarei in Italia. Tutte queste disposizioni vennero rese nulle dalle lettere di Nicola. Io gli aveva domandato i tremila franchi pei quali m'avevate un tempo accordato autorizzazione; ma egli ricusò spedirli e insinuò anzi agli amici di non secondarci in questa impresa ch'egli chiama pazza e dannosa. Questo suo giudizio non m'avrebbe smosso dal mio progetto, perchè dieci valevano come venti e di dieci io avrei sempre potuto disporre: gl'insorti non domandano già uomini, ma rappresentanza attiva della connivenza degli altri Italiani al loro movimento. La mancanza bensì di danaro ci ha messi nell'assoluta impossibilità d'operare, perchè noi non potevamo ragionevolmente sbarcare se non muniti di qualche somma tanto per poter sussistere senza violenze, quanto per ricompensare gli emissarî e le guide e provvedere a tutti siffatti bisogni di guerra. Mio fratello ed io abbiamo intanto venduto tutto per far danaro e lo scarso risultato di questa nostra estrema risoluzione fu tutto impiegato nel compenso di noleggio alla barca che dovemmo licenziare e nel provvederci d'armi e di munizioni. Come vivremo d'ora innanzi, nol so, perchè la nostra famiglia corrucciata non vuole spedirci un soldo, e qui poi più forse che altrove è difficile trovare impiego. Non dovete credere per altro che la miseria ci abbia menomamente cangiati; ci accora solamente il pensiero che noi perdiamo nel merito del sacrifizio, non potendo omai dar più alla causa dell'umanità e della patria se non un'esistenza travagliata e infelice, mentre potevamo un giorno sagrificarle una vita avventurosa ed agiata. . . . . . . Intanto cominciano i supplizî in Bologna! Non sarebbero dunque davanti all'Eterna Giustizia i delitti dei nostri padri ancora scontati? Checchè ne sia, aspiriamo almeno a legare alla generazione ventura l'esempio di un'inconcussa perseveranza.Fidando sempre sulla nota lealtà delle poste inglesi, potete indirizzar qui al mio nome le vostre lettere. Addio.—Attilio.»

Alla nobile fiducia d'Attilio nella nota lealtà delle poste inglesi, il governo inglese rispondeva dissuggellando sistematicamente per sette mesi, con arti infami e contraffazioni degne della più abbietta poliziuccia italiana, la mia corrispondenza, e comunicandone quanto importava al gabinetto napoletano e all'austriaco: atto nefando che commosse di sdegno unanime la nazione e ch'io resi pubblico perchè s'aggiungesse una prova alle tante della immoralità di tutti i governi attuali d'Europa fondati sopra una menzogna, se di diritto divino o di patto monarchico-costituzionale poco rileva. Ma quanto ai progetti dei due fratelli, l'impotenza li ritardava senza distruggerli; e riardevano al menomo romore che venisse d'Italia. La corrispondenza, che ho tutta sott'occhio, corsa a quel tempo e intorno a quel primo disegno, tra l'amico mio di Malta e i due martiri, prova che tutte l'arti della persuasione furono tentate a salvarli, e che tutte andavano a rompersi, contro la determinazione irrevocabile che li consacrava alla morte. E di questa corrispondenza, per più ampia confutazione delle calunnie avventate all'amico, io inserirò due frammenti, il primo spettante a Nicola Fabrizi, il secondo a Emilio Bandiera.

«Considero—diceva, in data del 15 maggio, il primo ai due fratelli—considero il mio sangue e quello de' miei amici una moneta da spendere per l'onore e per lo scopo. Ed è perciò che non esito a dirvi, che il vostro, nel modo in cui volete esibirlo, frutto di generosa impazienza, non ha per risultato possibile nè l'uno nè l'altro; bensì apparirà in un senso di frenetica esigenza di soddisfazione vostra tutta personale la noncuranza dello scopo che unicamente comprometterete, e degli uomini che s'abbandonano alla vostra fede e che voi inesorabilmente sacrificherete. Quindici o venti uomini sono peggio che un solo, e assai peggio dove tutto essi debbon crearsi cominciando dalle prime relazioni. Un uomo trova simpatia e ascolto per potere essere individualmente assistito da chi l'intenda. Venti, sono prima schiacciati che ascoltati. Un equivoco, un mal volere, un tocco di campana li annienta. Le cose in Calabria sono o disperse o paralizzate. A noi però. . . . . . . . . . . . . . . . . E questo è il caso unico per cui può essere importantissimo un atto, ancorchè limitato di mezzi, a ridare andamento sotto una nuova impressione alle cose sopite sul punto che dite o su d'altro, ma il numero a tale effetto non può in tal caso neppure restringersi oltre il completo delle nostre precedenti intelligenze.—La delusione inaspettata che mi portò la tua lettera, rovesciando a un tratto ogni nostro accordo, mi ha ben fortemente sorpreso; nè io credeva più possibile tra voi il ritorno alla stessa natura d'illusioni che hanno già fatalmente influito sulla divergenza di mezzi che non dimandavano se non un po' di calma per essere calcolati e attivati a tempo e con efficacia. Non credeva possibile che l'incontro d'un individuo, l'accidente d'una barca, e il discorso d'un capitano senza garanzia alcuna, senza mandato, potessero bastare a porvi totalmente sul nuovo, cangiando ogni fiducia di persone e di relazioni. . . . . . . .—Se voi mi aveste avvertito che persona d'onore a voi nota nell'interno, sicura per tranquillità di spirito e per aderenze, offriva anche solamente di farci arrivare in quattro, in tre e meno ancora fra gente in arme e decisa a seguirci, io sarei venuto con mezzi e ogni cosa immediatamente, poichè sono codeste le offerte sulle quali posano le trattative del giorno, e quelle uniche per cui e dalla coscienza e dal mandato dell'altrui fiducia io sia autorizzato. Io verrei oggi, se la brevità del tempo non mi trattenesse, nella fiducia che uomini d'onore e di coscienza quali voi siete e di senno non esitereste a ricredervi d'una risoluzione promossa da calcoli su fatti erronei—e verrei per oppormi personalmente, dirigendomi a tutti e singoli che parteggiano con voi su tale argomento. Non solo non approvo, nè intendo cooperare, ma intendo aver solennemente dichiarato il mio più aperto disparere dal fatto della natura che esprimete, come da fatto incapace d'alcun risultato, se non la rivelazione intempestiva delle nostre intenzioni, il sacrificio dei migliori, la dispersione irreparabile del tanto che poteva eseguirsi con elementi conservati intatti fin oggi, e l'assoluta esclusione d'ogni fiducia interna ad ogni nostra proposta smentita sì compiutamente da uomini di concetto quali voi siete in un simulacro di fatto che solo può dar prova d'una irragionevole disperazione. . . . . . . . . . . . . . . . . —»

«Terrò la tua lettera—rispondeva Emilio quattro giorni dopo—a documento della buona volontà che mi avrebbe condotto nel luogo dell'azione, dove poco ragionevoli pretesti non mi avessero chiusa la strada che il dovere mi additava unica a percorrere....... Convinti che il punto più strategico ad incominciare la guerra è appunto l'estremità della penisola; che là per energia di popolazione, per le montagne alte, per le foreste fitte, e per esempî in altra epoca offerti, si devono rivolgere tutti i nostri sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affrontato a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto estendersi in Sicilia e negli Abruzzi prima che l'Austriaco avesse tempo di precipitarvisi addosso. L'anno scorso si esposero uomini che valevano meglio di noi per favorire nel centro una sommossa che per quanto bene fosse riescita sarebbe stata in tre giorni schiacciata dagli Austriaci, e quest'anno non si vuole far niente pei Calabresi che insorsero se non altro più apertamente dei Romagnoli, cioè colla nostra bandiera e il nostro programma. In verità la cosa è assai strana. Se la tua lettera giungeva favorevole, questa sera noi saremmo partiti; così, restiamo invece colla convinzione che non riesciremo in cosa alcuna. . . . . . . . . . . . . . . . Le tue speranze sono nel Centro: Dio mio! e il più debole, il più spregevole de' nostri tiranni fa giustiziare in Bologna sei patrioti, e il popolo, se non applaude, tace almeno, soffre, e piuttosto che recidere la mano omicida, la bacia e la rispetta. Questo fatto m'ha interamente palesato a qual punto siamo. Io non voglio disperare della salvezza della mia patria, perchè il disperarne sarebbe delitto, ma temo assai che guerrieri della sua redenzione saranno i nostri figli se non i nostri nepoti.

«. . . . . . . . . . . . . Quando tu dici che eseguendo il mio progetto avremmo perduto la vita, te lo posso credere, ma quando aggiungi che avremmo perduto l'onore, mi ribello. Se fossimo stati presi, si sarebbe detto che gli esuli fedeli alla loro missione, attraverso pericoli e stenti, si trasportano sempre colà dove i loro compatrioti alzano un grido di libertà e sollevano una bandiera italiana. Fino adesso i governi dicono a coloro che si mostrano insofferenti:—«State tranquilli; non fidate nelle istigazioni della propaganda che vi eccita alla rivoluzione e vi lascia quindi soli alle prese con essa.—» E in Italia si comincia a credere che quei di fuori, impazienti di trionfare, fanno vedere ogni cosa in color di rosa e sperano che un caso trarrà d'una debole scintilla un generale divamparsi e però stanno pronti a profittar del buon esito senza durare la prima incertezza. E noi recentemente proscritti fummo testimonî di quanto siate voi (ingiustamente lo accordo) calunniati per non esservi fatti ammazzare cercando mettervi alla testa dei primi moti, procurando di dare ad essi forze colla vostra presenza e colla vostra esperienza. E però, volendo rispondere per tutti, oggi che la sciagura ci ha confusi con voi, volevamo far vedere ai milioni che se ne stanno incerti, che ovunque sorga un commovimento, gli esuli corrono a parteciparne la gloria e i pericoli senza aspettare che riusciti vittoriosi quei moti siano tali da non aver più bisogno della loro influenza.

«. . . . . . . . . . . Spero che questa mia lettera non ti offenderà. Per quanto contrario tu sia a quello che io faccia o mediti, io nondimeno ti stimo uno dei patrioti più benemeriti, e t'amo come un compagno, come un fratello. . . . . »

Nel frattempo di questa corrispondenza partiva da Londra per Malta e Corfù un altro dei martiri di Cosenza, Nicola Ricciotti, amico mio fin dal 1831.

Ricciotti era nato col secolo in Frosinone, terra degli Stati Papali. A diciotto anni l'idea nazionale s'impossessò di lui, ed egli giurò che avrebbe speso la vita in promoverne lo sviluppo e il trionfo. Di giuramenti siffatti, io ne ho uditi tanti, negli ultimi quindici anni, pronunziati da uomini ben altramente potenti d'intelletto, e poi, dopo due o tre anni di tiepidi sforzi, traditi, che le parole stesse mi suonano oggi tristissime come contenessero una profezia inesorabile di delusione. Ma egli attenne il suo giuramento: disse e fece. Nelle facoltà limitate d'una natura semplice, onesta, diritta, fermissima, come è descritta in parecchi degli uomini di Plutarco, trovò la forza che le vaste facoltà intellettuali dovrebbero dare, e pur troppo, quando sono scompagnate da una credenza, non danno: avea l'ingegno del cuore. Da quando ei giurò fino al giorno della sua morte, la sua vita non fu che una serie di patimenti. E nondimeno, ei portava sul volto, quand'io lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con se stesso e cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella prima sua giovinezza: la virtù, che in altri ha sembianza di lotta, in lui s'era fatta natura; nè alcuno avrebbe mai potuto indovinar da' suoi modi ch'egli avea per ventiquattro anni patito e s'apprestava, lasciando Londra, a correre i rischi supremi. Nel 1821, affrettatosi a Napoli, fece parte, in qualità di tenente, d'un battaglione attivo delle milizie del regno, e v'ottenne testimonianze onorevoli di coraggio e di zelo. Tornato in paese, fu imprigionato e consumò i nove più belli anni della sua gioventù nel forte di Civita Castellana. Liberato dai terrori del Papa nel 1831, avresti detto ch'egli avesse sofferto, non nove anni, ma nove giorni di carcere, tanto era lo stesso di prima: sereno nell'anima e nell'aspetto, caldo d'affetti patrî e voglioso di ritentare; e noi c'incontrammo quell'anno in Corsica in cerca ambedue d'una via per la quale si potesse raggiungere gl'insorti dell'Italia Centrale. Caduto, per colpa di chi fu messo a dirigerlo, quel tentativo, quando, perchè gl'Italiani arrossissero d'aver sperato negli ajuti di Francia, Casimiro Perier mandò i soldati francesi a far da birri del Papa, Ricciotti si cacciò in Ancona, dove creato comandante della così detta Colonna mobile di volontari protesse la città da crisi di sangue e ordinò i giovani a una serie di manifestazioni pacifiche nazionali, tanto che il mondo sapesse che cosa volevano: poi, ottenuto compenso d'accuse infami dalla immoralità sistematica de' nostri nemici, e di più infame silenzio dal generale francese, che pur s'era valso sovente dell'opera sua ad acquetare gli spiriti bollenti de' giovani anconitani, tornò in Francia quando l'occupazione cessò, e si ricongiunse a' suoi fratelli d'esiglio, finchè nel 1833, mentre la gioventù italiana pareva apprestarsi all'azione, ei mi ricomparve davanti, chiedendo d'andare in Italia per trovarsi ai primi pericoli; e v'andò. Tornatone anche quella volta salvo per mezzo a pericoli assai più gravi che non quei dell'azione, errò, povero e angariato dalle autorità francesi che facevano a quel tempo quanto umanamente potevasi per istancare la pazienza e la virtù de' proscritti, di deposito in deposito, senza lasciarsi avvilire dalle persecuzioncelle dei prefettucci di polizia, senza lasciarsi contaminare dall'arti sozze e dalle sozze querele della compagnia malvagia e scempia che purtroppo grava in ogni tempo le spalle agli esuli buoni. Finalmente, nel 1835, non vedendo probabilità di salute vicina, ei decise giovarsi del tempo per impratichirsi più sempre nelle discipline della milizia, e scrisse annunciando la sua determinazione ai figli—perch'ei s'era ammogliato giovanissimo ed era padre—le linee seguenti, fra le pochissime che a me rimangon di lui: «Eccomi giunto ad uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per me. Un cumulo di ragioni mi costringono ad abbandonare la Francia, ad allontanarmi più ancora da voi. Mille privazioni m'attendono, infiniti pericoli circondano il sentiero che devo scorrere, la morte stessa è forse là per colpirmi. L'amore ch'io m'ebbi per voi, e che per lontananza non s'è giammai diminuito, il dovere di padre e di buon cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch'io spero vorrete adempiere. Se mi è riserbata una sorte crudele, se dovessi mai esser rapito al vostro affetto, conservate memoria di me, la mia sventura non vi sgomenti, e sia questo mio scritto un documento della mia tenerezza per voi. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che togliendomi alla patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. La condizione d'Italia è così crudele, così basso è ora caduta questa terra un dì sì gloriosa, che qualunque tra i suoi figli ha sensi d'onore, qualunque sente nel suo cuore l'offesa che i despoti fanno alla dignità nazionale italiana, qualunque ama la libertà e la virtù, è condannato a trascinare nell'esiglio i suoi giorni se ha ventura di sottrarsi alla prigione o alla morte. Noi siamo martiri della causa d'Italia, ma il nostro patire prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. Chi ingiustamente ora ci opprime sarà alla sua volta oppresso, e gli Italiani vincitori sapranno usare con magnanimità della riportata vittoria. Intanto, io parto per la Spagna; combatterò anche una volta per la causa della libertà, e se il destino mi è propizio, metterò a profitto d'Italia le cognizioni che avrò acquistate. Voi, miei figli, dirizzate sulle mie tracce i vostri passi; fate ch'io abbia almeno il conforto di sapere che lascio in voi degli imitatori, e che l'Italia potrà calcolare su voi come su di me.»—Questa lettera non fu mai, ch'io mi sappia, ricapitata; ma in novembre egli partì per la Spagna, dove, raccomandato dal maresciallo Maison, ministro della guerra in Francia, e dal generale d'Harispe, ottenne d'entrare col grado di tenente in un battaglione dei tiratori di Navarra. Dai documenti officiali ch'egli, partendo, lasciò in mie mani, io potrei desumere la lista dei molti fatti d'armi contro i guerilleros carlisti nei quali ei meritò da' suoi capi menzione onorevole; ma nol farò, e basterà il dire ch'egli nel giugno 1837 fu inalzato al grado di capitano, ottenne, nell'aprile 1841, per le vittorie riportate l'anno innanzi contro il ribelle Balmaseda, la croce di San Fernando, e fu promosso, il 30 giugno 1843, al grado di comandante di fanteria. E non molto dopo, quando udì ravvivarsi le speranze italiane, lasciò la Spagna, e venne al solito ad offrirsi volontario per la causa della nazione. Il primo tentativo per penetrare in Italia gli andò fallito: imprigionato, per opera d'un denunziatore, dal governo francese in Marsiglia, tornò, appena fu lasciato libero, in Inghilterra, di dove, ajutato, poich'ei lo voleva, di mezzi, ripartì lietamente per Malta e Corfù, con animo di ripatriare. Il luogo d'Italia dov'egli, per propria scelta, per invito d'altri, e per ingiunzione strettissima degli amici che gli spianavan la via, dovea cercar d'introdursi, non apparteneva ai dominî del governo napoletano. Era Ancona.