Giunto sui primi di giugno in Corfù, Ricciotti si affratellò coi Bandiera. La loro mente ondeggiava allora tra il fare e il non fare, tra il mantenersi a Corfù finchè tutte speranze d'azione non fossero dileguate e il ridursi immediatamente, poverissimi com'erano, in Algeri dove speravano trovare impiego. L'idea d'uno sbarco in Calabria era a ogni modo abbandonata, e le ragioni addotte dall'amico li avevano persuasi a promettere ch'essi non agirebbero mai senza il nostro consenso, e s'uniformerebbero alle condizioni d'un disegno più vasto dipendente dalle mosse dell'interno d'Italia. Le rivelazioni di Ricciotti intorno all'intento prefisso al suo viaggio e al punto dov'egli intendeva recarsi, ridestarono in essi il desiderio d'un'azione immediata ma il vecchio progetto s'era di tanto rimosso dall'animo loro, ch'essi non pensavano se non ad accompagnarsi all'amico. «Ho abbracciato Ricciotti—mi scriveva, il 6 giugno, Attilio—e si farà il possibile per ispingerlo al suo destino. Il *** mostrasi renitente perchè il viaggio per *** è lungo; nondimeno non dispero di persuaderlo. Ma Ricciotti andrà solo? Perchè i venti risoluti di qui non si moverebbero? ed io con essi? Ho stabilito di farlo, perchè qualunque sia l'evento, meglio è ch'egli vada accompagnato che non solo. Lascieremmo a *** le nostre comunicazioni per quello che concerne il regno.» Un giorno dopo scriveva Emilio: «Vi ringrazio delle parole amorevoli recatemi da Ricciotti. L'amicizia che mi accordate v'è da me professata da assai lunghi anni, da quell'epoca in che sorta la Giovine Italia io me ne procurava gli scritti per ripeterli nel collegio a' miei compagni, e non potendo meglio, per aizzarli all'odio e alle zuffe contro i figli degli oppressori. Qualunque sia la mia sorte, mi mostrerò costante; all'Italia dedicherò sempre mente, onore e braccio; a voi e ai pochi altri che la rendono rispettabile anche prostrata, affezione di fratello. Con Ricciotti stiamo risolvendo la questione dell'intricato problema. Ad ogni modo spero d'esser presto in azione con lui. Lascieremo a ***, che accorrerà al ritorno del messo, le pratiche colla Calabria. Addio, e serbatemi sempre il patto fraterno che avete stretto con Emilio.»—E un altro giorno dopo, li 8, poche righe di Ricciotti dicevano: «In questo momento non v'è occasione alcuna di partenza per dove sapete, ma spero si presenterà presto, e meco verrà, uno dei fratelli Bandiera, e forse ambidue con altri venti uomini.»
Ho insistito su questo punto, perchè mi pare elemento essenziale di giudizio, a qualunque voglia esplorare le cagioni probabili della subita mossa, la certezza che non era, tre giorni prima, premeditata.
Nella notte dal 12 al 13, tre giorni dopo scritte quell'ultime righe, i fratelli Bandiera partivano, con Ricciotti e gli altri, per la Calabria; ed ecco l'ultima loro lettera a me:
«Corfù, 11 giugno 1844.
«Carissimo amico,
«Si fece il possibile per poter inviare al suo destino Ricciotti; non si potè riuscire poichè da qui, per là dov'era destinato, barche non partono, e in ogni modo non si sarebbero incaricate del trasporto. Le notizie di Calabria e di Puglia giungevano favorevoli; dimostravano però sempre mancanza d'energia e di confidenza nei capi. Convenimmo correr la sorte.—Fra poche ore partiamo per la Calabria.
«Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà, militarmente e politicamente.
«Ci seguono diciasette altri Italiani, la maggior parte emigrati: abbiamo una guida calabrese.—Ricordatevi di noi, e credete che se potremo metter piede in Italia, di tutto cuore ed intima convinzione saremo fermi nel sostenere quei principî che, riconosciuti soli atti a trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schiavitù della patria, abbiamo assieme inculcato.
«Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa e quella della Libertà, dell'Eguaglianza, dell'Umanità, dell'Indipendenza e dell'Unità italiana.
«Quelli che ci seguono sono i seguenti: