Viva l'Italia!—Sarà quel grido, o giovani, un'amara ironia, o lo raccoglierete voi, santo com'è dell'ultimo sacrificio dei migliori tra noi, per incarnarlo nelle vostre vite? In nome dei martiri che morirono per redimervi non foss'altro dalla taccia di codardia che tutta Europa vi dà: in nome della vostra Patria, io vi chiedo: proferirete quel grido a fronte delle persecuzioni, tra le delusioni dell'anima, in faccia al patibolo, o perduti nelle stolide o viziose abitudini del servaggio, direte, iloti avvinazzati d'Europa: muoja l'Italia! muoja l'onore! perisca la memoria dei martiri! viva il cappello gesuitico! viva il bastone tedesco!

Molti fra voi vi diranno, lamentando ipocritamente il fato dei Bandiera o dei loro compagni alla bella morte, che il martirio è sterile, anzi dannoso, che la morte dei buoni senza frutto di vittoria immediata incuora i tristi e sconforta più sempre le moltitudini, e che giova, oggi, anzichè operare prematuramente, rimanersi inerti, addormentare il nemico, poi giovarsi d'una circostanza propizia europea per trucidarlo nel sonno. Non date orecchio, o giovani, a quelle parole. Meschini politici e peggiori credenti, gli uomini che così insidiano alla santità dell'anima vostra, immiseriscono la nostra fede nei falsi calcoli d'una gretta questione politica: avrebbero rinegato, nel dì del supplizio, la virtù della croce di Cristo per poi benedirla con pompose parole, se la vita fosse loro bastata sino a quel tempo, quando al segno del martirio Costantino sovrappose il segno della vittoria. Il martirio non è sterile mai. Il martirio per una Idea è la più alta formola che l'Io umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un Giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed esclama: ecco: questo è il Vero, ed io, morendo, l'adoro, uno spirito di nuova vita si trasfonde per tutta quanta l'Umanità, perchè ogni uomo legge sulla fronte del martire una linea de' proprî doveri e quanta potenza Dio abbia dato per adempierli alla sua creatura. I sagrificati in Cosenza hanno insegnato a noi tutti che l'Uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno provato al mondo che gl'Italiani sanno morire: hanno convalidato per tutta Europa l'opinione che una Italia sarà. La Fede per la quale uomini così fatti cercano la morte come il giovane l'abbraccio della fidanzata, non è frenesia d'agitatori colpevoli o sogno di pochi illusi; è religione in germe, è decreto di Provvidenza. Alla fiamma di patria ch'esce da quei sepolcri, l'Angiolo dell'Italia accenderà, presto o tardi, la fiaccola che illuminerà una terza volta da Roma—dalla Roma non già, come v'insinuano i falsi profeti, del papa, grande un tempo, oggi, checchè cinguettino, spenta e per sempre—ma dalla Roma del Popolo, le vie del Progresso all'Umanità.

L'Italia è chiamata, o giovani, a grandi destini. Solcata l'anima di mille dolori e piena d'alto sconforto ogni qualvolta io guardo agli uomini d'oggi e a quelli segnatamente che s'assumono or di dirigervi, io pur sento tanta fede nel core quando guardo negli anni futuri e in voi che sarete uomini fra non molto, da trovare forza che basti a intuonarvi l'inno della speranza e la profezia dei vostri destini fin sulla pietra dei martiri. Una grande missione aspetta l'Italia. L'Europa è oggi in cerca d'unità religiosa. La Francia colla sua rivoluzione—non parlo della sommossa del 1830—rivoluzione non intesa finora se non dai pochi, compendiava in una gigantesca manifestazione il lavoro di molti secoli e traducendo nel linguaggio politico la somma di progresso conquistata in quelli dell'anima umana, conchiudeva un ciclo d'attività religiosa, che aveva ricevuto da Dio la missione di costituire ordinato all'interno l'Uomo: l'uomo-individuo libero, eguale, ricco di diritti e d'aspirazioni a uno sviluppo maggiore. E d'allora in poi, presaga dell'epoca nuova, dell'epoca che avrà per termine dominatore d'ogni sua attività l'uomo-collettivo, l'Umanità, l'Europa erra nel vuoto in cerca del nuovo vincolo, che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo e quindi senza potenza per trasformare la Terra. Tentennante fra il dispotismo del Cattolicismo e l'anarchia del Protestantismo, fra l'Autorità illimitata che cancella l'uomo e la libera coscienza dell'individuo impotente a fondare una fede sociale, il mondo invoca e presente una nuova e più vasta Unità che congiunga in bella e santa armonia i due termini Tradizione e Coscienza oggi in cozzo fra loro e che pur sono e saranno sempre le due ali date all'anima umana per raggiungere il Vero:—una Unità che mova da' pie' della Croce per avviar l'uomo sul cammino della vittoria, abbracciando in sè e santificando tutto quanto il progresso ulteriore;—una Unità che rannodi le sette diverse in un solo Popolo di Credenti e di tutte le chiese, chiesuole e cappelle, inalzi l'immenso tempio, il Panteon dell'Umanità a Dio:—una Unità che di tutte le rivelazioni date a tempo da Dio al genere umano componga l'eterna progressiva Rivelazione del Creatore sulla sua creatura. Questo a chi ben guarda, è il problema vitale che agita, o giovani, il mondo d'oggi: tutte le questioni politiche, che pajono esclusivamente sommovere le nazioni non potranno acquetarsi che nella soluzione di quel problema. E questa soluzione, o Italiani, questa invocata Unità, non può escire, checchè facciano, se non della Patria vostra e da voi: non può scriversi che sull'insegna alla quale sarà dato di fiammeggiare superiore alle due colonne migliari che segnano il corso di trenta e più secoli nella vita dell'Umanità, il Campidoglio ed il Vaticano.

Dalla Roma dei Cesari escì l'unità d'incivilimento comandata dalla Forza all'Europa. Dalla Roma dei Papi escì l'unità d'incivilimento, comandata dall'Autorità, a gran parte del genere umano. Dalla Roma del Popolo escirà, quando voi sarete, o Italiani, migliori ch'oggi non siete, Unità d'incivilimento, accettata dal libero consenso dei popoli, all'Umanità.

Per questa Fede, o giovani, morirono i Bandiera e i loro fratelli nel martirio: per questa Fede io pure, nullo per intelletto e per core, ma a nessun altro inferiore in credenza, se il desiderio non m'inganna, morrò.

E nondimeno, io non vi chiamo al Martirio:—il Martirio si venera, ma non si predica—io vi chiamo a combattere e vincere: vi chiamo a imparare il disprezzo della morte e a venerare chi coll'esempio ha voluto insegnarvelo, perchè so che senza quello voi non potrete conquistar mai la vittoria: vi chiamo all'opere continue ed al fremito, quand'altri vi chiama a fingere d'addormentarvi, perchè so che i fatti continui ed il fremito possono soli dar sospetto, terrore, e frenesia di persecuzione feconda di sdegni, ai vostri padroni, coscienza della tristissima condizione in che vegeta e della vocazione italiana al popolo vostro, fede nei vostri diritti e nelle vostre intenzioni ai popoli dell'Europa commossa. Confortatevi, o giovani! la nostra causa è destinata al trionfo. I malvagi che anch'oggi dominano, lo sanno e ci maledicono; ma l'anatema ch'essi gittano contro noi si perde nel vuoto, come rio seme portato dal vento. I germi che noi cacciamo rimangono: sul terreno santificato dal sangue dei martiri, Iddio li feconderà; e s'anche gli alberi che devono escirne non distenderanno l'ombra loro che sul nostro sepolcro, sia benedetto Iddio: noi godremo altrove. Perseguitate, noi possiam dire ai malvagi, ma tremate. Un giorno, innanzi alla fiamma che consumava, per ordine del Senato le storie di Cremuzio Cordo, un Romano, balzando in piedi, gridava: cacciate me pure nel rogo, perch'io so quelle storie a memoria. Pochi dì passeranno, e l'Europa risponderà con un grido consimile alle vostre stolidamente feroci persecuzioni. Voi potete uccidere pochi uomini ma non l'Idea. L'Idea è immortale. L'Idea ingigantisce fra la tempesta e splende a ogni colpo, come il diamante di nuova luce. L'Idea s'incarna più sempre nell'Umanità. E quando voi avrete esaurito l'ira vostra e la vostra brutale potenza sugli individui che non sono se non precursori, l'Idea v'apparirà irresistibile, nella maestà popolare, e sommergerà sotto l'onda oceanica del futuro i vostri nomi e fin la memoria della vostra resistenza al moto delle generazioni che Iddio commove.


LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ.
INDIPENDENZA, UNITÀ.

Italiani!

Divisi in otto stati noi destinati da Dio ad abitare un paese unito conculcati in Napoli da un re villano e dispregevole, sottomessi in Piemonte ai voleri di un reprobo che ne tradì, in Modena a quelli di un mostro che nel secolo XIX arrivò la trista fama di Caligola e di Nerone; in Roma scherniti da un pontefice indegno di rappresentare un Dio di pace e di carità; in Toscana dalle arti narcotiche di un governo traditore; in Parma governati da una femmina che, potendo elevarsi sopra tutte le europee, alle più vili si mostrò inferiore; oppressi in Venezia ed in Lombardia dagli stranieri che ne sfidano colle bajonette e ne perseguitano colle spie, smungono i tesori del nostro suolo e fanno servire la nostra gioventù a puntello del nostro servaggio; disgraziati in tutta Europa; vilipesi, mantenuti divisi; pasciuti di glorie di teatro, di dispute di letterati, di controversie da fanciulli; ecco, Italiani, in quali condizioni ci troviamo.—Fummo grandi e temuti! che monta, se non fosse più acerba rampogna dell'esser caduti sì in basso? Se i nostri padri abbandonassero i loro riposi per venir a contemplare come difendiamo ed abitiamo la terra che essi resero la prima del mondo, con quai fronti ne sosterremmo noi gli aspetti? A lavare tanta infamia, a scuotere tanto giogo, a conquistare la libertà, i Calabresi generosi insorsero; insorsero per tutti, con levata in alto la bandiera di tutti: Redimere l'Italia o Morire! E noi balestrati da' comuni oppressori in straniere contrade, abbiamo compreso quel grido, abbiamo benedetta quella bandiera, ripetuto quel giuramento, e, pochi, ma vanguardia di molti lontani, dalla terra d'esiglio ci siamo quivi ridotti. Siciliani, Abruzzesi, Romagnoli, Toscani, Piemontesi, Lombardi, Genovesi, Italiani di tutte contrade, preferireste la vita fra le spie, le bajonette, gl'insulti de' vostri oppressori ai pericoli ed ai cimenti che seguendo il nobile esempio v'aspettano? Gli Austriaci, che oltraggiosi vi conculcano da sì lungo tempo, non vorreste alfine combattere e alla vostra volta perseguitare? Sono numerosi, agguerriti? E voi non siete ventiquattro milioni di fratelli, non i più animosi guerrieri dell'antichità, non i figli dei prodi che in Spagna, in Polonia, in Germania, in Russia, illustrarono di tanto splendore l'aquila di Napoleone? Bonaparte ha detto che un popolo di dieci milioni fermamente risoluto di esser libero, non può essere sottomesso, e la Spagna inferiore a voi della metà di popolazione lo provò resistendo e mandando al basso ben altro invasore che l'inetto Ferdinando non sarà.—Tutte le nazioni europee hanno raggiunto o marciano verso la conquista dei più sacrosanti diritti dell'Uomo; voi soli, Italiani, siete ancora sottoposti a pravissime leggi, vivete ineguali, senza diritto, oppressi da doveri d'ogni sorta; lavorate, e il frutto de' vostri sudori oltrepassa le Alpi o serve ai bagordi delle tante reggie stabilite nella vostra bella Penisola.—All'armi! o fratelli; correte come noi al conquisto della Libertà, dell'Unità, dell'Indipendenza, della prosperità della patria; correte a fare che l'eguaglianza dei diritti e dei doveri, delle pene e delle ricompense avvivi l'Italia. Non più re, o Italiani! Iddio ci ha creati tutti eguali; siamo tutti fatti ad imagine sua; nessun altro che lui abbia dunque il diritto di dirci suoi.—Che hanno fatto i re di noi? Ci hanno venduti, perseguitati, oppressi, hanno pieno il nostro paese di vergogna, e di obbrobrio. Costituiamoci in repubblica come i nostri padri, poichè ebbero scacciati i Tarquinî; gridiamoci liberi, e padroni di noi stessi e delle contrade in cui Dio ne ha collocati. Gli Austriaci ci combatteranno; il pontefice ci scomunicherà; i re d'Europa ci avverseranno. Non importa, o Italiani, gettiamo il fodero e contro l'Austriaco facciamo d'ogni uomo un soldato, d'ogni donna una suora di carità, d'ogni casale una rocca; al papa protestiamo di conoscere Iddio meglio di lui attraverso i suoi sordidi interessi di dominazione, di grandezza temporale; i re d'Europa rispettiamo ma non temiamo, invochiamo contr'essi le simpatie de' loro popoli.