Per tutto il mese di maggio e sul cominciare del giugno siffatte voci abbondarono stranamente moltiplicate a Corfù: recatevi da capitani ignoti di barche mercantili provenienti da Cotrone, da Rossano, da Taranto, da più altri punti. Dicevano le montagne di Cosenza, Scigliano e San Giovanni in Fiore, popolate, gremite d'insorti armati, nudriti con viveri mandati dalle città, determinati ad agire e solamente incerti del come. Dicevano gl'insorti mancanti unicamente di capi eguali all'impresa, desiderosi d'alcuni uomini militari scelti fra gli esuli influenti a rappresentare in Calabria l'unità del Pensiero Italiano anzi queruli dell'indugio e di ciò che pareva ad essi diffidenza o tiepidezza negli esuli. Aggiungevano le spiagge non essere custodite più severamente del solito e facilissimo il passaggio da quelle ai luoghi dove si tenevan gl'insorti. Un capitano austriaco proveniente da Rossano affermava che in un bosco distante mezz'ora dalla città stava una buona mano d'insorti che assalivano quasi ogni notte la gendarmeria. Un altro, credo certo Cavalieri, satellite austriaco, dava avviso che due e più centinaja di sbandati s'erano affacciati a Cotrone e n'erano stati respinti, ma non distrutti, e mentre depredavano nei dintorni qualche podere di ricchi, spargevano oro fra' contadini. Altre consimili nuove stanno registrate nell'ultima lettera dei Bandiera. Le più erano assolutamente false: l'altre esageratissime.

Gli esuli e segnatamente i fratelli Bandiera erano in Corfù noti, vegliati, ricinti di spie. Del loro antico disegno era corso romore fino all'orecchio dei consoli che ivi rappresentano i tirannucci d'Italia. La loro partenza ebbe luogo senza che vi fosse frapposto il menomo ostacolo; nè ostacolo alcuno da legni in crociera o da altro ebbe il loro sbarco in Calabria. Il console napoletano in Corfù, stando a' meriti noti, avrebbe dovuto ricevere accuse e rimproveri di noncuranza dal suo governo. E nondimeno, con disposizione del 18 luglio, Ferdinando II volendo ricompensarne la condotta e lo zelo spiegato in quella circostanza, conferì la croce di cavaliere dell'ordine regio di Francesco I a Gregorio Balsamo, console del re in Corfù.

Finalmente—e questo a molti parrà indizio equivalente a una prova diretta—un dei ventuno, tristissimo a dirsi, tradiva[92]: il Boccheciampi. Fomentatore arditissimo dell'impresa, partiva da Corfù recando seco alcuni documenti che rivendicavano dal governo di Napoli certi diritti concessi ad un suo zio per servigi prestati appunto nelle Calabrie a' tempi dell'invasione francese. Toccato appena, e senza pericoli sovrastanti, il suolo italiano, spariva nell'ombre della notte, andava a Cotrone a dar nuova degl'ultimi concerti presi e della via tenuta dagli esuli. I nostri non lo rividero se non davanti alla commissione militare in Cosenza, accusato di scienza e di non rivelazione di complotto, libero quindi d'ogni rischio di vita.

Or giudichi ognuno se il quando e il dove dell'impresa fossero scelti dal governo di Napoli o dai nostri fratelli.

Partirono, poichè alcuni incidenti ritardarono di ventiquattr'ore l'esecuzione del loro progetto, nella notte dal 12 al 13: sbarcarono dopo quattro giorni di viaggio, la sera del 16, agli sbocchi del fiume Neto, e s'inselvarono. Era loro intento apparire improvvisi, fuggendo ogni scontro, davanti a Cosenza e tentare, per cominciamento all'impresa, la liberazione dei prigionieri politici che v'erano numerosi. Ma dopo tre giorni di viaggio attraverso foreste, affacciatisi a un burrone presso San Giovanni in Fiore, dove gli esperti de' luoghi affermavano non essere via di salute possibile se non la vittoria, si trovarono aspettati, circondati, assaliti da forze regie, composte di cacciatori del secondo battaglione, di gendarmi e di urbani, numericamente tali da rendere inutile ogni combattere. Combattevano nondimeno, e con qual vigore lo dica il decreto del 18 luglio, col quale Ferdinando II assegna ricompense di croci, medaglie, promozioni e danaro a più di centosettanta individui presenti al conflitto: decreto che sarebbe ridicolo se non fosse machiavellicamente architettato a vincolare, infamandoli, uomini incerti e a ingannare le popolazioni lontane, ma che lascia a ogni modo intravvedere quante centinaja di soldati fossero stimate necessarie dal governo napoletano a vincere i ventun uomini della libertà. Spento Miller[93], caduto per gravi ferite Domenico Moro, la guida calabrese e due altri riuscirono a rinselvarsi; i rimanenti, afferrati, furono trascinati al martirio in Cosenza.

Del loro contegno nel tempo decorso tra il conflitto di San Giovanni in Fiore e la morte, io non so cosa alcuna; nè del processo o della condotta dei giudici. Alcuni tra gli amici dei Bandiera s'illudevano in quei giorni a sperare che l'arciduca Federico, fratello della regina di Napoli, s'indurrebbe, allievo com'era stato, del contr'ammiraglio, e condiscepolo e commilitone d'Emilio, a intercedere spontaneo per essi: poco esperti conoscitori dei principi e della fredda, infernale, immutabile politica austriaca.

Il 25 luglio, alle cinque del mattino, Attilio ed Emilio Bandiera[94], Nicola Ricciotti, Domenico Moro, Anacarsi Nardi[95], Giovanni Venerucci, Giacomo Rocca[96], Francesco Berti[97], Domenico Lupatelli, morirono di fucilazione. I loro compagni all'impresa gemono, e gemeranno Dio sa per quanto, a vergogna degli Italiani, in catene.

Gli ultimi momenti dei nove martiri furono degni della loro vita e della Fede Italiana ch'essi col sangue santificarono. Estraggo quanto segue da una lettera di Calabria, contenente il ragguaglio d'un testimonio oculare:

«La mattina del giorno fatale furono trovati dormendo. S'abbigliarono con somma cura, e per quanto potevano con eleganza, come se s'apparecchiassero a un atto solenne religioso. Un prete venne per confessarli; ma essi lo respinsero dolcemente[98] dicendogli: ch'essi, avendo praticata la legge del Vangelo e cercato di propagarla anche a prezzo del loro sangue fra i redenti da Cristo, speravano d'esser raccomandati a Dio meglio dalle proprie opere che dalle sue parole, e lo esortavano a serbarle per predicare ai loro oppressi fratelli in Gesù la religione della Libertà e dell'Eguaglianza. S'avviarono col volto sereno e ragionando tra loro al luogo dell'esecuzione. Giunti, e apprestate l'armi dei soldati, pregarono che si risparmiasse la testa, fatta a imagine di Dio. Guardarono ai pochi muti, ma commossi circostanti gridarono: Viva l'Italia! e caddero morti.»